"Venti di guerra"
"Venti di guerra", titolo fortunato di una miniserie televisiva e del romanzo che la ispirò, quella dell'83, questo del 71.
A Erbil l'impressione immediata all'arrivo era stata per me "Calma piatta di guerra". Eravamo arrivati nelle prime ore del mattino (le tre e mezzo) e i brandelli di mondo che ero riuscito a scorgere dal finestrino del cross-over non erano stati molti. Certo non abbastanza dal distrarmi da un preciso stato d'animo che però era vigile, non allarmato. Non era stato con senso di allarme che avevo notato i numerosissimi dissuasori affilati pronti a divorare pneumatici indisciplinati o i dissuasori articolati che in posizione di riposo si presentano come una fila di forchettoni che attraversano la carreggiata a rebbi in su e che accettano di rientrare nelle loro sedi solo se affrontati molto, ma molto lentamente. Nemmeno i cubi di cemento 2 metri per 2 disposti a scacchiera lungo la strada mi avevano allarmato: ma mi aveva impensierito il fatto che erano stati progettati per essere gradevoli alla vista, fioriere guerresche, un arredo destinato a durare. Il nostro autista guidava con una prudenza che non può non insospettire un abitante di Roma, abituato alle accelerazioni divora spazi. Ma l'impressione era che tutti guidassero piano, lasciando molto spazio tra un'auto e la precedente, altra cosa straordinaria venendo da una città in cui non ci si sente in pace con il mondo se non si tiene il proprio paraurti appoggiato a quello dell'usurpatore che ci precede.
All'entrata dell'albergo il portale metal detector sotto cui si passa per entrare o uscire non era allarmante, ma certo insolito. Ho saputo poi che per molti è normale girare armati e questo effettivamente sembra avere a che fare più con la vita civile che con la guerra, sebbene...
Infine, l'energia elettrica che spesso si interrompe e il costante rumore dei generatori non sono cose che danno a un cittadino italiano l'idea della stabilità e della tranquillità, fanno pensare a infrastrutture danneggiate o tagliate... cose così.
Infine, il telegiornale locale in cui tra un servizio di politica estera e uno di politica interna ci sono tre o quattro minuti dedicati a un aviogetto che attacca un edificio con un'arma guidata. Uno di quei filmati grigiastri, quasi incomprensibili, che si concludono nell'orgasmo di una macchia nera (o bianca a seconda della modalità di visualizzazione) che ingloba l'obiettivo e -presumibilmente- lo distrugge con il suo contenuto. Non il solo servizio dedicato al tema, peraltro. Ce ne fu anche un altro, credo dedicato a un nuovo modello di mitragliatrice pesante in dotazione all'esercito. Il tg era in curdo, o in arabo, comunque senza sottotitoli, ma la scena si comprendeva da sola: un soldato (piuttosto ben nutrito) in piedi su un pick-up e appeso a una bella mitragliatriche puntata sulle colline a un chilometro di distanza. A terra un altro militare, ben nutrito anch'esso, probabilmente di più alto grado che esponeva a voce. Qualche parola, e ta-ta! un paio di colpi. Qualche altra frase e ta-ta-ta questa volta è il meccanismo di alimentazione a essere inquadrato. Ancora una spiegazione e ecco che è la volata a diventare protagonista della ripresa. "Vede, signora? Anche negli angoli! Basta dolori alla schiena!"
Quando espressi il succo di queste osservazioni mi fu fatto notare che la situazione era in realtà molto tranquilla, che vi sono molte zone a questo mondo in cui si spara e esplodono bombe e che lì a Erbil si vedevano in giro meno polizia e forze armate che in Italia, dove le volanti per strada e le camionette dell'esercito davanti ai monumenti ve le danno due per una. Verissimo.
Adesso che sono passate settimane da quei giorni l'affilatezza di allora mi viene a mancare e mi ritrovo a descrivere piuttosto che a dire. Dunque come descrivere la sensazione di poter grattare con le unghie sul vetro per trovarvela davanti ghignante, la guerra? Di essere prossimi, accanto alla guerra, respirandone l'alito? Di sentirla vicina non tanto per i cartelli autostradali che indicano Mosul a qualche centinaio di chilometri quanto per la sensazione di vivere in una società che vive di guerra e di trovarsi prossimi al sottile limite tra effettivo e dispiegato? Naturalmente per "società" intendo genericamente la nostra. Da Roma a Erbil c'è un ingresso in un aeroporto e una uscita in un altro, poche ore in mezzo. Sull'aereo si sentono parlare tutte le lingue negli accenti pratici e camerateschi degli operai che raggiungono i loro posti di lavoro -pozzi e raffinerie, immagino, non artiglierie e missili dal momento che quei lavoratori utilizzano aerei della ditta-. Le regole della circolazione stradale sono le medesime, il pane ha lo stesso sapore, la gente ha le stesse facce e le stesse espressioni... è lo stesso mondo; ma questo è il lato che non vogliamo vedere, la nostra quotidianità che preferiamo ignorare.
