Violencia y revolucion
Violencia y revolucion
Mica è un pranzo di
gala… é un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia
un'altra.
Nessun fascino,
molta paura, una efficacia di cui tener conto. Nelle relazioni
personali, catastrofica. Dal punto di vista evolutivo, disastrosa.
Quasi sempre intimamente reazionaria. Legata a filo doppio con la
paura. Assidua frequentatrice della rabbia. Ambiguamente connessa
all'aggressione. Spesso giustificata dallo stato di necessità,
dunque obbligata...
Allora per certuni
illecita e inaccettabile, o lecita se di massa, o se difensiva, o
accettabile se rivolta contro le cose e via innalzando il livello
dello scontro dal punto di vista della violenza e via utilizzando
pesate sempre più virtuosistiche. Comunque questa elastico della
violenza lecita o meno aveva un lato buffo: se la polizia prima della
manifestazione fermava un'auto zeppa di bottiglie incendiarie, la
tentazione di gridare allo scandalo, alla provocazione,
all'infiltrato era presente, si insinuava nelle menti. Se durante il
corteo i lanci delle bottiglie rafforzavano la manifestazione, magari
smorzano una carica, allora erano benvenute. Normale.
All'atto pratico la
violenza è merce comune, mi sembra, soprattutto se implicita. Molto
meno sacrale di come viene presentata in astratto, imbeve tutti i
pori del nostro vivere sociale e civile; ma parlarne rischia di
diventare evocativo. Oggi e ieri rimane un corollario del potere e
del suo esercizio, della sua riproduzione su quei livelli che si
vogliono tautologicamente leggere come i più bassi, periferici,
arretrati, primitivi.
I conti son presto
fatti, d'altra parte, e chi li vuol fare li faccia, così lascio lo
spirito del tempo e torno allo spiritello del tempo mio.
Spesso la violenza,
il ricorso alla, sembra uno di quegli accessori che vanno esibiti,
che diventano segnale, anche quando non vengono agiti. In questo
senso, credo, la violenza praticata nelle manifestazioni con i loro
cordoni di servizio d'ordine fazzoletto sulla bocca e manici di
piccone belli stretti orizzontali faceva battere il cuore di
ammirazione. Quella volta eravamo noi a darle (forse)! Ogni tanto è
rilassante, diciamocelo. Anche uno come me, che avrebbe chiuso gli
occhi a calarlo, il bastone, ci sarebbe voluto andare e qualche volta
c'è andato a tenerlo stretto. Violenza-paura, paura-violenza sono
cose in stretta relazione. Fare un servizio d'ordine di tre file
forse non sarebbe servito conto una compagnia
caschi-scudi-manganelli, ma certo faceva passare la paura, dava un
po' di esaltazione.
Parlo per me, per
quello che ho vissuto dentro le mie scarpe, per la larghezza delle
strade di Firenze, non mi ci paragono proprio all'oggettività, a
quello che succedeva altrove o a altre persone.
Si andava alle
manifestazioni con il limone, le compagne con le scarpe basse, anche
da studenti piccoli, era normale. Un po' di scaramuccia -a fare i
coraggiosi- era anche divertente. Credo che alla fine del 75-76
arrivai a far parte di quella zona di corteo che sembra adoperarsi
molto, ma che in realtà fa un po' da contorno coreografico. Non
abbastanza organizzata da sapere quando e dove scoppieranno gli
scontri (ecco la parola! Gli scontri! Ci sono stati scontri? Dove
sono gli scontri?) ma pronta a orbitarci attorno, a fare da
staffetta, a erigere una barricata dove magari non serve. Tutte
attività che sono anche modi per sfogare l'impotenza di essere
marginali e che danno un certo appagamento fino a quando un vecchio
amico che passa per caso non vi sorprende in piazza a cercare di
svellere sampietrini col badile, peraltro inutilmente. Vi sentite
apostrofati, vi rizzate, con la vanga in mano, guardate il niente che
avete prodotto e vi sentite stupidi, ma questa è un'altra storia.
Mitici i servizi
d'ordine e ancor più mitici i compagni in impermeabile che si diceva
un tempo si aggirassero ai margini della manifestazione. Per far
precipitare le cose, per educare tramite lo scontro che dunque andava
innalzato, oppure per difendere l'agibilità politica delle strade e
delle piazze. A un segnale convenuto attaccavano con le molotov
tenute celate in 24 ore da executive man. Me li vedo, occhi di
ghiaccio, tirare una boccata al cigarillo, aprire le valigette,
impugnare la bottiglia e lanciarla, a colpo sicuro. Sicuramente una
parte di realtà ci sarà stata, ma è anche vero che sul mito
proiettiamo i nostri desideri come in western all'italiana. Quando
queste cose mi arrivarono, appartenevano a un passato di un tre o
quattro anni prima: altra epoca. A quel punto eravamo noi a portarci
le molotov, senza valigetta 24 ore. A quel punto, evidentemente, la
lancetta del lecito si era spostata. Il fatto è che per la sinistra
legale eravamo diventati solo un problema di ordine pubblico e i
cattivi non erano altri, eravamo direttamente noi.
Molotov con
fiammiferi antivento o molotov “chimiche”? Non c'è storia,
meglio le seconde! Le prime son cose da incompetenti, primitive! Se
non possiamo avere la 24 ore, almeno le chimiche. Cinque o sei
molotov me le vidi arrivare addosso, in un 3D rallentato, appena dopo
aver dato il segnale di tirare… mi si spiaccicarono ai piedi, ci
scivolai sopra. Le bottiglie dovevano fare una barriera e io, che
stavo di vedetta, tornando verso il gruppo c'ero finito in mezzo. Per
fortuna le chimiche si accendono con un certo ritardo. Oppure furono
le mie imprecazioni a rallentare le fiamme? Un compagno venne a
ripescarmi in tempo. In autobus puzzavo di benzina come un
distributore. I compagni sostengono ancora di aver avuto ragione...
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