La Lunga Marcia Attraverso e Contro le Istituzioni LuMACI(A?)
La Lunga Marcia Attraverso e Contro le Istituzioni LuMACI(A?)
Me lo ricordo come se fosse ora Andrea che ridendo si fa girare in bocca l’improbabile sigla trasformandola in un invito lubrico. Era un ragazzo che esprimeva energia Andrea, e la sua fisicità piuttosto decisa e diretta mi faceva sempre un effetto inquietante. Ne avevo qualche ragione perché un anno prima era solito inseguirmi per strada (esattamente alle giostre, luogo lungamente bighellonato dagli adolescenti con poche monete in tasca) volendo attaccare briga perché lui si considerava liberale e io ero figlio di un comunista. Dacché l’ora del sessantotto era scoccata, Andrea era diventato un compagno, di quelli più presenti, ma gli era rimasto il gusto di rompermi le scatole, questa volta da sinistra: ero pure sempre figlio di uno del PCI! Ora eravamo a casa di Marco e facevamo bisboccia con il bar di casa. Andrea sostituiva i liquori con acqua man mano che il livello si abbassava. Pronunciava “luuumaaaciii…aaaa” come se fosse il verso di invito alla concupiscenza lasciva. “Luuuumaaaaciiii…aaaa”. L’ultima vocale tirata con tono interrogativo perché non trovava posto nella sigla. Quel giorno il torello era in buona e mi sentivo esentato dal vedermi fissato sempre più da vicino dai suoi occhi lucidi e –in quel momento- per nulla divertenti mentre mi apostrofava minaccioso il suo punto di vista sui riformisti e i revisionisti. Potevo stare tranquillo e accompagnarmi con Giulia nella stanza vicina dove avremmo potuto estenuare la rara intimità con attenzioni tutt’altro che languide ma ferreamente limitate. “Giulia, Giulia, ti rendi conto che l’appropriazione privata alla base della nascita della famiglia e dello Stato è un atto tutto sommato controrivoluzionario?” Incredibilmente (vi conosco, mascherine!) Giulia cedette. Se non sbaglio dopo un assedio di un paio di anni e certo non grazie alla profondità di queste argomentazioni, ma cedette. Il problema era che cedette per così dire “una tantum”, costringendomi a rinnovare l’assedio per ottenere un’altra occasione di amore. Diciamocela questa parola così maltrattata, separata, equivocata, alienata, tradita, strumentalizzata.
La strumentalizzazione era una delle bestie nere di quel tempo, se non ricordo male, e degli anni seguenti. Si veniva strumentalizzati a propria insaputa e proprio malgrado nell’ipotesi migliore, altrimenti il giudizio –o la sua minaccia- andava via via peggiorando. La lancetta si spostava verso il rosso e rischiava di arrivare a fine corsa stabilizzandosi su “provocatore” o –in casi opposti- su “comunista, sovietico, cinese, albanese…?” L’ipotesi minacciosa di essere degli strumentalizzati era in realtà la minaccia di un giudizio e come tale andava respinta in toto, delegittimata. Questo potere di dare voti andava disinnescato, occorreva riappropriarsene. E –proprio adesso che sto scrivendo- mi colpisce l’analogia tra questo sistema tutto sommato ingenuo di comando e quel sistema privato della gelosia, quello che minaccia di concludersi nel “mi stai mentendo”, quell’eterno rinnovarsi del sospetto.
Io lo ho patito tanto questo meccanismo e lo posso evocare ancora adesso sentendo che è pronto a insinuarmisi dentro, a risalire dal remoto a iniziare a stringermi alla gola. A dirla tutta un passo avanti l’ho fatto: dietro alla gelosia riconosco una paura più profonda e più lontana, ma che ammissione di piccolezza e di inermità è necessaria… Oggi che sono ancora più certo del senso costitutivo del collettivo e che ho imparato a riconoscere nella liberazione del femminile la principale speranza di guarigione, non mi sembra che quegli antichi passi e dolori fossero ingenui, anzi comincio a credere che in ogni gioventù possa abitare da cittadina la nostra speranza.
