La tu querida presencia

(La tu querida presencia)
Sono dovuto ricorrere a wiki per collocare nel tempo la morte di Holger Meins e soprattutto la fotografia del suo cadavere scheletrito e gonfio, percorso per tutta la lunghezza del torso dallo zigzag della sutura post autopsia. Avrei detto che fosse successiva alle cose che ho raccontato fin'ora. Invece è del novembre del 1974, le aveva precedute, c'era rimasta accovata dentro. Ricordo il momento in cui la vidi per la prima volta. Ero a casa, a Trento, al telegiornale della sera, accanto a mio padre. Non ascoltai le informazioni e non dissi parola, rimasi a osservare l'immagine provando la consapevolezza di un punto di non ritorno. Una consapevolezza del tutto astratta se misurata con la situazione del momento; ma allora, mi interessa sottolinearlo, a me e penso a molti la consapevolezza di decisioni prese e al momento non agite era una richiesta quotidiana da fare alla propria vita. Qualcosa che prima o poi avrebbe mosso qualcos'altro.
Oggi mi rendo conto che la testa del Che morto, ripreso nella famosa fotografia a mezzo busto, non solo sembra una deposizione del Mantegna ma da sempre mi suscita il desiderio di tenermela sulle ginocchia e di cullarla, che mi smuove un sentimento materno. In passato non mi era molto chiaro ma adesso mi riaffiora riconoscibilissimo, e capisco che c'era anche prima. C'era, bastava grattare un po'. Grattare. Come se fosse facile, come se il coraggio e l'amore di ca(r)pire il proprio desiderio fossero, siano e saranno meno che miracolosi. Comunque questo sento quando vedo quel viso grande e buono piegato in modo innaturale in avanti, il bisogno di consolarlo, accarezzarlo e piangerlo. Come se l'affetto per il Che avesse qualcosa di dolce e di facile anche nel dolore.
La fotografia del corpo di Holger Meins, il corpo medesimo io credo sono terribili, pietrificano. Vengono in mente assieme Schiele e Dachau. L'essenza colta in quella fotografia fa risuonare una relazione con la coscienza dei campi di sterminio, con l'annichilazione.
Siamo nel 1974 e io di fronte alla violenza ancora annaspo. Non so fino a che punto sia lecito spingersi. Immagino che Segrate io lo possa aver digerito in fretta: si trattava di un traliccio; so che c'erano episodi, azioni che volutamente tenevo fuori dal mio orizzonte, che non volevo sapere. Oggi la lettura di quello che scrivevano i componenti della RAF in carcere mi fa stare male tanto riesco a capirlo e tanto me ne spavento: la distanza politica da quel gruppo tedesco non mi protegge di fronte alla contagiosità di quelle lettere che mi aprono lo stesso problema che credo aprano a chiunque, a prescindere dalla sua storia personale o dalle sue idee. Come se quello che è successo in quegli anni in Germania riesca a descrivere perfettamente uno degli esiti possibili di una assenza.
Il corpo di Holger Meins sfida la mia pietà, si erge a mio giudice dove il corpo del Che mi si offre al cuore.
Su youtube si sprecano le interpretazioni della canzone del Che, Hasta Siempre Comandante. La esemplare parabola di lotta e di morte della RAF ha una sola esecuzione possibile, quella inchiodata dai suoi membri alla cronaca di quegli anni e alle loro parole. Una canzone che nessuno spero tornerà a cantare e che noi ci trovammo a accennare, forse senza saperlo, in alcuni mesi a cavallo tra l'80 e l'81 o forse l'82. Sono felice che potemmo evitarci di intonarla, ma so che avremmo potuto interpretarla bene, conosco l'aria in cui si può spiegare e mi sembra di vederla mentre ci fissa con gli occhi ciechi di Holger Meins.

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