Il personale è politico
Il personale è politico
All’epoca dei fatti –come direbbe un cronachista che si rispetti-, sebbene qui di fatti ce ne siano pochi o troppi, il sottoscritto si era abituato a un compagno di vita fastidioso e deprimente, a un dolore soffocato alla gola, a un nodo al gargarozzo. Una stretta che talvolta si faceva appena percettibile, talaltra molto molto intensa, davvero dolorosa. Nella sua testa sedicenne si era fatto l’idea che quella sensazione fosse una reazione all’ingiustizia, forse perché gli era capitato di sentirla chiaramente di fronte agli spettacoli di sofferenza inflitta: cane bastonato = stretta al collo… , forse perché stimava che fosse ingiusta la sofferenza nella vita… ma non avrebbe saputo dire cosa ci fosse di ingiusto nel senso di timidezza che provava di fronte alle ragazze, o nel senso di inadeguatezza che provava verso i coetanei o in tante altre situazioni. Non avrebbe saputo dirlo di primo acchito; ma al sottoscritto non difettavano troppo determinazione e elucubrazione e dunque riusciva sempre a trovare un qualche passaggio mentale per ricondurre quel malessere a una cataclismabile ingiustizia. Poi - diciamocelo- il bello delle giustificazioni abituali è che dopo un po’ iniziano a funzionare quasi da sole, in automatico, e potete scordarvi quasi sempre della loro esistenza salvo le manutenzioni periodiche.
A proposito di agnizioni mancate, il fatto che il cane bastonato fosse lui non gli fu per un bel po’ del tutto chiaro: davvero è difficile accettare l’insensatezza delle irrimediabili e immotivate bastonature che ci vengono inflitte. Soprattutto è difficile accettare la loro completa irrilevanza per gli altri, per il mondo e –oltre misura- per se stessi. La cosa che gli stava succedendo in quell’anno speciale era un risolversi apparentemente totale e definitivo di quel dolore, uno sciogliersi di quel nodo. Il sottoscritto in effetti potrebbe dilungarsi sulla scomparsa del sintomo e sul trionfante senso di completezza e di soluzione in quel periodo sessantottardo in cui ci si poteva sentire davvero bene. Mai come da allora mi è capitato di temere il giudizio dei miei pari ma la zona in cui questo giudizio si veniva a esercitare non era più quella di prima. Il giudizio era comunque rispettoso della persona, per quanto feroce potesse essere (e non mi pare che tendesse a esserlo). Ecco, una cosa davvero diversa da prima era che il giudizio lo si accettava, come si accettava il reciproco riconoscimento e bisogno. Non ricordo menzogne intenzionali in quel periodo, non ricordo furberie e nemmeno lotte per la supremazia che non fossero in qualche misura assalti al cielo.
Breve inciso che forse andava anteposto al post: il sottoscritto non intende qui avvertire una differenza sostanziale tra i propri stati interiori e quello che lo circonda(va), se non per gli indubitabilmente diversi effetti di una autoinflitta contrattura alla gola o della canapa di un cappio, né si vergogna della individualità della propria psiche, né ritiene che nominare le cose serva a cambiarle: ha semplicemente avuto tempo e modo di pensarci un po' e ora gli va di scriverne.
Il personale è politico. La frase e l’intendimento possono diventare per molti masochisti quello che il cappuccino è per il cornetto, ma allora aveva una sua dimensione dignitosamente realistica. Tutto sommato era semplicemente una constatazione (e , per alcuni, un presagio). Per qualche verso era un voler essere belli dentro come lo si era fuori e penso che fuori fossimo belli davvero, e parecchio. Se non c’è merito, non c’è colpa nell’avere fortuna e noi di fortuna ne avevamo avuta tanta: un ciclo di accumulazione favorevole, un sistema di relazioni sociali inceppato, energie intellettuali relativamente libere, una offerta di mercato più arretrata della qualità del consumo… si potrebbe proseguire meglio e più dettagliatamente fino a incontrare le piccole e grandi nevrosi e il quadro sociale del loro uso e contenimento, del livello di attivazione della loro significanza. Comunque, liberarsi e liberare poteva essere esaltante anche se non per tutti sempre dolcissimo.
