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Visualizzazione dei post da aprile, 2017

Il mio cane nero è pezzato

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(Il mio cane nero è pezzato) Il mio cane nero è un bastardo. Come quello di Wodehouse -ma forse di un altro scrittore umoristico- non solo è animato da una intenzione perversa (nel caso di quello di Wodehouse era trascinare mobili) ma anche da un forza mostruosa. Di solito amo gli animali, ma questo, se mi fosse possibile, lo farei sopprimere e non perché non soffra più: lui non soffre per niente, fa soffrire me nella più perfetta indifferenza, non è nemmeno un animale sadico. A ben guardare non mostra nessuna emozione, non sono ancora riuscito a trovargli dei punti deboli, men che meno il senso di opportunità o la pietà. Riesco a distoglierlo un secondo solo se gli sposto l'attenzione, se gli prometto un obiettivo più sostanzioso, ma poi lo esige, e ha abbastanza forza per pretenderlo. Compare all'improvviso non invitato. Sono felicemente sulla panchina davanti casa e mi sto godendo il sole. Non ho un pensiero al mondo, e ecco che inizia il sospetto di un fastidio alla go...

25 aprile

(25 aprile) Quando ero piccolo, (quanto? 10 anni?) io e mia sorella giocavamo ai partigiani. Il gioco consisteva essenzialmente nell'osservazione delle mosse di un parente (i tedeschi) e nella manipolazione di una cassettina di legno che rappresentava una radio clandestina. Per completare il ricordo, la cassettina in questione era il corpo di un telefono primitivo con, all'interno, alcune componenti elettriche. All'epoca dell'esperienza familiare nella lotta partigiana sapevo poco meno di quanto ne avrei saputo dopo. E questo nonostante fosse un passato recente, dal momento che nacqui a sei anni di distanza dal 45: e dunque quando avevo dieci anni mi trovavo a sedici dalla fine della guerra. Oggi che siamo nel 2017 sarebbe come riferirsi al 2001. Non che stiamo lì tutti i giorni a pensare al 2001 (torri gemelle, bancarotta argentina, arresto di Milosevic) ma la guerra era proprio dietro l'angolo. Eppure mio padre fu sempre molto parco di ricordi relativi a quel...

(scusate la prosopopea)

(scusate la prosopopea) Il settantasette che ho nel cuore è proprio nudo, nervoso, armato e intriso di politica. Nel tempo sono diventato acribioso e intransigente, nell'intimo, forse perché mi sembra che il tempo sia più prezioso di prima. Annuso la politicità degli atti in base al loro potenziale trasformativo (scusate la prosopopea) e -oggi- mi trovo arenato su relazioni alienate, su scogli paurosamente stabili, su binari morti. Così -oggi- divento patetico nelle mie decisioni. Allora era diverso e non perché fossi più giovane. Ovviamente era diverso il rapporto di forza con l'esistente, con la struttura produttiva e riproduttiva del potere. Per me questa cosa è stata sempre in questi termini, piuttosto puri e semplici, lo ammetto. Per me il settantasei/sette è stato questo spazio di agibilità in cui era possibile un sabotaggio che liberava altro spazio. E te ghai dito poco! Guardo la punta del coltello di D. che rafforza l'ingiunzione a non immischiarmi con T....

Bevi, Desdemona, nel teschio di tuo padre!

(Bevi, Desdemona, nel teschio di tuo padre!) Siccome questo argomento della gelosia è guarda caso ossessivo e mi sembra di essere ferrato in materia, mi andava proprio di parlarne e invece ho scoperto che anche su questo in internet c'è tutto. Tutto fuorché l'albo d'onore dei gelosi ossessivi, umorali (ipertensivi), deliranti (paranoidi). Peccato, mi sarei iscritto volentieri. Se all'epoca avessi creduto nella possibilità di un aiuto psicologico (e vi fossi ricorso, ovviamente) avrei potuto avere una vita privata meno faticosa; ma allora certe cose sembravano la longa manus del potere nelle menti dei ribelli e si tendeva a considerare con sospetto chi vi ricorreva. In un certo senso non era un pensiero del tutto sbagliato per persone che erano dedicate più alle cause che ai sintomi, anzi -di più- che facevano dei sintomi strumenti escatologici di salvezza: “compagni nevrotici uniti nella lotta” sarebbe stato uno slogan potenzialmente maggioritario, credo, comunqu...

Dove si va, stasera?