Me lo ricordo come se fosse ora Andrea che ridendo si fa girare in bocca l’improbabile sigla trasformandola in un invito lubrico. Era un ragazzo che esprimeva energia Andrea, e la sua fisicità piuttosto decisa e diretta mi faceva sempre un effetto inquietante. Ne avevo qualche ragione perché un anno prima era solito inseguirmi per strada (esattamente alle giostre, luogo lungamente bighellonato dagli adolescenti con poche monete in tasca) volendo attaccare briga perché lui si considerava liberale e io ero figlio di un comunista. Dacché l’ora del sessantotto era scoccata, Andrea era diventato un compagno, di quelli più presenti, ma gli era rimasto il gusto di rompermi le scatole, questa volta da sinistra: ero pure sempre figlio di uno del PCI! Ora eravamo a casa di Marco e facevamo bisboccia con il bar di casa. Andrea sostituiva i liquori con acqua man mano che il livello si abbassava. Pronunciava “luuumaaaciii…aaaa” come se fosse il verso di invito alla concupiscenza lasciva. “Luuuumaaaaciiii…aaaa”. L’ultima vocale tirata con tono interrogativo perché non trovava posto nella sigla. Quel giorno il torello era in buona e mi sentivo esentato dal vedermi fissato sempre più da vicino dai suoi occhi lucidi e –in quel momento- per nulla divertenti mentre mi apostrofava minaccioso il suo punto di vista sui riformisti e i revisionisti. Potevo stare tranquillo e accompagnarmi con Giulia nella stanza vicina dove avremmo potuto estenuare la rara intimità con attenzioni tutt’altro che languide ma ferreamente limitate. “Giulia, Giulia, ti rendi conto che l’appropriazione privata alla base della nascita della famiglia e dello Stato è un atto tutto sommato controrivoluzionario?” Incredibilmente (vi conosco, mascherine!) Giulia cedette. Se non sbaglio dopo un assedio di un paio di anni e certo non grazie alla profondità di queste argomentazioni, ma cedette. Il problema era che cedette per così dire “una tantum”, costringendomi a rinnovare l’assedio per ottenere un’altra occasione di amore. Diciamocela questa parola così maltrattata, separata, equivocata, alienata, tradita, strumentalizzata.
La strumentalizzazione era una delle bestie nere di quel tempo, se non ricordo male, e degli anni seguenti. Si veniva strumentalizzati a propria insaputa e proprio malgrado nell’ipotesi migliore, altrimenti il giudizio –o la sua minaccia- andava via via peggiorando. La lancetta si spostava verso il rosso e rischiava di arrivare a fine corsa stabilizzandosi su “provocatore” o –in casi opposti- su “comunista, sovietico, cinese, albanese…?” L’ipotesi minacciosa di essere degli strumentalizzati era in realtà la minaccia di un giudizio e come tale andava respinta in toto, delegittimata. Questo potere di dare voti andava disinnescato, occorreva riappropriarsene. E –proprio adesso che sto scrivendo- mi colpisce l’analogia tra questo sistema tutto sommato ingenuo di comando e quel sistema privato della gelosia, quello che minaccia di concludersi nel “mi stai mentendo”, quell’eterno rinnovarsi del sospetto.
Io lo ho patito tanto questo meccanismo e lo posso evocare ancora adesso sentendo che è pronto a insinuarmisi dentro, a risalire dal remoto a iniziare a stringermi alla gola. A dirla tutta un passo avanti l’ho fatto: dietro alla gelosia riconosco una paura più profonda e più lontana, ma che ammissione di piccolezza e di inermità è necessaria… Oggi che sono ancora più certo del senso costitutivo del collettivo e che ho imparato a riconoscere nella liberazione del femminile la principale speranza di guarigione, non mi sembra che quegli antichi passi e dolori fossero ingenui, anzi comincio a credere che in ogni gioventù possa abitare da cittadina la nostra speranza.
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