TEX senza Willer

Enrico mi si sedette accanto e iniziò quietamente a parlare.
Certo che se dessero un premio per le ingenuità, oggi sarei ricchissimo. Immagina il 1986 e il carcere penale di Rebibbia. Tu quanti anni avevi nel 1986?
Quindici.
E io trentacinque, oggi stento a crederlo, di averli avuti. Be', attorno a quegli anni c'era stata l'esplosione, l'esplosione commerciale dei personal computer.
E prima?
Non c'erano, semplicemente. Sembra incredibile ma ne facevamo perfettamente a meno. Be', i grandi calcolatori c'erano, già da un pezzo, ma erano riservati a un ristretto numero di professionisti o di tecnici. Ma i personal computer furono una novità veramente di grandi proporzioni per diffusione. Ne avevamo utilizzato uno l'anno prima a Rebibbia Giudiziario per un lavoro statistico sull'emergenza antiterrorismo. Eravamo riusciti a dimostrare con i dati alla mano che le corti di giustizia avevano comminato pene mediamente superiori del 30% rispetto agli stessi reati compiuti da delinquenti comuni. Oggi questa cosa potrebbe far ridere visto il continuo rincorrersi di emergenze e di aggravamenti di pena, ma allora poteva ancora far scandalo.
Perché?
Per un principio di uguaglianza davanti alla legge, ma son cose del passato e mi portano fuori strada. Torniamo a noi.
A Rebibbia Penale…
Sì. L'anno prima avevamo usato un calcolatore portatile IBM con uno schermo integrato piccolissimo. Un computer tutto da programmare in basic dall'inizio alla fine. Avevamo fatto la ricerca che ti ho detto e poi avevamo incrociato le dichiarazioni dei pentiti al processo Tortora…
Ma dai!
Ah, te lo ricordi? Lavorammo assieme ai radicali per evidenziare le discrepanze e le contraddizioni nelle dichiarazioni dei pentiti.
E fu utile?
Sì, al processo quei materiali furono utilizzati dalla difesa. Una bella soddisfazione, anche perché dovevamo far finta di fare altre cose per cui avevamo adottato pseudonimi. Chi dettava non diceva “Tortora” o “Barra” ma nomi convenzionali, non ricordo quali. In questo modo cercavamo di stornare l'attenzione. Poi, arrivati al Penale, il compagno che possedeva il portatile era stato scarcerato e eravamo senza calcolatore.
Fece una pausa e si strofinò la faccia.
Un po' di soldi ce li feci mettere dalla mia famiglia e persino da quella di una mia ex, figurati. Allora costavano un botto! Mi pare sopra il milione di lire, quasi due stipendi.
E era un IBM?
No, quelli costavano ancora di più. Era un cosiddetto clone IBM, un IBM copiato, praticamente.
E i brevetti?
Ah, ma Intel non aveva dato esclusiva a IBM per il suo processore, era libera di venderli a chiunque. La scheda madre bastava rifarla adottando altre tecniche e la cosa era fatta. A Taiwan erano bravissimi. Li chiamavano anche “taiwanesi”.
Bell'imbroglio! Ma il sistema operativo?
Quello fu un colpaccio di Bill Gates. Microsoft aveva sviluppato il PC-DOS per IBM ma con poche modifiche immise in circolazione una versione solo formalmente diversa chiamata MS-DOS e il gioco fu fatto.
Incredibile, avranno fatto i soldi a palate!
Non subito subito: per favorire la distribuzione non facevano il minimo caso alla differenza tra copia e copia pirata e così pasturarono e acquisirono un mercato immenso.
Geniale!
Infatti. Così noi, il nostro gruppetto, aveva il suo primo computer. Con una cara amica lo battezzammo Bid-One. Bid come bit pronunciato con il raffreddore…
Questa non fa ridere.