Dove si va, stasera? Andiamo da D.? Ci si vede da D.? Quelli di arkitettura dove vanno? Da D.? Domande fatte a me stesso o a qualche compagno è più o meno la stessa cosa. E' vero come è stato tante volte detto che in quegli anni le porte delle case dei compagni e delle compagne erano sempre aperte, ma non tutte le case godevano delle stesse comodità. Casa di D. era in centro vicino alla mensa, era grande e il pentolone dell'occupazione di architettura era approdato lì, per la pastasciuttona. Probabilmente fino alle tre o alle quattro ero stato in mensa a sgolarmi e darmi da fare, forse quel giorno avevamo imposto il salto della cassa, una forma di lotta mica male: volevamo che la mensa universitaria estendesse i suoi servizi ai non iscritti all'Ateneo, ma a tutti. Volevamo che il prezzo fosse politico, tendente allo zero. Volevamo che fossero gli utenti a ottenere questi obiettivi. Be', il piatto è servito: gli utenti (chiunque) non pagano (o fanno una libera off...

Porci con le ali

(Porci con le ali) Sempre lì. Il settantasei e il settantasette sono state tante cose e si finisce sempre lì e allora mi arrendo. Si tendeva a muoversi in gruppo, ci si contava a dozzine, come le uova. Soldi pochissimi, si andavano a scovare posti carini e a zero lire, poi la voce faceva il giro e ecco che eravamo per la strada di Populonia che, per chi non lo sapesse, è un posto magico, etrusco, giù giù lungo la costa toscana prima di Piombino. Lì, sul versante nord di quel moncone di promontorio che si protende verso l'Elba, gli Etruschi avevano stabilimenti per la lavorazione del ferro e tombe. I resti, difesi da un sovrintendente saggio e forte, hanno avuto il merito di difendere la zona da seconde case e investimenti turistici. Oggi il paesino che sta sulla vetta nord del promontorio è attrezzato per accogliere i turisti, allora si trovava in uno stato più dimesso, a buon mercato. Di noi alcuni arrivavano in auto, la maggioranza in treno. Snobbavamo il golfo di Baratti e...

mozzarelle

mozzarelle Dunque… quattrocentotrenta anni sono circa 18 generazioni se le calcoliamo di venticinque anni l'una, ma solo nove o meno se intendiamo la distanza tra un maestro e un allievo: un sessantacinquenne che insegna a un quindicenne ricettivo come una spugna sono 50 anni giusti giusti. A proposito di celibato, di potere, di conoscenza, di riproduzione... Sarà l'89? Sono in Puglia, in un negozio di mozzarelle di Cisternino. Mi accorgo che nella testa la sto mettendo giù come in un film con Steve McQueen: potrei essere in banca, fingendomi un cliente per estrarre poi un revolver: fermi tutti! E' una rapina! Invece sto descrivendo l'attesa prosaica in attesa di essere servito… Ma ecco che un depliant della pro-loco mi incuriosisce e inizio a leggerlo. Si tratta di un breve articolo su una Madonna nera locale, su una sua icona, voglio dire. Man mano che leggo la mia attenzione è sempre più attratta dal modo di argomentare. Con dovizia di sapere e di ingegno l...

Violencia y revolucion

Violencia y revolucion Mica è un pranzo di gala… é un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un'altra. Nessun fascino, molta paura, una efficacia di cui tener conto. Nelle relazioni personali, catastrofica. Dal punto di vista evolutivo, disastrosa. Quasi sempre intimamente reazionaria. Legata a filo doppio con la paura. Assidua frequentatrice della rabbia. Ambiguamente connessa all'aggressione. Spesso giustificata dallo stato di necessità, dunque obbligata... Allora per certuni illecita e inaccettabile, o lecita se di massa, o se difensiva, o accettabile se rivolta contro le cose e via innalzando il livello dello scontro dal punto di vista della violenza e via utilizzando pesate sempre più virtuosistiche. Comunque questa elastico della violenza lecita o meno aveva un lato buffo: se la polizia prima della manifestazione fermava un'auto zeppa di bottiglie incendiarie, la tentazione di gridare allo scandalo, alla provocazione, all'infiltrato era ...

