La scuola borghese si abbatte e non si cambia
La scuola borghese si abbatte e non si cambia
Nel liceo Prati, lungo i suoi corridoi ce ne stavamo formicolando in trepida attesa dell'assemblea generale. Sul portone spicciavamo manifestini. Un po' discosti, durante gli intervalli, fumavamo e corteggiavamo fidanzate. In aula, quarta A, facevamo guerriglia. Personalmente misi a segno due sabotaggi niente male, ai danni della stabilità psichica del prete professore di greco e latino. Sedia sulla cattedra, gessetto, e ecco il crocefisso contornato da buchi di proiettile secondo la migliore tradizione anarchica spagnola. Urla, cardiopalma, richiesta di intervento del bidello. Tutto a scoppio ritardato: la pattuglia era rientrata alla base da tempo e stava seduta al banco a registrare le modalità di reazione del nemico, la tenuta del proletariato. Di lì a pochi giorni a adornare l'immagine istituzionale furono due paia di ali da pipistrello ritagliate nella carta, e questa volta a fare da innesco non fu necessario attendere un tema in classe con relativo spostamento dell'insegnante in fondo, a controllare gli allievi. Ecco uno sguardo, leggermente preoccupato, mentre si dondola sulle gambe posteriori della sedia, il faccione rivolto verso l'alto. Perché le ali si staccavano dalla parete -capite- facevano un po' di spessore per cui si vedevano meglio. Ecco le mosse catastrofiche, i gridi soffocati nella strozza. Nuova incredulità, nuova corsa dal preside da cui tornò accompagnato -forse protetto. Il preside lui sì ex infartuato e dunque calmo e controllato. Tranquillo e anche leggermente divertito, devo dire. Era uomo anziano e -si diceva- ex repubblichino nel senso che per la Repubblica di Salò aveva -si diceva- ricoperto non so quale incarico al Ministero. Forse tutto quel sovvertimento da parte degli studenti e soprattutto tutto quello spaesamento da parte degli insegnanti, quel brivido che attraversava la Scuola, lo compensavano della perdita del suo ruolo, della sconfitta. Chissà. Mi è rimasta l'idea di essergli stato tutto sommato simpatico.
Non che in classe fossimo tutti atei militanti, no di sicuro. È che condividevamo un momento verticale di iconoclastia verso le persone e verso le cose, qualcosa che ritorna anche alla fine di Zabriskie Point. Eravamo peraltro una classe molto unita perché tutti avevamo l'accortezza di rispettarci e di chiederci le opinioni senza offendersi se qualcuno le aveva diverse o non le aveva affatto. In qualità di ripetente e di infiammato tribuno mi trovavo a tirare la volata. Tanto che fui io a pronunciare il discorso al professore di greco e latino per dettare alcune condizioni per il prosieguo ordinato dell'attività scolastica e -forse- ne fui anche l'ispiratore. In sintesi l'esimio fu pregato di limitare le attività -soprattutto i temi e le interrogazioni- a quegli allievi che le avessero accettate vuoi per interesse, vuoi per curiosità. Chi avesse invece desiderato tenersene lontano lo avrebbe potuto fare e non ci sarebbero state ritorsioni. E morta là. Nessun risentimento o vendetta, ma un sospiro di profonda soddisfazione credo lo tirai.
Il fatto è che era maggio e dalle finestre il '68 entrava direttamente da Parigi, da Berlino, da Roma, da Atene, da Riva e da Termeno, da Los Angeles e da Washington, dappertutto. Nelle quarte ginnasio si formava il collettivo pendolari, l'ora di religione diventava facoltativa nei fatti. Talvolta, dopo una rapida consultazione fuori dal portone, la quinta A decideva di non entrare. Dopo qualche esperimento di questo tipo, constatati i prezzi dei bar, delle pasticcerie e delle osterie, entravamo tutti con bottiglioni di vino e si faceva festa in aula ovviamente sospendendo la didattica. Comunque c'erano lezioni seguite con attenzione e interesse, le persone leggevano e imparavano, molti studiavano (non io). Ma questa è un'altra storia e non ho intenzione di raccontare tutto, non adesso, e si è fatto tardi.
