La malattia è sociale

La malattia è sociale
Il mio sessantotto finì e non finì. Non ho fatto a tempo a scriverlo che altri ricordi hanno richiamato la mia attenzione, ma non si tratta di quello, non si tratta di una memoria viva o di una disposizione d'animo in base alla quale si ritiene invece di obliare. Il sessantotto non ce lo ho avuto solo dentro e le cose effettivamente cambiano nel mondo, attorno a noi. Almeno alcune -anche inavvertitamente, come ladri nella notte si sarebbe detto un tempo- che ti sei addormentato con il tesoretto pieno e al risveglio il cofanetto è vuoto. Così questo rischia di essere un momento triste, anche perché vorrebbe combinarsi con qualcosa d'altro e darsi l'aria di scivolare verso la bocca spalancata della voracità del tempo. Il tempo come risorsa, come occasione irripetibile, la vita che scorre in una sola direzione, l'entropia, il sessantotto delle interviste, il ragionarci, il consumo. E allora forzo l'umore e racconto la beffa: di quando, il giorno prima del fatidico secondo appuntamento-amoroso-sul-serio e non tarpato nelle ali prima di cominciare, alla vigilia del convolamento, dicevo, andai al dispensario antitubercolare a farmi una lastra perché da tempo soffrivo una tosse insistente e robusta. Sapete, quegli appuntamenti medici che si prendono “prima” per “toglierseli” e potersi poi dedicare alle cose che più ci premono. Che tiro!
“Si segga” furono le parole con cui venni messo a conoscenza del fatto che alle mie identità veniva testé aggiunta la qualificazione di malato. E che malattia! Il compiacimento per l'appuntamento del giorno seguente e quel pregustare il traguardo tagliato, scomparvero in uno sbattere di ciglia. Avevo i riflessi buoni, allora- e rimasi attonito come di solito si tende a fare restando di fronte alle realtà che non si possono negare e contro le quali non si può nemmeno ribellarsi. Mi fu detto subito che, in fatto di cure, la tendenza era a non ospedalizzare, a trattare l'infezione a casa, con una combinazione di farmaci efficace e rapida. E allora era proprio così, si tendeva a generalizzare tutto e comprendo benissimo che sul finire degli anni sessanta questa fosse l'impostazione del ministero e questa la modalità della sua estrinsecazione e questo il rapporto con il paziente: spiegare, responsabilizzare, dare voce… Mi mobilitai per la guarigione e per l'ingrassamento: possiedo ancora le smagliature di quel riacquisto esplosivo di peso. Il fatto era che starsene chiusi in casa (si tratta di malattie contagiose e sociali) lo pativo, nonostante la buona volontà. I diciott'anni urgono su tanti piani, per cui mi parve una buona idea quella di accettare l'invito del medico a farmi ricoverare in una struttura dedicata ai pazienti universitari. Era un po' lontana, sull'appennino modenese; ma in un certo senso questa cosa era preferibile a doversene stare vicini e separati da Giulia, dai compagni, dalla scuola, dalla Scaletta, dal giro al sass… nonostante Giulia e i compagni avessero subito chiesto di venirmi a trovare, di come farmi avere gli appunti delle lezioni… Giulia, Giulia, ieri pensavo a fare all'amore con te e oggi dovrei sedere dalla parte opposta della stanza? Avrei dovuto accettarlo, oggi lo farei, ma certe volte dentro di me la debolezza si è confusa con una specie di decisione forte, e anche di una caricatura della responsabilità virile, e così talvolta mi sono giocato malamente le carte della vita.
Rimane il fatto che feci bene a partirmene per Lama Mocogno, per il versante occidentale del monte Cimone, per il sanatorio universitario Selva dei Pini.

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