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Visualizzazione dei post da settembre, 2017

Un pomeriggio di un giorno da cani (I racconti del Campari n° 6)

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Primo pomeriggio triste. Ci incontriamo direttamente al bar. Piove e non ha senso aspettare sotto l'acqua e poi immagino che Gianni non abbia voglia di attendere e si stia già facendo il primo dei suoi gin al Campari. E invece il tavolino è vuoto, salvo una sigaretta sul posacenere. Lo riconosco dal giornale appoggiato lì accanto, ormai che lo leggano ci sono lui e quattro altri squinternati. Eccolo: evidentemente arriva dal bagno perché si sta finendo di asciugare le mani. Mi si avvicina, mi sorride e mi fa -Oggi offro io! Che prendi? -Cappuccino, grazie. -Vuoi anche qualcosa da mangiare? -Eh, perché no? Sì, una ciambella. Torna dopo poco, portandomi la ciambella rincorso dal cameriere con il mio cappuccino e la sua bumba. -Non hai fatto colazione? Io lo guardo negli occhi, un po' di traverso. -Mi sono appena alzato, sono stato su tutta la notte a lavorare. -Caspita! Gli sento nel tono due cose precise: la prima è che accetta con riserva la mia spiegazione, la seco...

Ma non per sempre

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Q uesto post non riesc e a formarsi nell'animo: tutte le emozioni dei ricordi evocati in queste ultime settiman e e anche prima attendevano di arrivare qui, al '77. Pregustavano la foce e ora mi si presentano spente pozzanghere nel loro aggrovigliarsi nelle parole che sarei costretto a usare. E m i sembra di non provare nulla se non un risentimento verso la mia età che mi allontana da quella. Quell'età che sembra rifiutarsi di prestarsi al racconto mentre questa età è fin troppo pronta a raccontare e raccontare e raccontare quello che per tanti anni a me ma anche a molti altri è sembrato non racconta bile. Mi verrebbe da dire che il '77 non è mai esistito e che sono troppo confuso e triste per raccontare il mio '77 e nemmeno il nostro. Ma nel '77 -per dirla così- c'era un sacco di gente, nuova e diversissima, e sono contento che Tano la abbia fotografata in bianco e nero perché davvero i colori che ricordo erano poco saturi, grigi mi verrebbe da ...

Osvaldo

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A scrivere così, rammentando e ricucendo nel racconto, senza occhi amici -i miei per primi- che si prestino a una prima lettura, con un'urgenza a scrivere e spiegarsi fatta per metà di entusiasmo e per metà di dolore e urgenza per il male che torna a farsi palpabilmente vincente attorno a noi (e quale male!); capita di diventare criptici, di dover tornare sullo scritto passato perché non si ha meditato abbastanza sul testo prima di pubblicarlo. Nel post precedente scrissi “ preso com'ero dal paradigma della lotta di classe in quanto lotta operaia” e questa cosa andrebbe spiegata, oltre che riscritta un poco meglio. In primo luogo c'era la coscienza che condividevo con tanti che in quanto studenti la nostra insorgenza fosse debole e che fosse indispensabile che si diffondesse alle fabbriche, in secondo luogo le lotte operaie espressero radicalità e punti di vista sconvolgenti e così rappresentarono sia una calamita che un problema. In terzo luogo nelle fabbriche la...

Lumachina testarda

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Ho citato Michele che da primo della classe in pochi giorni si fece amico e compagno e ora la memoria me ne riporta il viso e, assieme al suo, quello di Enrico sempre un po' arrossato, con i pomelli rossi anche se il tono era più verso il rosa, forse perché aveva a una pelle molto sottile oltre che una gran quantità di sangue nelle vene. Mutò anche lui: negli anni precedenti mi veniva sotto nei luoghi pubblici, il che voleva dire per me essenzialmente al parcheggio che periodicamente diventava parco di divertimenti. Ci si andava a rompere la noia dei lunghi pomeriggi. La paghetta se ne finiva a pagare i gettoni per gli autoscontri col pennacchio di scintille e per i dischi volanti che girando attorno al perno centrale in giostra e ruotando su se stessi in cima al loro braccio pneumatico si sparavano con le mitragliatrici e, se la mira era stata buona, facevano sì che gli avversari perdessero quota mentre il vincitore poteva svettare in alto e, gongolando, ruotare un po' a d...

Storicamente determinato

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Ho avuto la fortuna generazionale e personale di far parte di un movimento, di quel movimento, del fantasma dei nostri ricordi che sembra diventato da tempo un fatiscente riferimento concettuale e linguistico quando non un feticcio scambiabile e tesaurizzabile e forse questa postuma esistenza artificiale si è imposta più a causa della indicibilità epistemologica e dell'impossibilità di comunicare le esperienze piuttosto che per un mutare dei tempi e delle condizioni. Cos'era e dov'era il movimento? Quando nacque e quanto durò? Appena si accenna a una risposta, la perfida anguilla del pensiero propone alternative, prove contrarie, eccezioni, confutazioni. Ora vorrei ricordare la sua fase iniziale, anzi, qualche sensazione dei primi suoi mesi e altri piccoli sprazzi. Prima, però, a mo' di viatico, vorrei raccontare che delle assemblee degli studenti di medicina a Careggi nel 1971 non ricordo solo la figura di una ragazza siciliana nera e bella, ma anche quella di u...

Errore di sintassi

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Nell'area omogenea di Rebibbia ero entrato nel gruppo che faceva riferimento a Franco Tommei e alla sua personalità, oltre che al suo discorso, e cioè alla fisicità della relazione che agiva, mettendovi nell'angolo di pancia oltre che di eloquio, di esperienza, di strumenti di pensiero e di cuore, come mi sembrava di avvertire distintamente sotto il sarcasmo, l'ironia, il metterti a tappeto con bordate di argomentazioni, tutte le sue arti preferite. Buono in modo trasverso o anche diretto, ma solo talvolta; normalmente cattivo, cattivissimo e che io ricordi mai perfido. Per me che pativo il non aver conosciuto se non a spizzichi la storia delle lotte di quegli anni, il flusso di opinioni, imprecazioni, giudizi, curiosità, storie e battute che Francone produceva era ossigeno. L'ossigeno peraltro può bruciare: dovevo confessare a me stesso con sconforto di esser stato tra quelli che alla notizia del rapimento avevano festeggiato. Messo di fronte alle motivazioni delle...

Bandiere (La Ragione ricorda la Tigre con i denti a sciabola III)

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Di nuovo, brevemente e controvoglia debbo usare il noi: qui non mi pesa l'identificazione collettiva; ma preferirei parlare per me solo. Però quello che scrivo qui è frutto e fardello solo mio. Poi mi scuso di accingermi a annoiarvi con storie vecchie e risapute che a mio maggior danno riassumo in modo rozzo e con talune forzature di metodo. E' che mi preme arrivare in fondo e in fretta. Per ottenere il risultato infilo anche un "voi", in questo scrittp. Talvolta è un "voi" diverso e sarà il lettore a immaginare a chi si riiferisca di volta in voilta. Caroline de Bendern, inglese e di nobili origini, indossatrice, sfilò in corteo con gli studenti parigini che occupavano la Sorbona, e fu immortalata in una fotografia che molti della mia generazione hanno nel cuore. Intervistata, dirà: “Non ero una rivoluzionaria, ma ero contro la guerra del Vietnam e in America avevo simpatizzato per il movimento hippie. Ho sempre amato la libertà, lo spirito crea...