La tu querida presencia

(La tu querida presencia) Sono dovuto ricorrere a wiki per collocare nel tempo la morte di Holger Meins e soprattutto la fotografia del suo cadavere scheletrito e gonfio, percorso per tutta la lunghezza del torso dallo zigzag della sutura post autopsia. Avrei detto che fosse successiva alle cose che ho raccontato fin'ora. Invece è del novembre del 1974, le aveva precedute, c'era rimasta accovata dentro. Ricordo il momento in cui la vidi per la prima volta. Ero a casa, a Trento, al telegiornale della sera, accanto a mio padre. Non ascoltai le informazioni e non dissi parola, rimasi a osservare l'immagine provando la consapevolezza di un punto di non ritorno. Una consapevolezza del tutto astratta se misurata con la situazione del momento; ma allora, mi interessa sottolinearlo, a me e penso a molti la consapevolezza di decisioni prese e al momento non agite era una richiesta quotidiana da fare alla propria vita. Qualcosa che prima o poi avrebbe mosso qualcos'altro. O...

Preoccupazioni a margine

Preoccupazioni a margine E' notte, siamo attorno al '74. Mi sono arrampicato sulla facciata della Casa dello Studente di Careggi. Forse mi sono vestito di scuro per la bisogna, ma la facciata è chiara per cui spicco. Sto scrivendo uno slogan per il presalario ai figli degli operai. Passa un'automobile, rallenta. Mi blocco, Ho paura di essere stato visto. Se ne va e io continuo, tremebondo. Ma anche se fosse stato un poliziotto, proprio a me doveva venire a rincorrere? A uno dei centomilanovecentonovantasette che in quel momento stavano facendo ovunque la stessa cosa? Ci sono persone che mi vogliono bene e che mi hanno detto che sono preoccupate per il mio blog e per la piega che hanno preso i miei scritti. Non vi dico quante sono, facciamo l'otto per cento? Vorrei aprire uno scambio su quelle inquietudini per non farmi sfuggire le potenzialità di un'emozione che ho suscitato, scusatemi se è poco. Così butto giù due pensieri e prendo una decisione. Ci...

Un 18 aprile

Un 18 aprile Una storia la avevo avuta, un poco spenta, un poco triste. Poi mi ero innamorato di una biondina e c'erano stati un paio di anni molto felici. Veniva anche lei a dare volantini ecc. ecc. però mi aveva anche portato sul ponte di santa trinita, e mi aveva fatto scendere sul pezzo di pilone che avanza dalla strada. Per cui, chi passa, vede due che si buttano di sotto. Ma in realtà atterrano subito e si possono mettere a chiacchierare tra loro guardando ponte vecchio. Lei aveva passione per la musica e estro creativo. Io la mia creatività la vivevo sempre ingessata. Lei mi piaceva molto -mi piace ancora. Facemmo i fidanzati, per qualche anno. Continuammo a fare i compagni, in uno strano modo complice e avverso, più a lungo. Il 18 aprile del 1975 avvenne uno scontro pesantissimo tra l'area della sinistra diciamo extraparlamentare e il PCI locale dopo una manifestazione antifascista. A me quelli dell'autonomia stavano simpatici e avevo strappato il permesso di p...

Lenin sì, Stalin no

Lenin sì, Stalin no Urlavo questo slogan con tutto il fiato dentro il megafono o seguendo il megafono. Sfilavo a tre metri di distanza dal mio compagno più vicino per occupare più spazio nel corteo sindacale. Assistevo dal marciapiede ai cortei politici o contro la guerra del Vietnam o a quelli antifascisti. Il mio partito non li approvava. Il mio partito se ne asteneva. Il mio partito era l'unico partito comunista non solo esistente -almeno in nuce- ma possibile perché il materialismo dialettico e quello scientifico sono in grado di produrre una analisi di classe indiscutibile. Il mio partito mi faceva alzare la mattina alle quattro per andare a volantinare al primo turno delle fabbriche, mi teneva alzato la notte per scrivere e poi incollare decine di manifesti di convocazione di riunioni. Il mio partito a Firenze aveva tre sedi: una ogni tre iscritti. Il mio partito era strettamente antiparlamentare e mi chiedeva di consegnare il certificato elettorale. Il mio partito analiz...

Violencia y amor

Violencia y amor Volevo proseguire a scrivere di donne. Mi ritrovo il discorso apparentemente spostato da tutt'altra parte e non mi censuro, accetto. Si inizia lì dove si deve con la fotografia del corpo di Che Guevara nell'obitorio boliviano attorniato dal gruppo dei festanti. Posso tentare questa operazione: chiedermi cosa mi dice oggi quell'immagine mentale e confrontarne le risultanze con quanto ricordo che quell'immagine mi dicesse allora. E' una foto del '67, risale a parecchio indietro. Ancora prima che abbia confrontato le mie reazioni di oggi a quelle di ieri, avviene un specie di slittamento e la memoria prende una sua strada e non mi riporta solo alle altre sue foto, alla bellezza del viso che proponevano, alla bellezza del suo viso che perdurava in morte. La memoria aggiunge qualcosa e mi riporta il senso di incredulità per le sue foto travisate, quelle scattategli nel momento dell'ingresso clandestino in Bolivia. Mi torna presente quella sen...

