No all'autoritarismo (II)

No all'autoritarismo (II)
Ci ho pensato spesso al '68: fin da subito dopo -tanto fu per me importante! Ci ho pensato in vari modi e i modi degli altri mi hanno spesso ingiustamente infastidito. Coincise con la adolescenza e la risolse a suo modo nel modo più felice e imbroglione possibile. Felice perché se la mia vita è stata anche un tentativo di liberazione in parte riuscito, esso inizia da lì. Imbroglione perché mi fissò nella testa che ci fosse un nesso tra la mia liberazione (il mio stare meglio, il mio crescere sebbene in mezzo ai casini, il mio superare limiti e difetti) e un movimento ampio, collettivo, fondato, per parte sua vincente. Imbroglione perché stabilì dei nessi tra quello che da me ottenevo (o non ottenevo) e gli altri, perché mi fece balenare il fantasma seducente di una verità autoevidente e autorealizzantesi… Comunque imbroglione: lo sento! Lo sento ancora oscuramente, dal momento che ancora ci credo... diciamo che lo sospetto?
Dei mesi dalla fine del sessantasette alla fine del sessantotto avevo anche tenuto un piccolo diario scritto a formichina. A un certo punto mi è pure ricomparso tra le mani; ma da tempo tornò a scomparire e ormai lo considero perso. Lì era segnato tutto, puntigliosamente: assemblea generale, assemblea di classe, collettivo studenti medi, manifestazione, sit-in per la Plaza de las tres Culturas, sit-in per Praga… Non so perchè ma mi pare che non fosse annotato il seminario sulla rivoluzione sessuale del Reich (che avevo trascorso ascoltando, imparando e cercando di non guardare le gambe della Elena che erano kilometriche). Certo il piccolo diario non avrà riportato nemmeno le amicizie fraterne, le serate a casa di Massimo -io imboscato con Giulia a scambiarci roventi e contingentate effusioni- le quotidiane sfide serali a chi beveva più vino senza ubriacarsi e tutto il contorno bello, esaltante, effervescente di una gioventù che sentiva di stare cambiando le cose crescendo e curando se stessa e le sue relazioni. Veramente entusiasmante ma nella sua genesi assolutamente misterioso: quando iniziò? Quale fu il mio primo atto di rottura stupido, rivoluzionario, piccolo borghese, coraggioso, inaudito, oltraggioso, infantile, ben educato, strafottente, non succube, studentesco… sessantottino? Questo non lo ricordo.
Ricordo il prima da scolaro e da adolescente con il suo disagio il suo balbettio, la sua vergogna, e ricordo il dopo da studente: argomentato, parlato, urlato, all'attacco e in difesa, coraggioso e in fuga. Assemblee in facoltà, riunioni nella sede di via Verdi (e la amata figura di Mauro), barricate nei corridoi del museo di scienze naturali e fughe chilometriche (molto più delle gambe della Elena), ingenuità assolute verso la Polizia Politica (darsi da fare per fare rispettare i loro consigli era ovviamente una ammissione di organizzazione di manifestazione), intransigenza infiammata verso il povero provveditore agli studi, curiosità ancora impregiudicata per le prime provocazioni dei fascisti. Eppure mi sfugge quel primo momento in cui -con tutta probabilità- avevo alzato la mano in classe e mi ero alzato dal mio posto per incominciare un discorso.

Commenti

Post popolari in questo blog

Merdine

"Venti di guerra"

Violencia y revolucion