A proposito di donne

A proposito di donne
Dopo poco più di un mese che ero in sanatorio, Giulia mi lasciò con una telefonata. Le conseguenze furono che ricominciai a fumare (e più non smisi) e che mi sentii piuttosto male, anzi potrei dire che iniziai a lavorare alacremente a una personale mitologia dell'abbandono subito, l'abbandono inflitto è meno interessante.
E siccome la mitologia ha quel caratterino che sapete, non sta mai ferma, scarta su storie parallele e contraddittorie, Giulia mi venne a trovare il giorno della mia maturità, assistette all'esame e mi portò (in macchina!) a mangiare una fetta di torta in un caffè un po' fuori vista. Stava per sposarsi, non so se me lo disse allora o lo seppi poi. A mio onore devo riconoscere che apprezzai la sua gentilezza. Da vecchietto è facile dirlo, ma anche allora ricordo che mi fece piacere e penso che glielo mostrai. Ciò non toglie che la mitologia dell'abbandono si arricchisse di un nuovo capitolo e che nella mia teoria sulle donne si aprissero nuove aporie.
Non credo di aver bisogno di dire che la mia interna e personale teoria sulle donne è un aggeggio piuttosto complesso e contraddittorio che non mi va più di tanto di esporre, ché son cose delicate. Mi accorgo anche che qualche volta cambia a seconda dell'interlocutore che ho davanti e persino dei miei stati d'animo…
In quei mesi, in quegli anni, arrivai a una specie di blocco: mi sentivo contemporaneamente libero, desideroso e indisponibile. Situazione imbarazzante.
Altra situazione imbarazzante: professando l'amore libero, la reciproca parità tra i sessi ecc. ecc. ero geloso come una bestia. Non mi si affligga con i proverbi e con i sorrisetti di superficialità, con le frasi fatte sulle immutabilità e le utopie: sono certo che queste cose possono cambiare e cambiano (anche al peggio). Ne ho le prove, continuo a militare a modo mio su quel fronte. Però. Però ero ancora giovane e non sono strade facili quelle nuove che ci si fanno vivendo. Si tratta di conflitti, di prese di posizione, di coraggio e di sconforti, di vittorie e di sconfitte. Tutto dentro quando siamo in solitaria. Anche fuori, ma in modo non pacifico, quando possiamo viverli in uno scambio con gli altri.
Oggi mi sembra di aver vissuto in modo così inconsapevole! Eppure c'ero. In parte sordo e cieco, evidentemente. Come lo giudicavo, il femminismo? Dovrei dire come ne ero giudicato. Forse, se mi va bene, “sentenza sospesa”. Immagino che i miei comportamenti fossero così evidentemente pieni di sofferenza quando la volevano infliggere, così contraddittori che si poteva vedere uno spazio per un evoluzione. Non oltre, temo. Bisognerebbe chiederlo a loro.
Parlo della relazione reale e non della teoria. Su quello ammetto di essere stato veramente distratto, parzialmente ostile forse, certo estraneo. Salvo qualche slogan, quelle che riuscivo a compatibilizzare erano solo le intenzioni generali e generiche, o una loro caricatura a giudicare poi dai fatti. La parola disagio è quella che forse si attaglia di più alla mia relazione con il femminismo degli anni '70. Ciò non toglie -mi accorgo che lo davo per scontato- che in teoria e anche concretamente in parte io e i compagni ci sentissimo dalla stessa parte delle compagne, fossimo certi di lottare con loro. C'erano componenti di abbaglio, di ignoranza delle discriminanti, di strumentalità, di negazione del conflitto. Probabilmente decisive ma anche relative.
Qui si gioca con regole complicate perché la partita è su più piani. Al di là della distinzione tra pubblico e privato, che comunque all'epoca fu necessario masticare per un bel po', ci sono i piani collettivi in cui si può far parte di un flusso che va in una certa direzione anche se magari si sta scartando da una parte o dall'altra, anche se si sta in coda, persino se si fa parte del problema. E poi ci sono i piani personali in cui il conflitto si dispone anch'esso in una dialettica complessa che va dipanata in altro modo, giù giù verso la fine della logica e del linguaggio, in mezzo a pulsioni che per essere meravigliose possono rivelarsi sconvolgenti, a dolori che occorre placare di continuo, a limiti e presenze con cui occorre far conti quotidiani.
Bello bloccato nei miei reconditi e più che palesi desideri mi guardavo comunque attorno e mi sforzavo di far capire a qualche ragazza che mi sarebbe piaciuto accompagnarmi. Così mi capitò di mostrare interesse per una compagna (credo fossa di lotta continua) e di farmi sotto almeno un po'. Dev'essere stata una cosa disastrosa… non ricordo bene. Immagino che la mia paralisi di parola, di espressione mi abbia meritato un disinteresse infastidito. Ma ricordo bene che l'ultima volta che la vidi, in piazza San Marco, ai margini di una manifestazione, mi mise in mano un volantino ciclostilato. Sopra c'era stampata bianco nero la foto anatomica di una vulva, evidentemente per forzare ciascuno a prendere conoscenza netta della cosa. Io mi chiesi cosa c'entrassero le macchie di Rorschach con il femminismo...


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