Liberarsi e liberare.. c’era in particolare questo problema del sesso e immediatamente delle donne…
Per di molto successiva esperienza personale , il personale maschile è poco politico, piuttosto prevedibile e incredibilmente colloso: ovvero è tanto arduo liberarsene che forse vale la pena di provare a liberarlo. Ma allora tutta questo percorso non c’era ancora, era presto, eravamo piccini, ce ne voleva ancora di strada… ma a chi ci voleva ancora di strada? Chi era piccino? Sono vieppiù arbitrari questi miei passaggi dal personale al collettivo, me ne rendo conto… Il fatto è che qui dentro noi siam legione…
All’epoca dei fatti –come direbbe un cronachista che si rispetti-, sebbene qui di fatti ce ne siano pochi o troppi, il sottoscritto si era abituato a un compagno di vita fastidioso e deprimente, a un dolore soffocato alla gola, a un nodo al gargarozzo. Una stretta che talvolta si faceva appena percettibile, talaltra molto molto intensa, davvero dolorosa. Nella sua testa sedicenne si era fatto l’idea che quella sensazione fosse una reazione all’ingiustizia, forse perché gli era capitato di sentirla chiaramente di fronte agli spettacoli di sofferenza inflitta: cane bastonato = stretta al collo… , forse perché stimava che fosse ingiusta la sofferenza nella vita… ma non avrebbe saputo dire cosa ci fosse di ingiusto nel senso di timidezza che provava di fronte alle ragazze, o nel senso di inadeguatezza che provava verso i coetanei o in tante altre situazioni. Non avrebbe saputo dirlo di primo acchito; ma al sottoscritto non difettavano troppo determinazione e elucubrazione e dunque riusciva sempre a trovare un qualche passaggio mentale per ricondurre quel malessere a una cataclismabile ingiustizia. Poi - diciamocelo- il bello delle giustificazioni abituali è che dopo un po’ iniziano a funzionare quasi da sole, in automatico, e potete scordarvi quasi sempre della loro esistenza salvo le manutenzioni periodiche.
A proposito di agnizioni mancate, il fatto che il cane bastonato fosse lui non gli fu per un bel po’ del tutto chiaro: davvero è difficile accettare l’insensatezza delle irrimediabili e immotivate bastonature che ci vengono inflitte. Soprattutto è difficile accettare la loro completa irrilevanza per gli altri, per il mondo e –oltre misura- per se stessi. La cosa che gli stava succedendo in quell’anno speciale era un risolversi apparentemente totale e definitivo di quel dolore, uno sciogliersi di quel nodo. Il sottoscritto in effetti potrebbe dilungarsi sulla scomparsa del sintomo e sul trionfante senso di completezza e di soluzione in quel periodo sessantottardo in cui ci si poteva sentire davvero bene. Mai come da allora mi è capitato di temere il giudizio dei miei pari ma la zona in cui questo giudizio si veniva a esercitare non era più quella di prima. Il giudizio era comunque rispettoso della persona, per quanto feroce potesse essere (e non mi pare che tendesse a esserlo). Ecco, una cosa davvero diversa da prima era che il giudizio lo si accettava, come si accettava il reciproco riconoscimento e bisogno. Non ricordo menzogne intenzionali in quel periodo, non ricordo furberie e nemmeno lotte per la supremazia che non fossero in qualche misura assalti al cielo.
Breve inciso che forse andava anteposto al post: il sottoscritto non intende qui avvertire una differenza sostanziale tra i propri stati interiori e quello che lo circonda(va), se non per gli indubitabilmente diversi effetti di una autoinflitta contrattura alla gola o della canapa di un cappio, né si vergogna della individualità della propria psiche, né ritiene che nominare le cose serva a cambiarle: ha semplicemente avuto tempo e modo di pensarci un po' e ora gli va di scriverne.
Il personale è politico. La frase e l’intendimento possono diventare per molti masochisti quello che il cappuccino è per il cornetto, ma allora aveva una sua dimensione dignitosamente realistica. Tutto sommato era semplicemente una constatazione (e , per alcuni, un presagio). Per qualche verso era un voler essere belli dentro come lo si era fuori e penso che fuori fossimo belli davvero, e parecchio. Se non c’è merito, non c’è colpa nell’avere fortuna e noi di fortuna ne avevamo avuta tanta: un ciclo di accumulazione favorevole, un sistema di relazioni sociali inceppato, energie intellettuali relativamente libere, una offerta di mercato più arretrata della qualità del consumo… si potrebbe proseguire meglio e più dettagliatamente fino a incontrare le piccole e grandi nevrosi e il quadro sociale del loro uso e contenimento, del livello di attivazione della loro significanza. Comunque, liberarsi e liberare poteva essere esaltante anche se non per tutti sempre dolcissimo.
Liberarsi e liberare.. c’era in particolare questo problema del sesso e immediatamente delle donne…
Per di molto successiva esperienza personale , il personale maschile è poco politico, piuttosto prevedibile e incredibilmente colloso: ovvero è tanto arduo liberarsene che forse vale la pena di provare a liberarlo. Ma allora tutta questo percorso non c’era ancora, era presto, eravamo piccini, ce ne voleva ancora di strada… ma a chi ci voleva ancora di strada? Chi era piccino? Sono vieppiù arbitrari questi miei passaggi dal personale al collettivo, me ne rendo conto… Il fatto è che qui dentro noi siam legione…
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