(scusate la prosopopea)
(scusate la
prosopopea)
Il settantasette che
ho nel cuore è proprio nudo, nervoso, armato e intriso di politica.
Nel tempo sono diventato acribioso e intransigente, nell'intimo,
forse perché mi sembra che il tempo sia più prezioso di prima.
Annuso la politicità degli atti in base al loro potenziale
trasformativo (scusate la prosopopea) e -oggi- mi trovo arenato su
relazioni alienate, su scogli paurosamente stabili, su binari morti.
Così -oggi- divento patetico nelle mie decisioni. Allora era diverso
e non perché fossi più giovane. Ovviamente era diverso il rapporto
di forza con l'esistente, con la struttura produttiva e riproduttiva
del potere. Per me questa cosa è stata sempre in questi termini,
piuttosto puri e semplici, lo ammetto. Per me il settantasei/sette è
stato questo spazio di agibilità in cui era possibile un sabotaggio
che liberava altro spazio.
E te ghai dito poco!
Guardo la punta del
coltello di D. che rafforza l'ingiunzione a non immischiarmi con T.;
penso alla pelle di T. che era singolarmente rosea e non sento dentro
di me nessun impulso di sfida, di competizione, e nemmeno di paura.
Li ho cancellati nel ricordo? Forse. E se fosse che a D. riuscivo
comunque a volere bene, a comprenderlo in una relazione? Se fosse che
ero davvero fuori dalla miseria della scarsità e non consideravo T.
come un bene di cui appropriarmi? Se fosse che potevo permettermi di
considerare le mie relazioni in generale in espansione, in
compensazione, in crescita? Se fosse che in un fiume non stavo a
analizzare quel particolare pezzettino di corrente che comunque mi
limitavo a apprezzare? Penso che molti altri attorno a me vivessero
la stessa attitudine a considerare gli altri e le altre sulla base
dei medesimi diritti che assegnavamo a noi stessi: persone del cui
giudizio tenevamo il massimo conto, il cui giudizio se necessario
contestavamo esigendo e costruendoci una correttezza, una purezza di
intenzioni, una dedizione allo scopo assolute (scusate la
prosopopea). Penso che anche loro ritenessero parti di sé stessi
inservibili, da rottamare se possibile, da combattere. Mi sembra che
ci fosse un modo di porci in relazione che prudentemente andava a
verificare se l'altro (l'altra) ci fosse. Il che vuol dire se l'altro
(l'altra) condividessero non tanto il punto di vista quanto il piano
delle legittimità, della comprensione, della partecipazione, della
valutazione. Quanto l'altro (l'altra) ci era compagno, amico,
fratello? Ricordo perfettamente la soddisfazione di un nuovo
equilibrio interiore raggiunto bilanciando emozioni e sentimenti,
coinvolgendo altri nel proprio percorso interiore, altri che negli
anni continuano a appartenerci come mattoni del nostro sviluppo
(scusate la prosopopea). Ricordo ancora il senso bruciante della
impossibilità, della perdita, della esigenza della rassegnazione,
l'affanno di rincorrere qualcuno che camminava più spedito. Più
spedito. Da solo? Senza fornire strumenti a chi stava indietro?
Perché non era possibile o per qualche altro motivo? Dentro una
logica di liberazione collettiva o per una altra strada?
Non tutto aveva
questa carica emotiva, ovviamente. E mi accorgo che -curiosamente-
ancora una volta racconto a rovescio: prima il buono e poi il
cattivo, prima il paradiso e poi la difficoltà a raggiungerlo. Ma fu
questo il senso del movimento: si prendeva forza da fuori e si
portava dentro e lì si pestava e si scaldava e si picchiava sul
pezzo, se ne faceva qualcosa che ci faceva piacere guardare, che si
sentiva proprio. Erano così anche i sentimenti. Mi fa ancora
tristezza la storia che dopo tre anni l'amore finisce, che dopo sette
la coppia scoppia, che dopo l'amore si fuma una sigaretta e si dice
“che bello”. Non mi fa nemmeno ridere, sebbene dovrebbe (scusate
la prosopopea). Quale amore? Perché l'amore di ieri è uguale a
questo di oggi? Non dico sia peggio o meglio… ma uguale? Che
tristezza!
Eppure, senza un
racconto, senza parole condivise, senza comunicazione, senza
schieramento in un conflitto in cui ci si trova dalla stessa parte,
tutto questo che vale? A me ferisce quando perdo il contatto e
ascolto senza comprensione di Mantra e di Tantra, di Percorsi e
Illuminazioni. Mi verrebbe da rispondere “autonomia operaia, pollo
e piccione, questa è la giusta via per mangiar benone”. Lo abbiamo
urlato questo slogan, aveva la stessa valenza di un qualsiasi altro
slogan. Siamo stati oltre gli slogan, anche quelli che si raccontano
a se stessi, non per una astratto snobismo o per provocazione, ma
agendo il conflitto. Quello interiore è ancora in parte agibile.
(scusate la prosopopea)
Bellissimo
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