Il marchio d'infamia
Il marchio d'infamia
Il marchio d'infamia che si annida nel mio sessantotto data a circa un anno prima -se ricordo bene- e richiede un immediato ulteriore passo indietro a un periodo imprecisato della infanzia. Precisamente a quando avrei reagito a calci e a pugni a sentirmi dare dell'ometto e invece mi limitavo a storcere la testa e a fare una smorfia.
Circa un anno prima del sessantotto uno studente universitario venne a trovarmi. Io avevo sedici anni all'epoca, giocavo ancora con i soldatini e ogni tanto facevo un po' di petting con le ragazze che ci stavano. Ma ero iscritto alla FGCI quasi come membro obbligato essendo mio padre un esponente del PCI (ed io un sedicenne che giocava con i soldatini e ogni tanto faceva petting). Credo di aver partecipato a una sola riunione degli iscritti di Trento a cui se non sbaglio ci ritrovammo in tre. Uno di noi, tra l'altro, prima di vedermelo lì alla riunione, senza conoscerlo ci avevo praticamente litigato per la strada perché era in divisa da bersagliere, con un berretto e una nappina. Non so se volevo dimostrare un antimilitarismo sartoriale ma certo ero anche uno che attacca briga se si sente le spalle estremamente coperte dalla situazione (tipo prendere in giro uno per la divisa che è costretto a portare). Dunque una vita associativa piuttosto scarsa per la Federazione Giovanile Comunista di Trento. Dunque, per quanto mi riguarda non so come concludere il pensiero perché non ho detto che mi sentivo tutto sommato orgoglioso di andarci alla federazione del partito e che essere in tre tutto sommato era anche segno di distinzione...
Ora: lo studente universitario era un aspirante sociologo -ovviamente, allora solo sociologia c'era, a Trento- . Non mi è difficile immaginare la riunione del suo collettivo o comitato e il piano d'azione per sviluppare i rapporti con il territorio. Me lo immagino qualcuno -forse lui stesso- dire “compagni! Propongo di prendere contatto con le realtà cittadine organizzate... potremmo usare lo strumento dell'intervista!”. Ed ecco andiamo a impiattare!: lo studente universitario seduto nel salotto di casa e io di fronte, impacciato, intimidito, fuori luogo, tonto.
Mi vedo con le orecchie rosse, prego Iddio di non aver avuto davanti carta e penna, confuso, annaspante. Discorso ricordato in via ipotetica: Vietnam, Pace, necessità di darsi da fare in prima persona, al mio liceo che dibattito c'è (nessuno, sarei stato l'ultimo a saperlo), forme di lotta diffuse anche negli Stati Uniti, capire cosa si possa fare, forse un sit-in?
Ed io -infame- che non avevo idea di cosa fosse un sit-in, che ero stato appena rimandato in inglese, mi agito, mi aggrappo a un brandello di scuola e correggo “Forse si dice 'sitting in'… participio presente.”
Son cose dure da confessare.
Il marchio d'infamia che si annida nel mio sessantotto data a circa un anno prima -se ricordo bene- e richiede un immediato ulteriore passo indietro a un periodo imprecisato della infanzia. Precisamente a quando avrei reagito a calci e a pugni a sentirmi dare dell'ometto e invece mi limitavo a storcere la testa e a fare una smorfia.
Circa un anno prima del sessantotto uno studente universitario venne a trovarmi. Io avevo sedici anni all'epoca, giocavo ancora con i soldatini e ogni tanto facevo un po' di petting con le ragazze che ci stavano. Ma ero iscritto alla FGCI quasi come membro obbligato essendo mio padre un esponente del PCI (ed io un sedicenne che giocava con i soldatini e ogni tanto faceva petting). Credo di aver partecipato a una sola riunione degli iscritti di Trento a cui se non sbaglio ci ritrovammo in tre. Uno di noi, tra l'altro, prima di vedermelo lì alla riunione, senza conoscerlo ci avevo praticamente litigato per la strada perché era in divisa da bersagliere, con un berretto e una nappina. Non so se volevo dimostrare un antimilitarismo sartoriale ma certo ero anche uno che attacca briga se si sente le spalle estremamente coperte dalla situazione (tipo prendere in giro uno per la divisa che è costretto a portare). Dunque una vita associativa piuttosto scarsa per la Federazione Giovanile Comunista di Trento. Dunque, per quanto mi riguarda non so come concludere il pensiero perché non ho detto che mi sentivo tutto sommato orgoglioso di andarci alla federazione del partito e che essere in tre tutto sommato era anche segno di distinzione...
Ora: lo studente universitario era un aspirante sociologo -ovviamente, allora solo sociologia c'era, a Trento- . Non mi è difficile immaginare la riunione del suo collettivo o comitato e il piano d'azione per sviluppare i rapporti con il territorio. Me lo immagino qualcuno -forse lui stesso- dire “compagni! Propongo di prendere contatto con le realtà cittadine organizzate... potremmo usare lo strumento dell'intervista!”. Ed ecco andiamo a impiattare!: lo studente universitario seduto nel salotto di casa e io di fronte, impacciato, intimidito, fuori luogo, tonto.
Mi vedo con le orecchie rosse, prego Iddio di non aver avuto davanti carta e penna, confuso, annaspante. Discorso ricordato in via ipotetica: Vietnam, Pace, necessità di darsi da fare in prima persona, al mio liceo che dibattito c'è (nessuno, sarei stato l'ultimo a saperlo), forme di lotta diffuse anche negli Stati Uniti, capire cosa si possa fare, forse un sit-in?
Ed io -infame- che non avevo idea di cosa fosse un sit-in, che ero stato appena rimandato in inglese, mi agito, mi aggrappo a un brandello di scuola e correggo “Forse si dice 'sitting in'… participio presente.”
Son cose dure da confessare.
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