25 aprile

(25 aprile)
Quando ero piccolo, (quanto? 10 anni?) io e mia sorella giocavamo ai partigiani. Il gioco consisteva essenzialmente nell'osservazione delle mosse di un parente (i tedeschi) e nella manipolazione di una cassettina di legno che rappresentava una radio clandestina. Per completare il ricordo, la cassettina in questione era il corpo di un telefono primitivo con, all'interno, alcune componenti elettriche. All'epoca dell'esperienza familiare nella lotta partigiana sapevo poco meno di quanto ne avrei saputo dopo. E questo nonostante fosse un passato recente, dal momento che nacqui a sei anni di distanza dal 45: e dunque quando avevo dieci anni mi trovavo a sedici dalla fine della guerra. Oggi che siamo nel 2017 sarebbe come riferirsi al 2001. Non che stiamo lì tutti i giorni a pensare al 2001 (torri gemelle, bancarotta argentina, arresto di Milosevic) ma la guerra era proprio dietro l'angolo. Eppure mio padre fu sempre molto parco di ricordi relativi a quel periodo. Lui lo trascorse in parte nel feltrino, nella brigata Pisacane, e in parte in città (credo a Padova) come uomo di partito. Al silenzio fanno eccezione i ricordi che qui enumero. 1) In montagna, di guardia notturna, armato di sten. Arriva una vipera ma lui non può sparare perché se no dà l'allarme. Che poi le vipere si uccidono a bastonate con rami elastici e non a mitragliate. 2) I viaggi in bicicletta tra Padova e Volta Mantovana dove abitava mia madre. 3) L'amicizia con Mario Pasi prima della guerra, le visite e i colloqui all'ospedale di Santa Chiara dove Pasi era medico. Il fatto che mio padre non sapeva da quando era iscritto al Partito perché a suo dire a quell'epoca era il Partito che sceglieva, mica l'interessato (questo non è propriamente un ricordo partigiano, ma tant'è.) 4) di quando arriva la Gestapo a fare una perquisizione a casa e mia madre, che era sola in casa, butta lo straccio per asciugare i panni sui volantini per nasconderli dal momento che buttandoli nella stufa li avrebbero individuati, magari mezzo bruciati. Per il principio della Lettera Smarrita, i volantini non furono trovati e mamma fu salva. 5) zia Linda mi raccontava che quando arrivava a Volta Mantovana, mio padre aveva la biancheria in tale stato che si poteva solo buttarla via. L'ultimo ricordo è proprio mio: Carlo, un po' più giovane di come sono io adesso, che guardando verso sud da un colle vicino Mantova, si rammenta e ci racconta di come il 25 aprile del 1945 (o il 26, o il 27 non è importante) si vedessero issare sui campanili le bandiere man mano che dei paesi tedeschi prendevano possesso i partigiani o gli alleati.
Pochi ricordi, nel complesso. Il resto veniva da discorsi, giornali, film che da ragazzini assorbivamo. Tra cui, certamente, le radio clandestine, quelle che potevano essere individuate triangolando il segnale, e la segretezza, e il rischio. Poi mi colpisce il fatto che nel gioco il nemico fossero i tedeschi, non i fascisti o i nazisti, ovviamente me ne dolgo ma è un fatto che l'occupante fosse l'esercito tedesco.
Infine c'è il fatto che papà aveva fatto il partigiano. Questo era un onore, una dignità che aveva però anche risvolti penosi. Ricordo il disorientamento che mi causò la madre di un amichetto che mi mostrò le foto di una rivista con le fucilazioni operate dalla brigata Pisacane nel feltrino. Le macerie erano ancora tiepide, l'anticomunismo si confondeva con il bisogno di elaborare il lutto e la guerra per bande non godeva sempre di buona stampa. In realtà se la memoria non mi inganna il 25 aprile cominciò a essere festeggiato sul serio solo dopo la fine degli anni sessanta. D'altra parte la lettura della Resistenza per come è stata variamente proposta in tutti questi anni qualche volta si è prestata alla difesa dell'ordine più che alla sua messa in discussione mentre quella della “resistenza tradita” ai miei occhi ha sempre avuto il retrogusto sgradevole del rimpianto per le debolezze, le impossibilità e gli errori le cui cause per essere difficili da comprendere vengono attribuite a altri.
Mi sono nutrito di una retorica che è nata e cresciuta attorno alla Resistenza, in molte sue varianti. Per tanti anni, se avevo paura o ero stanco o dovevo farmi forza, cantavo a piena voce dentro di me Scarpe rotte eppur bisogna andar. Lo faccio ancora; ma molto raramente perché ho trovato nuovi incoraggiamenti e perché non ho più bisogno di mettermi scarpe rotte per dirigermi il passo. Anche la strofa dei Morti di Reggio Emilia, “son morti come vecchi partigiani” il suo bravo brivido me lo ha fornito a lungo: ora lo evito.
Nella retorica si possono scegliere i pezzi migliori e così, nei miei mesi a Torino, Dante di Nanni lo ho ben tenuto presente, si capisce, come esempio di un coraggio scovato nelle cose. Il coraggio laico, asciuttamente umile, di chi accetta le conseguenze di essere senza speranza accerchiato o preso. Dante di Nanni, per l'appunto, e anche Mario Pasi quando chiese del veleno ai compagni per interrompere l'interminabile tortura.
Oggi la retorica mi commuove con più facilità del passato e mi suscita sentimenti più complessi; ma continuo a sprezzarla se riempie di echi stanze vuote e continuo a cercare di sceglierla. La Resistenza, certamente, fu un'altra cosa e merita una considerazione e un rispetto che vanno oltre l'irriverenza con pernacchia a fanfara con la quale è giusto accoglierne le ipocrite celebrazioni. La sua memoria è stata a lungo contesa e stiracchiata, a me rimangono alcune cose scolpite tra cui il ribrezzo per l'Onore e per la Patria.

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