A Erbil l'impressione immediata all'arrivo era stata per me "Calma piatta di guerra". Eravamo arrivati nelle prime ore del mattino (le tre e mezzo) e i brandelli di mondo che ero riuscito a scorgere dal finestrino del cross-over non erano stati molti. Certo non abbastanza dal distrarmi da un preciso stato d'animo che però era vigile, non allarmato. Non era stato con senso di allarme che avevo notato i numerosissimi dissuasori affilati pronti a divorare pneumatici indisciplinati o i dissuasori articolati che in posizione di riposo si presentano come una fila di forchettoni che attraversano la carreggiata a rebbi in su e che accettano di rientrare nelle loro sedi solo se affrontati molto, ma molto lentamente. Nemmeno i cubi di cemento 2 metri per 2 disposti a scacchiera lungo la strada mi avevano allarmato: ma mi aveva impensierito il fatto che erano stati progettati per essere gradevoli alla vista, fioriere guerresche, un arredo destinato a durare. Il nostro autista guidava con una prudenza che non può non insospettire un abitante di Roma, abituato alle accelerazioni divora spazi. Ma l'impressione era che tutti guidassero piano, lasciando molto spazio tra un'auto e la precedente, altra cosa straordinaria venendo da una città in cui non ci si sente in pace con il mondo se non si tiene il proprio paraurti appoggiato a quello dell'usurpatore che ci precede.
All'entrata dell'albergo il portale metal detector sotto cui si passa per entrare o uscire non era allarmante, ma certo insolito. Ho saputo poi che per molti è normale girare armati e questo effettivamente sembra avere a che fare più con la vita civile che con la guerra, sebbene...
Infine, l'energia elettrica che spesso si interrompe e il costante rumore dei generatori non sono cose che danno a un cittadino italiano l'idea della stabilità e della tranquillità, fanno pensare a infrastrutture danneggiate o tagliate... cose così.
Infine, il telegiornale locale in cui tra un servizio di politica estera e uno di politica interna ci sono tre o quattro minuti dedicati a un aviogetto che attacca un edificio con un'arma guidata. Uno di quei filmati grigiastri, quasi incomprensibili, che si concludono nell'orgasmo di una macchia nera (o bianca a seconda della modalità di visualizzazione) che ingloba l'obiettivo e -presumibilmente- lo distrugge con il suo contenuto. Non il solo servizio dedicato al tema, peraltro. Ce ne fu anche un altro, credo dedicato a un nuovo modello di mitragliatrice pesante in dotazione all'esercito. Il tg era in curdo, o in arabo, comunque senza sottotitoli, ma la scena si comprendeva da sola: un soldato (piuttosto ben nutrito) in piedi su un pick-up e appeso a una bella mitragliatriche puntata sulle colline a un chilometro di distanza. A terra un altro militare, ben nutrito anch'esso, probabilmente di più alto grado che esponeva a voce. Qualche parola, e ta-ta! un paio di colpi. Qualche altra frase e ta-ta-ta questa volta è il meccanismo di alimentazione a essere inquadrato. Ancora una spiegazione e ecco che è la volata a diventare protagonista della ripresa. "Vede, signora? Anche negli angoli! Basta dolori alla schiena!"
Quando espressi il succo di queste osservazioni mi fu fatto notare che la situazione era in realtà molto tranquilla, che vi sono molte zone a questo mondo in cui si spara e esplodono bombe e che lì a Erbil si vedevano in giro meno polizia e forze armate che in Italia, dove le volanti per strada e le camionette dell'esercito davanti ai monumenti ve le danno due per una. Verissimo.
Adesso che sono passate settimane da quei giorni l'affilatezza di allora mi viene a mancare e mi ritrovo a descrivere piuttosto che a dire. Dunque come descrivere la sensazione di poter grattare con le unghie sul vetro per trovarvela davanti ghignante, la guerra? Di essere prossimi, accanto alla guerra, respirandone l'alito? Di sentirla vicina non tanto per i cartelli autostradali che indicano Mosul a qualche centinaio di chilometri quanto per la sensazione di vivere in una società che vive di guerra e di trovarsi prossimi al sottile limite tra effettivo e dispiegato? Naturalmente per "società" intendo genericamente la nostra. Da Roma a Erbil c'è un ingresso in un aeroporto e una uscita in un altro, poche ore in mezzo. Sull'aereo si sentono parlare tutte le lingue negli accenti pratici e camerateschi degli operai che raggiungono i loro posti di lavoro -pozzi e raffinerie, immagino, non artiglierie e missili dal momento che quei lavoratori utilizzano aerei della ditta-. Le regole della circolazione stradale sono le medesime, il pane ha lo stesso sapore, la gente ha le stesse facce e le stesse espressioni... è lo stesso mondo; ma questo è il lato che non vogliamo vedere, la nostra quotidianità che preferiamo ignorare.
| Recinzione e elementi prefabbricati di barriera. |
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