A proposito di donne

A proposito di donne Dopo poco più di un mese che ero in sanatorio, Giulia mi lasciò con una telefonata. Le conseguenze furono che ricominciai a fumare (e più non smisi) e che mi sentii piuttosto male, anzi potrei dire che iniziai a lavorare alacremente a una personale mitologia dell'abbandono subito, l'abbandono inflitto è meno interessante. E siccome la mitologia ha quel caratterino che sapete, non sta mai ferma, scarta su storie parallele e contraddittorie, Giulia mi venne a trovare il giorno della mia maturità, assistette all'esame e mi portò (in macchina!) a mangiare una fetta di torta in un caffè un po' fuori vista. Stava per sposarsi, non so se me lo disse allora o lo seppi poi. A mio onore devo riconoscere che apprezzai la sua gentilezza. Da vecchietto è facile dirlo, ma anche allora ricordo che mi fece piacere e penso che glielo mostrai. Ciò non toglie che la mitologia dell'abbandono si arricchisse di un nuovo capitolo e che nella mia teoria sulle don...

No al paternalismo

No al paternalismo Per dire del periodo: non feci a tempo a essere ammesso alla routine comune che feci amicizia con un compagno venezuelano. Lui stava lasciando il sanatorio perché era guarito. Mi lasciò in regalo una bottiglia di rhum e l'emozione guerrigliera. Mi affidò anche una descrizione della situazione molto chiara: Selva dei Pini sopravviveva grazie al protrarsi delle cure, mediche o studentili che fossero. La patologia era in calo e più i ricoveri erano lunghi e più la crisi si sarebbe allontanata. Così si sarebbe potuto pensare con qualche ragione che la lunghezza dei ricoveri non dipendesse solo dal fatto che quei bastardi di bacilli di Koch sono tosti da ammazzare, subdoli e caparbi. In effetti c'erano anche situazioni oltre il limite, ricoverati senza necessità che trovavano conveniente utilizzare quella forma di pensionato. Il mio amico venezuelano mi fece leggere un volantino, un documento di denuncia di quella situazione: era evidente come la malattia e la ...

La malattia è sociale

La malattia è sociale Il mio sessantotto finì e non finì. Non ho fatto a tempo a scriverlo che altri ricordi hanno richiamato la mia attenzione, ma non si tratta di quello, non si tratta di una memoria viva o di una disposizione d'animo in base alla quale si ritiene invece di obliare. Il sessantotto non ce lo ho avuto solo dentro e le cose effettivamente cambiano nel mondo, attorno a noi. Almeno alcune -anche inavvertitamente, come ladri nella notte si sarebbe detto un tempo- che ti sei addormentato con il tesoretto pieno e al risveglio il cofanetto è vuoto. Così questo rischia di essere un momento triste, anche perché vorrebbe combinarsi con qualcosa d'altro e darsi l'aria di scivolare verso la bocca spalancata della voracità del tempo. Il tempo come risorsa, come occasione irripetibile, la vita che scorre in una sola direzione, l'entropia, il sessantotto delle interviste, il ragionarci, il consumo. E allora forzo l'umore e racconto la beffa: di quando, il giorn...

Dalle Alpi alle Piramidi

Dalle Alpi alle Piramidi La cronologia comincia a mancarmi un po', ma fino a quando riesco a farne a meno, preferirei continuare così, dottore, lei è d'accordo? Me ne sono accorto ieri, di questa esigenza, quando a un certo punto mi è saltato su il ricordo del golpe in Grecia, i colonnelli, l'università di Atene assediata dai blindati. Quando fu? Anticipò o seguì? (Non per tutti il 68 fu un punto di svolta e di partenza come per me, per molti fu un punto intermedio e possono aver miglior memoria di ciò che venne prima e di cosa dopo.) Di una data sono comunque sicuro e è l'agosto del 68, l'invasione della Cecoslovacchia. Alla fine delle vacanze di famiglia eravamo sulla via del ritorno dalla Spagna. Eravamo in un campeggio vicino al lago di Avigliana quando mio padre sentì la notizia dal giornale radio e ci affrettammo a rientrare. Fu dunque già a settembre che organizzammo il sit-in contro la repressione del movimento di Praga? Ricordo che era una bel...

