Dove si va, stasera?

Dove si va, stasera?

Andiamo da D.? Ci si vede da D.? Quelli di arkitettura dove vanno? Da D.? Domande fatte a me stesso o a qualche compagno è più o meno la stessa cosa. E' vero come è stato tante volte detto che in quegli anni le porte delle case dei compagni e delle compagne erano sempre aperte, ma non tutte le case godevano delle stesse comodità. Casa di D. era in centro vicino alla mensa, era grande e il pentolone dell'occupazione di architettura era approdato lì, per la pastasciuttona.
Probabilmente fino alle tre o alle quattro ero stato in mensa a sgolarmi e darmi da fare, forse quel giorno avevamo imposto il salto della cassa, una forma di lotta mica male: volevamo che la mensa universitaria estendesse i suoi servizi ai non iscritti all'Ateneo, ma a tutti. Volevamo che il prezzo fosse politico, tendente allo zero. Volevamo che fossero gli utenti a ottenere questi obiettivi. Be', il piatto è servito: gli utenti (chiunque) non pagano (o fanno una libera offerta o danno un obolo al collettivo, non ricordo, opto per il gratis) e se gli addetti non impiattano, qualcuno passa dietro e ci pensa lui. Poi, nel pomeriggio, chissà dove ero stato, forse a casa di T. a sentire Mahler buttato sul suo letto (nel qual caso probabilmente mi ero fatto uno spino per poi lasciarmi travolgere dalle vette e dagli abissi della musica), oppure ero tornato a casa (a che fare?), o ero andato da A. a capire meglio che tipo fosse. Non chi fossero i suoi genitori, o cosa pensasse del comunismo, ma che tipo fosse, se l'empatia reggesse a un incontro un po' più privato, se tra i suoi libri ci fosse qualcosa di nuovo, se casa sua fosse interessante...Verso le otto sarò ripassato a mensa, probabilmente, più che altro per dare un'occhiata, per fare atto di presenza. Lì avrò trovato qualcuno e avrò scambiato le domande di prima. Dove andiamo? Chi saremo? Ci sarà stato un controllo delle tasche. Si compra del vino? Oppure sarebbe stato rimandata al dopo questa bisogna. Andiamo a comprare qualcosa? Serve pane? Ce l'hai un po' di fumo? Se riesco a dare l'idea di un incontro sul filo della casualità, dettato dall'occasione ma funzionale, in cui si saluta solo chi si annusa che ha bisogno di essere salutato -gli altri lo sono per default-, in cui si chiede dell'una o dell'altro a qualcuno e ci si ferma a forse un paio di battute per tutti -o a nessuna battuta-, limitandosi poi a intrecciare dialoghi ristretti nello scambio generale… se riesco a dare questa idea mi accontento. Poi sì, penso che qualche momento collettivo si andasse costruendo nel passare della serata. Ricordando gli occhi grandi, neri, splendenti di S. e la sua vivacità, mi rendo conto che era quasi sempre lei a officiare cottura e distribuzione degli spaghetti; sicuramente lo faceva a architettura occupata. Mi pare che D. suonasse la chitarra. Certo lo spino avrà richiesto un minimo di attenzione, perché mica si può saltare qualcuno. E poi, un qualche commento sulla giornata ci sarà stato, perché la lotta era davvero dentro le nostre relazioni, era il loro collante, le consentiva.
Le persone con cui condividevo il tempo, la disponibilità, gli affetti le conoscevo in quanto scambiavamo emozioni, difficoltà, aiuto reciproco. Il tutto sulla base della volontarietà più assoluta. Se un compagno era lì era perché ci voleva stare e si comportava come te praticamente in ogni circostanza. C'erano anche delle divergenze, ovviamente, ma che bel modo di viverle, quello.
Un giorno c'era stato uno scontro con il PCI e gliele avevamo date. A sera, riunione numerosa. C. sostiene che il giorno dopo il servizio d'ordine della Nuovo Pignone o della galileo o di sa quale diavolo di realtà organizzata sarebbe venuto a mensa e che non era il caso di metterci piede. Io mi metto di traverso e sostengo che no, che bisogna andarci e che non sarebbe successo niente. Ci lasciamo così. Il giorno dopo vado a mensa con due compagne che erano della mia opinione o che erano contente di venirci con me, non so. C'è il servizio d'ordine, mi immobilizzano e mi becco un paio di schiaffoni. Me ne vado via con le compagne. Forse dopo qualche compagno mi chiese se mi avessero fatto male. Fine del dibattito.
Chi i miei compagni e le mie compagne fossero lo ho sempre saputo e anche perfettamente ignorato. Diciamo che me ne è sempre importato pochissimo. Lo dico consapevole che si tratta di un elemento delicato; ma per me è stato esattamente così e la verità mi consola di per sé medesima: dal mio piccolo nel gruppo, (nel gruppone, però, nel gruppissimo) mi è sembrato di vivere una estensione dell'io in cui le contraddizioni si potevano ridurre al minimo, in cui si poteva abbassare la guardia e sciogliersi negli scopi comuni. Capisco, Maresciallo, che lei si sta fregando le mani… e anche lei, dottoressa, che sta prendendo appunti frenetici potrà riflettere su questa ingenua confessione. Ve la lascio volentieri, io l'ho vissuta.

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