Un 18 aprile
Un 18 aprile
Una storia la avevo
avuta, un poco spenta, un poco triste. Poi mi ero innamorato di una
biondina e c'erano stati un paio di anni molto felici. Veniva anche
lei a dare volantini ecc. ecc. però mi aveva anche portato sul ponte
di santa trinita, e mi aveva fatto scendere sul pezzo di pilone che
avanza dalla strada. Per cui, chi passa, vede due che si buttano di
sotto. Ma in realtà atterrano subito e si possono mettere a
chiacchierare tra loro guardando ponte vecchio. Lei aveva passione
per la musica e estro creativo. Io la mia creatività la vivevo
sempre ingessata. Lei mi piaceva molto -mi piace ancora. Facemmo i
fidanzati, per qualche anno. Continuammo a fare i compagni, in uno
strano modo complice e avverso, più a lungo.
Il 18 aprile del
1975 avvenne uno scontro pesantissimo tra l'area della sinistra
diciamo extraparlamentare e il PCI locale dopo una manifestazione
antifascista. A me quelli dell'autonomia stavano simpatici e avevo
strappato il permesso di partecipare alla manifestazione a titolo
individuale. Quando montò la mobilitazione legge e ordine, tornai in
sede per chiamare i miei compagni. Invece mi fu proibito formalmente
di tornare alla piazza. Io li mandai a quel paese e insieme ci mandai
partito, cassette per le offerte e tutta la baracca.
Da non credere
quello che succede a mettere le date, a ricostruire la cronologia, a
rendersi conto dell'accelerazione dei tempi. Di lì a poco la
biondina mi fa fare il mio primo spinello. Graaande! Inizia il mio
periodo fricchettone: vestirsi come ci si immagina si vesta un
operaio (di Genova)? Col cavolo! Sui banchetti dell'usato c'è molta
più allegria. Passo le serate a piazza Santa Croce. Tento altre
letture, comunque cambio slogan. Conosco nuovi compagni e soprattutto
compagne. C'è questa cosa brutta da dire, ma molto peggiore in cui
trovarsi, che è questo amore per la biondina che non riesce a
crescere, che inciampa in se stesso.
Lo so che faccio una
figura barbina, lo so che per prima cosa non ne dovrei parlare e per
seconda ne dovrei tacere. Potrebbe anche darsi il caso che alcune mie
scelte successive le si potessero interpretare come dovute, derivate,
indotte da un amore che finisce o che dovrebbe finire e non finisce.
E sarebbe terribile! E sarebbe un giudizio da temere! E sarebbe una
caduta nel corrivo.
Queste vite corrive…
Be', se qualcosa è
cambiato da allora a oggi (e ce ne ha impiegato a cambiare) non sarà
proprio che oggi posso contemplarla questa possibilità? Non è una
questione di pietà per se stessi, o giudizio raggiunto. Non è
nemmeno essere diventati vecchi (figuriamoci saggi!). E che dove le
vado a cercare le decisioni, le scelte? Dentro me stesso? Se è nel
senso che nascano e crescano dentro se stessi come una piantina da un
seme, non scherziamo! In qualche organizzazione, in qualche
ideologia? Figuriamoci. Sono venute fuori dal mezzo delle relazioni
concrete di mille e mille persone, di alcune delle quali non
conoscevo nemmeno il nome, dai linguaggi che lievitavano, dalle
informazioni parziali e contraddittorie, dall'arrabattarsi impreciso,
dell'inventarsi generoso, dai sentimenti conflittuali, dal caso, dal
mordere i legacci. Di mille e mille persone, me compreso.
Per cui se ho
trovato le mie gelosie, le mie relazioni con chi amavo, la mia vita
interiore così dolorosamente inappaganti e limitate al punto da
determinarmi ancor di più a cercare un cambiamento radicale, un
crivello decisivo e una rivoluzione, che problema c'è?
❤👹
RispondiEliminaE bella la nuova grafica del blog!