La Lunga Marcia Attraverso e Contro le Istituzioni LuMACI(A?)

La Lunga Marcia Attraverso e Contro le Istituzioni LuMACI(A?) Me lo ricordo come se fosse ora Andrea che ridendo si fa girare in bocca l’improbabile sigla trasformandola in un invito lubrico. Era un ragazzo che esprimeva energia Andrea, e la sua fisicità piuttosto decisa e diretta mi faceva sempre un effetto inquietante. Ne avevo qualche ragione perché un anno prima era solito inseguirmi per strada (esattamente alle giostre, luogo lungamente bighellonato dagli adolescenti con poche monete in tasca) volendo attaccare briga perché lui si considerava liberale e io ero figlio di un comunista. Dacché l’ora del sessantotto era scoccata, Andrea era diventato un compagno, di quelli più presenti, ma gli era rimasto il gusto di rompermi le scatole, questa volta da sinistra: ero pure sempre figlio di uno del PCI! Ora eravamo a casa di Marco e facevamo bisboccia con il bar di casa. Andrea sostituiva i liquori con acqua man mano che il livello si abbassava. Pronunciava “luuumaaaciii…...

Il personale è politico

Il personale è politico All’epoca dei fatti –come direbbe un cronachista che si rispetti-, sebbene qui di fatti ce ne siano pochi o troppi, il sottoscritto si era abituato a un compagno di vita fastidioso e deprimente, a un dolore soffocato alla gola, a un nodo al gargarozzo. Una stretta che talvolta si faceva appena percettibile, talaltra molto molto intensa, davvero dolorosa. Nella sua testa sedicenne si era fatto l’idea che quella sensazione fosse una reazione all’ingiustizia, forse perché gli era capitato di sentirla chiaramente di fronte agli spettacoli di sofferenza inflitta: cane bastonato = stretta al collo… , forse perché stimava che fosse ingiusta la sofferenza nella vita… ma non avrebbe saputo dire cosa ci fosse di ingiusto nel senso di timidezza che provava di fronte alle ragazze, o nel senso di inadeguatezza che provava verso i coetanei o in tante altre situazioni. Non avrebbe saputo dirlo di primo acchito; ma al sottoscritto non difettavano troppo determina...

NO ALLA DELEGA

NO ALLA DELEGA Trovo il mio fantasmino del sessantotto particolarmente arguto dal punto di vista dell'identificazione amico-nemico, quell'operazione tanto interessante ieri, oggi e probabilmente domani, terreno politico quanto pochi altri. Dico questo perché ricordo benissimo strani sconvolgimenti nella mia testa e in quella altrui. Innanzitutto i fascisti. A mio gusto il fatto che qualcuno sostenesse delle cose diverse delle mie era una occasione di sfida irresistibile (ora sono un po' cambiato) la possibilità di dimostrare che aveva torto il premio e la possibilità di costruire mediazioni il campo da gioco. Per cui -inutilmente, a gratis, sbagliando quanto vi pare- io mi ci divertivo a discutere con i missini prima del movimento. Oddio, c'è da dire che prima del sessantotto era piuttosto difficile discutere con i democristiani a Trento perché chi glie lo faceva fare di discutere fuori da loro stessi -maggioranza assoluta- quando le posizioni politiche l...

La scuola borghese si abbatte e non si cambia (II)

La scuola borghese si abbatte e non si cambia (II) Il mio Sessantotto imbroglione… Lo sapevo che sarebbe successo, che lo avrei smascherato il mio sessantotto addomesticato, ma con una sola immagine, poi! Durante una manifestazione -in quei mesi dire pacifica è ovvio perché erano tutte pacifiche, mi sembra, da noi, la forza veniva usata solo per superare l'imbarazzo e costringersi a urlare gli slogan- i miei occhi fotografarono sotto la recinzione delle magistrali due studentesse, vestite da brave ragazze dell'epoca, con sottobraccio i libri trattenuti dall'elastico, e un agente della pubblica sicurezza, con il cappottone grigio infeltrito che le picchia con il calcio del moschetto impugnato per la canna. E' un fotogramma isolato, non ricordo niente né prima né dopo. Le avrà picchiate piano o di sguincio, tremante per il sacro fuoco di ristabilire ordine e gerarchia? Me lo auguro , altrimenti son botte gravi, quelle. Si diceva peraltro che anche gli stude...