Nel liceo Prati, lungo i suoi corridoi ce ne stavamo formicolando in trepida attesa dell'assemblea generale. Sul portone spicciavamo manifestini. Un po' discosti, durante gli intervalli, fumavamo e corteggiavamo fidanzate. In aula, quarta A, facevamo guerriglia. Personalmente misi a segno due sabotaggi niente male, ai danni della stabilità psichica del prete professore di greco e latino. Sedia sulla cattedra, gessetto, e ecco il crocefisso contornato da buchi di proiettile secondo la migliore tradizione anarchica spagnola. Urla, cardiopalma, richiesta di intervento del bidello. Tutto a scoppio ritardato: la pattuglia era rientrata alla base da tempo e stava seduta al banco a registrare le modalità di reazione del nemico, la tenuta del proletariato. Di lì a pochi giorni a adornare l'immagine istituzionale furono due paia di ali da pipistrello ritagliate nella carta, e questa volta a fare da innesco non fu necessario attendere un tema in classe con relativo spostamento dell'insegnante in fondo, a controllare gli allievi. Ecco uno sguardo, leggermente preoccupato, mentre si dondola sulle gambe posteriori della sedia, il faccione rivolto verso l'alto. Perché le ali si staccavano dalla parete -capite- facevano un po' di spessore per cui si vedevano meglio. Ecco le mosse catastrofiche, i gridi soffocati nella strozza. Nuova incredulità, nuova corsa dal preside da cui tornò accompagnato -forse protetto. Il preside lui sì ex infartuato e dunque calmo e controllato. Tranquillo e anche leggermente divertito, devo dire. Era uomo anziano e -si diceva- ex repubblichino nel senso che per la Repubblica di Salò aveva -si diceva- ricoperto non so quale incarico al Ministero. Forse tutto quel sovvertimento da parte degli studenti e soprattutto tutto quello spaesamento da parte degli insegnanti, quel brivido che attraversava la Scuola, lo compensavano della perdita del suo ruolo, della sconfitta. Chissà. Mi è rimasta l'idea di essergli stato tutto sommato simpatico.
Non che in classe fossimo tutti atei militanti, no di sicuro. È che condividevamo un momento verticale di iconoclastia verso le persone e verso le cose, qualcosa che ritorna anche alla fine di Zabriskie Point. Eravamo peraltro una classe molto unita perché tutti avevamo l'accortezza di rispettarci e di chiederci le opinioni senza offendersi se qualcuno le aveva diverse o non le aveva affatto. In qualità di ripetente e di infiammato tribuno mi trovavo a tirare la volata. Tanto che fui io a pronunciare il discorso al professore di greco e latino per dettare alcune condizioni per il prosieguo ordinato dell'attività scolastica e -forse- ne fui anche l'ispiratore. In sintesi l'esimio fu pregato di limitare le attività -soprattutto i temi e le interrogazioni- a quegli allievi che le avessero accettate vuoi per interesse, vuoi per curiosità. Chi avesse invece desiderato tenersene lontano lo avrebbe potuto fare e non ci sarebbero state ritorsioni. E morta là. Nessun risentimento o vendetta, ma un sospiro di profonda soddisfazione credo lo tirai.
Il fatto è che era maggio e dalle finestre il '68 entrava direttamente da Parigi, da Berlino, da Roma, da Atene, da Riva e da Termeno, da Los Angeles e da Washington, dappertutto. Nelle quarte ginnasio si formava il collettivo pendolari, l'ora di religione diventava facoltativa nei fatti. Talvolta, dopo una rapida consultazione fuori dal portone, la quinta A decideva di non entrare. Dopo qualche esperimento di questo tipo, constatati i prezzi dei bar, delle pasticcerie e delle osterie, entravamo tutti con bottiglioni di vino e si faceva festa in aula ovviamente sospendendo la didattica. Comunque c'erano lezioni seguite con attenzione e interesse, le persone leggevano e imparavano, molti studiavano (non io). Ma questa è un'altra storia e non ho intenzione di raccontare tutto, non adesso, e si è fatto tardi.
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