Bevi, Desdemona, nel teschio di tuo padre!

(Bevi, Desdemona, nel teschio di tuo padre!)

Siccome questo argomento della gelosia è guarda caso ossessivo e mi sembra di essere ferrato in materia, mi andava proprio di parlarne e invece ho scoperto che anche su questo in internet c'è tutto. Tutto fuorché l'albo d'onore dei gelosi ossessivi, umorali (ipertensivi), deliranti (paranoidi). Peccato, mi sarei iscritto volentieri.
Se all'epoca avessi creduto nella possibilità di un aiuto psicologico (e vi fossi ricorso, ovviamente) avrei potuto avere una vita privata meno faticosa; ma allora certe cose sembravano la longa manus del potere nelle menti dei ribelli e si tendeva a considerare con sospetto chi vi ricorreva. In un certo senso non era un pensiero del tutto sbagliato per persone che erano dedicate più alle cause che ai sintomi, anzi -di più- che facevano dei sintomi strumenti escatologici di salvezza: “compagni nevrotici uniti nella lotta” sarebbe stato uno slogan potenzialmente maggioritario, credo, comunque in linea con i tempi (del sessantotto se non del settantasette).
Comunque sia, essere geloso ossessivo, umorale e pure delirante in mezzo alle relazioni dove io stavo ben volentieri era veramente da pazzi. Ammenoché (e ho qualche prova retrospettiva in merito) il piano del sospettato tradimento non fosse quello strettamente personale e sessuale, ma magari un po' più ampio, esistenziale, diciamo. Che poi “tradimento” è una parola tanto malamente connotata e che evoca immaginari così diversi e incompatibili da farsi trovare quasi inservibile. “Traditore!” Anche a voi viene in mente un signore baffuto steso a terra ferito alla schiena e un figuro dal sorriso beffardo che lo osserva discostandosene un poco? Francesco Ferrucci, “non fare la spia”, “mo' ti strappo i gradi davanti alla truppa”, “svergognata, t'accido!”… scenette a vagonate! Ultima considerazione: che la gelosia concerna tradimenti sessuali sembra a me in modo ovvio puramente incidentale, per quanto statisticamente rilevante. (Evidentemente D. lo sapeva bene e anticipava la eventualità con il suo serramanico...)
Eravamo così consciamente militanti nella nostra liberazione sessuale. Anche se non attiene al sesso ma alla considerazione della donna, mi piace qui ricordare una sera dell'estate del settantotto a Porto Empedocle lungo quello che in altre parte di Italia si chiama lo struscio (e forse anche lì, se esiste il concetto), con le compagne ignorate, censurate alla vista persino nella loro dimensione corporea. Non urtate o spintonate o scortesemente trattate: perfettamente ignorate, inesistenti. Ai maschi veniva invece riservata una qual tolleranza: “siete certamente indegni di sfida ma il pisello -forse- lo avete”. Ma tornerei un attimo indietro per dire meglio: militanti della nostra avvenuta liberazione sessuale-al di là della sua completezza, oltre persino la sua rilevanza-, perché su molti aspetti il settantasette tra i suoi tratti caratteristici ebbe -secondo me- una qualità di già compiuto piuttosto che una caratteristica in divenire. Non era tanto un anticipare ma un chiudere, un tirare la riga delle somme. Positivamente sono d'accordo a pensare che il settantasette non ci fu, anzi che fu la dimostrazione dell'inesistenza di cose tipo il 48, il 68, … santo cielo, ma non c'è un quadro intitolato “lo spirito del “qualchecosa” sulla rivoluzione americana o su quella francese? Io me lo vedo davanti agli occhi tipo il quarto Stato. Nel caso del settantasette penso a giovani uomini e donne magri e nudi.
Dunque, ammesso e non concesso che il settantasette sia esistito (e io lo immagino rappresentato da giovani uomini e donne nudi), esso io credo fu un tirare le somme. Non saprei come altro descrivere un movimento (?) che rappresenta in se stesso il desiderio e rinuncia a ogni rivendicazione sul futuro per stare tutto nel presente. Descrivere questa cosa come autoreferenzialità mi sembra assurdo. Era tanto poco autoreferenziale che messo a contatto con le relazioni sociali esistenti quell'elemento si comportava come il carburo nell'acqua. Esplodeva. Nel settantasette e lì attorno si era e ci si comportava, si praticava l'obiettivo se si vuole riprendere una espressione lessicalmente orrenda e corretta dal punto di vista del linguaggio del tempo. Punto. Non era questione di “domani” e nemmeno di “come se”. D'altro canto, le reazioni civili impiegarono poco a adeguarsi.