Lei rise, mi guardò incredula e fece “bidone?” fu divertente. Poi iniziammo con quello a tempestare di richieste le ditte produttrici di computer e alcune risposero e dopo un po' avevamo una stanza con tre o quattro pc. A quel punto si presentò un volontario, un certo Dario. Era un professore di matematica e un onest'uomo di genio. Ci mise in grado di imparare a usare un programma allora all'avanguardia, Si chiamava TEX.
Tex Willer.
Mai piaciuto. No. Si legge con la “chi” greca. Era e è un programma, oggi si dice un'app, per impaginare formule matematiche. Lo aveva messo a punto uno di quegli scienziati americani che sembrano usciti da un libro: disinteressati, eccentrici, distratti. Si chiamava Donald Knuth e mi scrisse che aveva dovuto aggiustarsi gli occhiali con il fil di ferro perché gli si erano spezzati. Un bel tipo!
Ma vi scrivevate?
Una volta sola gli mandai una lettera, mi sembrava il minimo. Mi rispose, carino, spiritoso. Gli avevo scritto che avevamo tradotto il suo manuale in italiano. Lo rifeci uguale uguale all'originale, che -naturalmente-lui aveva fatto in TEX.
Naturalmente.
Sì. Che poi era un bel lavoraccio. Occorreva scrivere le istruzioni a mano, ti faccio un esempio, se dovevi scrivere la parola bold in grassetto dovevi aprire una graffa, inserire una sbarra seguita da una b, poi scrivere bold e chiudere la graffa. Un procedimento simile andava usato per le equazioni frazionarie: era un inseguirsi di graffe aperte e chiuse, istruzioni e simboli.
Un rompicapo.
Sì, ma niente di difficile come un rebus. Era un procedimento lineare, bisognava solo stare molto attenti e pazienti. Dario ci passò una serie di testi di matematici da impaginare, ci seguì, ci corresse e alla fine arrivammo alla copia da stampare. Ci eravamo procurati una delle prime stampanti laser per fare il lavoro e quello fu un investimento davvero notevole. Credo costasse un sette o otto milioni dell'epoca.
Però!
Già, ma ti rendi conto? Un libro di matematica stampato al computer con un programma d'avanguardia in un carcere italiano?
Suona fantascientifico.
Parecchie cose della dissociazione politica sembrano fantascientifiche oggi, te lo assicuro. Quelle che ti ho raccontato prima non lo sono? E il dibattito “Terroristi e Riformisti” in cui interloquivamo con Giuliano Amato piuttosto che con Benvenuto o Bobbio?
E poi?
Poi uscimmo in misure alternative, cioè solo di giorno, la notte tutti dentro. E ci portammo i calcolatori e la stampante e andammo avanti a impaginare le annate arretrate della Rivista di Alta Matematica dell'Istituto Martini.
E perché?
Per soldi, non molti, dal punto di vista del perché finalistico. Dal punto di vista del perché causale, successe che i vecchi metodi di impaginazione erano diventati tanto costosi e complicati da renderci assolutamente competitivi. Ci pregarono di sbrigarci!
Finché mi dirai di questa ingenuità…
Presto detto. Quando l'arretrato fu finito, il fornitore di prima, un tipografo con la sede vicina all'università, ci chiese di fargli un corso e noi glielo facemmo anche se sapevamo che poi lui sarebbe riuscito a riaggiudicarsi il lavoro.
E perché?
Mah, in parte perché nel giro di qualche mese un corso da qualcun altro, magari a Milano, sarebbe riuscito a farselo fare, in parte perché mica ti puoi mettere di traverso in queste cose. E poi noi a fare gli imprenditori non siamo molto bravi.
Un po' troppo ingenui?
Mi sa.
E il manuale?
Oh, non so dove sia finito. Me lo ricordo ancora con una copertina nera e sopra un foglio di acetato. Rilegato con quelle vitone doppie e un pezzo di legno per dargli stabilità. Un volumone.

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