No al paternalismo

No al paternalismo
Per dire del periodo: non feci a tempo a essere ammesso alla routine comune che feci amicizia con un compagno venezuelano. Lui stava lasciando il sanatorio perché era guarito. Mi lasciò in regalo una bottiglia di rhum e l'emozione guerrigliera. Mi affidò anche una descrizione della situazione molto chiara: Selva dei Pini sopravviveva grazie al protrarsi delle cure, mediche o studentili che fossero. La patologia era in calo e più i ricoveri erano lunghi e più la crisi si sarebbe allontanata. Così si sarebbe potuto pensare con qualche ragione che la lunghezza dei ricoveri non dipendesse solo dal fatto che quei bastardi di bacilli di Koch sono tosti da ammazzare, subdoli e caparbi. In effetti c'erano anche situazioni oltre il limite, ricoverati senza necessità che trovavano conveniente utilizzare quella forma di pensionato. Il mio amico venezuelano mi fece leggere un volantino, un documento di denuncia di quella situazione: era evidente come la malattia e la condizione di malato possiedano un uso e una funzione sociale, pensate un po' a cosa eravamo arrivati, contesse! Era stato scritto da un collettivo di degenti e anche da lui. Per dire del periodo. Non partecipai mai però a una mobilitazione o a riunioni e dunque penso che quel momento fosse passato quando arrivai io. La partenza del mio amico e il mio arrivo, un documento che avrei volentieri firmato ormai consegnato, una generazione e la successiva... è così, magari in un'altra vita arrivo un po' prima.
Insomma, ce ne stavamo arrampicati sull'appennino modenese a rimpinzare la pancia, governati paternalisticamente, dedicandoci a passatempi talvolta proibiti ma in fin dei conti tollerati. Passatempi anche avventurosi, come le visite notturne alle ragazze. Lì ci voleva una corda con i nodi per passare da piano a piano (sappiatelo: la scaletta di corda non funziona se non c'è un muro a cui appoggiarsi) e dunque una organizzazione clandestina che occultasse quella strumentazione, che tenesse conto delle assenze e delle presenze. Una organizzazione informale ma solida, cementata dalle cenette notturne cioè da un livello meno impegnativo di illegalità,… molto collegio, molto carino.
Certo però che non potevamo essere del tutto felici di prolungare il soggiorno montano forse oltre il necessario. Un il sanatorio può assomigliare a una casa dello studente solo fino a un certo punto. Era un mondo in bilico tra malattia e sanità e il primario, anima e volontà reggitrici, faceva pendere la bilancia a suo imperscrutabile modo. La malattia spaventava, talvolta faceva orrore. Il punto focale erano le visite periodiche con il loro carico di speranze, ipotesi, interpretazioni, tutto destinato a impattare, a arenarsi o a naufragare, sulle incomprensibili mappe bianco/azzurrino di una lastra. Era attorno a questo nucleo che si dipanava il filo e si basava la trama del ricamo: “sono meno malato di quanto sembrerebbe, mi tengono qui perché vogliono guadagnarci”, “mi curano a modo loro in modo da tenermi qui”.
Qualcuno penserà che è da pazzi che io insista a non considerare l'infezione, la sua gravità, la malattia nella sua realtà, oppure che ero fortunato a essere un malato lieve. Col cavolo! Fu un improvviso e piuttosto drammatico peggioramento della mia salute a costringere i medici a un intervento decisivo e un po' invalidante e a determinare una svolta di guarigione. Drammatico, e per soprammercato, con questo contornino gourmet: ancor prima di curarmi mi fu rimproverata la partecipazione a una partita di pallone. Cioè, dire a me che ho giocato a pallone… Bah, è dagli otto anni che lo evito. Sono molto trasparenti talvolta le declinazione della oggettività nella relazione sociale! E' così anche oggi sotto le coltri, ma negli orrendi anni settanta se ne poteva parlare e i medici si poteva anche mandarli a quel paese, il re era più nudo.
Pagato il prezzo della cura di forza, riuscii anche a tornarmene a casa. Ora l'aria buona piuttosto che respirarla dovevo farmela filtrare tra le pleure una volta in settimana, per tenere il polmone malato a riposo. Come avere la malattia in tasca, il prezzo pagato.

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