Commenti

  1. Carla Centioini su facebook scrive questo commento che riporto:

    Tocchi un argomento così bello che mi viene di intervenire nel tuo blog che non so se intende fare dibattito. Finalmente , da un flusso di coscienza soggettiva, a posteriori della tua militanza, un maschio si interroga e riflette sul suo essere soggetto all’interno di un contesto collettivo.
    In punta di piedi entro nella tua riflessione con tutte le scarpe, consapevole di essere molto parziale in una questione poco trattata dal maschile.
    Non ho fatto il '68 (per fortuna anagrafica) ma mi sento orgogliosa di aver fatto il '77 che è stato l’ ’esplosione della libertà del soggetto. Quel turbinoso periodo che dai sessantottini ci ha distinto e giudicato con sufficienza. E' forse da lì che dobbiamo partire. Tu non puoi, (anzi si) perché eri altrove alla politica con la 'P' maiuscola quella che guardava al cambiamento delle ‘masse’ quella che escludeva per altre priorità il desiderio del soggetto. Quella ‘ P’, alla quale si, tendevamo tutt@ ma escludeva i desideri, quelli dell'essere, che non possono essere racchiusi uniformati nel pensiero ‘collettivo’ perché sbordano comunque, trovano le falle nella rete ed escono in modo esplosivo, direi per fortuna . Mio caro Gian non togliermi la cosa più bella di quel periodo ‘ l’assalto al cielo. Quella benedetta frase racchiudeva tutto, non era riducibile solo al cambio di potere ( chissà se poi ci interessava) volevamo prima di tutto essere soggetti liberi. Se oggi ti interroghi sul concetto di possesso, può si farmi piacere, ma lasciami dire che lo sguardo sufficiente con il quale il maschile ha guardato il femminismo vi lascia indietro ad un dibattito che è avanti molto avanti. Sono felice di guardare quello che sta accadendo oggi, le giovani generazioni che hanno raccolto e ampliato vertiginosamente il dibattito. Parlo del movimento Non una di Meno dove i corpi (il soggetto nella sua interezza) sono elemento fondante. La chiudo perché altrimenti non è un commento, ma un intervento dicendo che il concetto di possesso dei corpi è una questione maschile da millenni e quindi anche se fuori tempo, sarebbe ora che i maschi dicessero qualcosa.

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  2. Carla Centioni prosegue sempre su facebook, dopo una mia richiesta di spiegarmi meglio la frase "Se oggi ti interroghi sul concetto di possesso, può si farmi piacere, ma lasciami dire che lo sguardo sufficiente con il quale il maschile ha guardato il femminismo vi lascia indietro ad un dibattito che è avanti molto avanti."

    Rispondo nell’immediato altrimenti ti mollo, rispondo dettata dall’ affetto e non per entrare nel dibattito che non mi interessa più, ormai. Ci siamo smarcate, come donne, da quel ruolo di meternasc in cui le donne per destino ‘ naturale’ sembrerebbero state destinate. lo dico con molta ironia, visto che la causa di quel destino la conosciamo bene è il patriarcato, soprattutto ne conosciamo bene l’autore. Quel destino affibbiato alle donne e definito ‘cura’ comprende o meglio comprendeva, spero, far crescere la coscienza ai partner che erano al fianco delle donne. Come generazione maschile avete perso un treno
    La storia ha preso un’altra strada, le donne hanno iniziato a fare la loro narrazione mettendo al centro delle loro vite i bisogni i corpi i desideri, i maschi la ‘P’ con la presa del palazzo d’inverno.

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  3. Cara Carla, cerco di risponderti seriamente rigraziandoti dell'intervento. Io spero che dalla lettura di questi post che vado scrivendo emergano indirettamente alcune cose. Non ne posso essere certo perché non ho un piano compiuto nelle testa, diciamo che spero fortemente di riuscire a rendere conto non tanto dei miei percorsi più o meno degni quanto della natura del conflitto che la mia generazione ha attraversato e il versante sul quale ho cercato di pormi e per quanto mi è stato possibile, di combattere. Mi sforzo di rappresentare e mi auguro di riuscirci il fatto che molti di noi -in certa misura tutti- abbiamo creduto che la battaglia la si dovesse combattere anche contro un nemico interno, contro una parte di noi stessi. Anche se non sono al corrente del dibattito (come si capisce da quello che scrivo e da come ne scrivo in generale ho letto e studiato poco) penso che la lotta delle donne sia penetrata ben all'interno della mia esperienza, su più piani. Come essere umano ho dovuto e ancora faccio quotidianamente i conti con un conflitto interiore in cui posso identificare di volta in volta delle "identità" o dei "brandelli di identità" diverse da quelle che sono state costruite nel processo di definizione di quella maschile. Alcune di esse sono state oscurate, altre estromesse, proiettate all'esterno. Alcune di esse, sia dell'uno che dell'altro tipo, sono state rivestite dalla forma di una "femminilità" stereotipata, distorta, reificata. Questo processo si è svolto in modo funzionale alla riproduzione di un dominio che è anche dominio di genere oppure lo ha mutuato, forse ne è stato l'archetipo. Sulla importanza e sulla serietà di questa dimensione ho pochissimi dubbi. Poi c'è una dimensione più esterna, quella in cui la contraddizione e il conflitto si vive sulla forma come dire più riconoscibilmente sociale del dominio, e qui penso che sia più semplice trovare traccia nei miei ricordi perchè delle relazioni tra i terreni del paternalismo e del patriarcato, dell'imposizione di identità di genere e i processi di sottrazione o sabotaggio ecc. ecc. sono più evidenti.
    Immagino e mi auguro con una speranza commossa, ti assicuro Carla, che le giovani generazioni portino avanti la battaglia. Io voglio ancora militare su questo fronte che è decisivo anche se mi rendo conto che posso trovarmi nella retroguardia (e non solo perchè maschio) quando mi piacerebbe stare un po' più vicino alla sottile linea rossa. Il conflitto su più livelli delle donne contro lo stato presente delle cose, donne variamente organizzate e connotate, di cui ho avuto esperienza da maschio, da uomo, da compagno, da cittadino, da individuo... è stato determinante e costitutivo per la mia storia, per la mia speranza.

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