Lenin sì, Stalin no
Lenin sì, Stalin no
Urlavo questo slogan
con tutto il fiato dentro il megafono o seguendo il megafono. Sfilavo
a tre metri di distanza dal mio compagno più vicino per occupare più
spazio nel corteo sindacale. Assistevo dal marciapiede ai cortei
politici o contro la guerra del Vietnam o a quelli antifascisti. Il
mio partito non li approvava. Il mio partito se ne asteneva. Il mio
partito era l'unico partito comunista non solo esistente -almeno in
nuce- ma possibile perché il materialismo dialettico e quello
scientifico sono in grado di produrre una analisi di classe
indiscutibile. Il mio partito mi faceva alzare la mattina alle
quattro per andare a volantinare al primo turno delle fabbriche, mi
teneva alzato la notte per scrivere e poi incollare decine di
manifesti di convocazione di riunioni. Il mio partito a Firenze aveva
tre sedi: una ogni tre iscritti. Il mio partito era strettamente
antiparlamentare e mi chiedeva di consegnare il certificato
elettorale. Il mio partito analizzava con diligenza i risultati delle
elezioni, quartiere per quartiere e mi teneva le ore nella sala
calcolo della facoltà di Economia e Commercio a far di conto con le
calcolatrici meccaniche, girando la manovella quando quelle
elettriche erano tutte occupate. Il mio partito mi portava a Genova,
nella sede nazionale, in convegni a cui arrivavo tanto stanco che la
mano correva da sola sul quaderno degli appunti e, prima di
riscuotermi, la scrittura aveva perso la riga, inclinandosi verso il
basso come una aereo abbattuto dalla contraerea inizia fumando la sua
parabola discendente… uaurrrrrrr...
Anche alle medie
avevo avuto a che fare con gli aerei e gli uaurrrrrrr. Il decimetro
infilato di traverso sotto la clip della penna stava fermo a imitare
le ali. Io afferravo la penna e -uaurrrrrrr- sommessamente mi
impegnavo a farlo evoluire. L'ultima volta che lo feci in classe a un
tratto ebbi la sensazione di essere osservato e infatti tutti a
partire dal professore, in silenzio, attendevano che mi accorgessi
della situazione. Tendo a distrarmi, insomma.
Forse anche il partito era una grande distrazione, in cui potevo davvero mettercela tutta e non avrei comunque cavato qualcosa.
Una grande settimana enigmistica in cui non c'è niente da capire. E se per quello, capivo poco: niente del Capitale e anche Lenin mi
faceva difficoltà. Un poco meglio con le storie: la rivoluzione russa, la Spagna, gli appiccozzamenti e le svendite dei compagni ai nazisti. Un po' -si
intende-. Ho un pessimo rapporto
con la teoria e con lo studio. A parte la pigrizia, a leggere capisco poco e con grande fatica. Allora però mettevo in gran conto l'arte combinatoria, il giudizio (il "giudizio critico" andava alla grande), la classificazione. Tutte cose che vanno poi abbastanza d'accordo con la affermazione delle verità storiche.
Erano frasi, slogan, proposizioni
che ripetevo o che cercavo di rintracciare nei discorsi. “Ecco!
Questo tizio ha detto 'compagni vietnamiti!' Tana! Si tratta di un
movimento nazionalista in un conflitto inter-imperialista! Quest'altro ha usato il tal termine,
dev'essere di Avanguardia Operaia...” A prescindere, era proprio strano quel un
modo di sragionare, quel comportamento mentale. Ancora più strana la sua relativa efficacia, quel riuscire a ottenere qualche bel trenta a prescindere dalle lotte per il voto politico, ovviamente.
Son domande che uno si fa. Si agisce una conoscenza a rovescio e si prende trenta, si milita in un gruppo che il senso della militanza lo annienta e si riescono comunque a fare delle lotte, a starci un po' dentro. Si sragiona alla grande e si rimane spiaccicati sullo scoglio della conoscenza, quella che ti aspetta dietro l'angolo e ti salta alla gola all'improvviso.
Commenti
Posta un commento