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Visualizzazione dei post da luglio, 2017

Cannoncini

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Uno dei primi giocattoli di cui ho memoria –una memoria incostante ma ora molto nitida- è un piccolo cannone di plastica. Stiamo parlando del 1955 circa per cui si tratta di una plastica sui generis, forse qualcosa di più simile a qualcosa che la mia ignoranza immagina una gomma vulcanizzata piuttosto che ai tecnologici prodotti odierni. Nel complesso oggi darebbe l’impressione di una prodotto ingenuo, qualcosa di lievemente caricaturale come certi disegni del primo Walt Disney. Era realizzato più per ricalcare gli aspetti salienti dell’oggetto reale che per rappresentarlo, era privo dettagli e cionondimeno a me sembrava realistico o semplicemente mi piaceva: due ruote, canna e slitta solidali, un affusto che si sviluppa con una coda, con delle travi che dopo aver disegnato un rettangolo convergono in un triangolo dove trova posto il gancio per il traino. Le varie componenti erano realizzate in colori diversi, la canna comunque era nera e i cerchioni delle due ruote giallo dorat...

Somiglianze (i racconti del Campari n° 3)

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Arrivai al solito bar dove ci vedevamo con Gianni leggermente euforico. Questa volta ero io a essere un poco brillo perché a casa un amico di amici mi aveva riempito più volte il bicchiere con un vino che aveva portato dalle Puglie in un bottiglione da due litri. Per cui Caffè! invocai quando volle sapere che prendessi. Lui era ovviamnete già lì e sembrava pimpante e lucido più del solito, ma stava sulle sue. Non sapevo bene cosa dire, così scovai nella memoria una notizia dal telegiornale e gli buttai lì il fatto che avevano condannato un tizio per l’omicidio di un ragazzo a Ostia. Lui se ne uscì con una smorfia di scetticismo. Be’, che c’è? Non ti convince? Hanno i testimoni e tutto. Ah, se hanno i testimoni! Allora siamo a posto. Eddai, mo’ non ti vanno nemmeno i testimoni… Ok, allora ti racconto un fatto vero che è successo a me, a proposito di testimoni. Dunque, fa conto che siamo nell’83 a un processone di quelli con decine e decine di imputati, diciamo cento ...

Gradini a salire

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In noi e tra noi c’è una zona in cui ci si muove sventati e per prove e errori. Oltre che essere la casa dell’alacrità generosa, della liberazione e della danza della vita, è la zona delle intenzioni buone di cui è lastricata la strada per l’inferno, dei fraintendimenti catastrofici, delle pie illusioni, delle frustrazioni brucianti, dei doppi e tripli inestricabili sensi, delle emozioni che non si fanno scacciare. Quando lì alberga anche solo temporaneamente la negatività vi potreste sentire accerchiati dai monti, di notte, il passo incerto su un invisibile sentiero sdruccioloso, accecati e percossi dalla pioggia. Qui ci si mette sotto scacco da soli o si combatte. Non è solo disperazione questo abitare balbettante gli spazi che nessuno ci ha insegnato a conoscere. Piccoli maestri di noi stessi noi siamo alla ricerca di gradini, di qualcosa che ci aiuti a trarci dalla palude e dalla sofferenza ma anche a farci puramente salire. Salendo non possiamo sperare di trovare nient’altr...

Gnocco fritto

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Ora a chi mi volesse convincere che la dimensione del sogno è per definizione irrealistica, sbagliata e inefficiente dal punto di vista della organizzazione della vita potrei rispondere: provare per credere. Infilatevi la mia vita come un vestito vecchio, ve la presto, tirate giù le maniche, stringete quanto serve la cintura e guardatevi attorno, assaggiate in giro i fatti, annusate i ricordi e ditemi un poco se senza sogni sarebbe stato possibile sopravvivere o, per non far tragedie, almeno uscirne meno acciaccati. Nel 1985 a Rebibbia G8, area omogenea della dissociazione, qualche decina di soggetti a modo loro sognanti vivevano in celle affacciate su un lungo corridoio, diviso a metà da una rotonda -peraltro tutt'altro che tonda, ve lo dice uno che per mesi ne ha pulito tutti i giorni pavimento, battiscopa e angoli. Mi ci aveva portato un grande sogno e non è interessante sottolineare se individuale o collettivo. Ammesso che i sogni collettivi davvero esistano: di quali strume...

La conversazione

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Le vite di ciascuno di noi costituiscono ciascuna a modo suo un universo di problemi e beato chi crede di avere a che fare con un sé stesso o due perché quello che dentro di noi viene rappresentato e si rappresenta è molto più di una commedia o di una condizione, è il farsi di un sé molteplice e contraddittorio che per alcuni non si farà mai pacificare, molto al di là della quotidianità e dei suoi compromessi. Come l'alienazione anche il conflitto si stabilisce nelle coscienze e oltre, nelle modalità di relazione e di scambio che albergano dentro i nostri nuclei di individuazione. La produzione di quella singolarità acquattata in mezzo al processo di identificazione non si presenta come un momento ma come un succedersi di scontri realmente molto più radicali di una guerriglia. La singolarità si instaura in termini di connessioni puntuali tra i soggetti, individuali o collettivi che siano e fornisce senso alle relazioni. Ogni produzione della psiche a partire dalle più vicina al...

Kiwi al MOM

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La DIGOS mi si era presentata al mattino con un mandato di perquisizione, una convocazione dal magistrato e dei sorrisi di autocompiacimento malcelato che neanche il gatto che ha in bocca il canarino. Con tutto l'aplomb di cui sono capace avevo scorso il dattiloscritto cosparso di timbri e stellone coronate e ero dovutamente raggelato di fronte agli articoli di legge: porto e detenzione, minaccia, incendio doloso, sequestro di persona e ce ne saranno stati altri che con il tempo si sono persi nei meandri spugnosi della memoria, sui piani non coincidenti della memoria. Poi si trattò di accompagnarli, di assistere all'esame delle mie pertinenze, di rispondere alle domande a doppio senso, di sorbirmi la doppia sensazione di un fastidio profondo e di un terrore panico. Nella stanza dove abitavo non c'era nulla di più illegale delle macchie fiammate lasciate dai test delle capsule a tempo sul battiscopa di marmo e mi spinsi a offrire alla squadra un caffè con il tono di chi fa...

Bolle

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La porta dell'ascensore si aprì con un sferragliare di ruote metalliche su guide non ingrassate e lui se ne uscì lesto nella penombra cinerina di una sala sotterranea ingombra di macchinari fantastici, richiudendo con fatica il cancello di rete metallica dietro di sé. Attento ai piedi! Urlò la familiare sagoma che si stagliava china su una cisterna tenuemente illuminata da una luce pallida che saliva dall'interno della vasca . Lui si affrettò attento a non inciampare nelle tubazioni di metallo luccicante che si snodavano come serpenti sul pavimento. Mi hai fatto chiamare? Chiese con voce un po''ansiosa. Vieni! Vieni qui! Rispose la sagoma in tono di urgenza. Cos'è? Oh, cielo! Ma quante sono? fece, chinandosi in avanti sulla superficie del liquido trasparente in cui , pulsanti di colore, erano sospese delle sfere di vario diametro, le più grandi simili a una palline da tennis, le più piccole delle dimensioni di una nocciola. Qualcosa nella grandiosità della v...