Gnocco fritto

Ora a chi mi volesse convincere che la dimensione del sogno è per definizione irrealistica, sbagliata e inefficiente dal punto di vista della organizzazione della vita potrei rispondere: provare per credere. Infilatevi la mia vita come un vestito vecchio, ve la presto, tirate giù le maniche, stringete quanto serve la cintura e guardatevi attorno, assaggiate in giro i fatti, annusate i ricordi e ditemi un poco se senza sogni sarebbe stato possibile sopravvivere o, per non far tragedie, almeno uscirne meno acciaccati.
Nel 1985 a Rebibbia G8, area omogenea della dissociazione, qualche decina di soggetti a modo loro sognanti vivevano in celle affacciate su un lungo corridoio, diviso a metà da una rotonda -peraltro tutt'altro che tonda, ve lo dice uno che per mesi ne ha pulito tutti i giorni pavimento, battiscopa e angoli. Mi ci aveva portato un grande sogno e non è interessante sottolineare se individuale o collettivo. Ammesso che i sogni collettivi davvero esistano: di quali strumenti ci serviamo per individuarli, descriverli e definirli, e chi sogna, in un sogno collettivo? Io posso parlare dei miei, sfuggenti, concreti, credo mai traditori, perversi, cattivi sogni e testimoniarne tutto il bene possibile, chiedendo di riservare al sognatore giudizi, condanne e espiazioni. Di più non chiedetemi che non sono disposto a dare, semmai rimproveratemi il fatto che molti anni fa avrei reagito infastidito e con arroganza se vi fosse azzardati a usare questa parola per definire la dimensione della mia speranza, perché, se è vero che ci eravamo detti che l'unico realismo vero è desiderare l'impossibile, io rimanevo incerto sulle differenze che intercorrono tra sogno e speranza, desiderio e impossibilità, differenze che a altri saranno pur sembrate ovvie ma sulle quali io esercitavo sospettosa sorveglianza sembrandomi che il cedimento cominciasse da lì.
Quale sia stato il bene del sogno dal punto di vista della protezione e della sopravvivenza mi è semplice dirlo: nelle celle è bene vivere un sogno in cui si possa continuare a esistere. Chi non aveva sogni aveva solo lacrime, mentre noi riuscivamo persino a stare allegri e a praticare evasioni sognando evasioni e sognando significati, perché lì c'era chi sognava l'elicottero e chi l'evasione di massa, chi la fuga e chi il combattimento, ma erano gli stessi che potevano sognare la prossima partita di belot e rebelot, il prossimo menu, la prossima lettera. Non che tutto fosse sogno, né nel bene né nel male; ma qui mi limito a questo e non desidero raccontare altro.
Tendo a sognare con tutto me stesso, sensazioni comprese, e la luce spaventosa e gialla dei riflettori che si rompeva sulle doppie sbarre disegnava per me le placche del carapace di una tartaruga. Le disegnava alla mia mente senza spingermi a immaginarne il corpaccione, le zampe, gli occhi che ora sarebbero umidi e allora forse sarebbero stati duri e freddi: giacevo su un fianco e mi limitavo a guardare sognante quei segni sul muro, sullo stipite della finestra e mi dicevo “sembrano le placche di una tartaruga” e sognavo che un senso ci fosse e che noi stessimo dalla giusta parte.
Là tutto l'insieme parlava di irrealtà, se non di sogno: dal numero di guardie che ti scortava a ogni metro fuori della cella, alla sensazione dello spazio ristretto e ingigantito in quella piccola astronave che viaggiava nel tempo per potersi sequestrare dal mondo. Irreale era l'atmosfera del passeggio con l'amico che mi parlava di fantascienza e il moltiplicarsi di reti, di muri, di sorveglianza tutto attorno. Irreale sentirsi euforici al terzo piano per l'abbondanza di orizzonte dopo due anni di bassure, accanto all'erba e al piede dei muri. Irreali le telefonate a casa o le visite, una assurda familiarità che collidendo con il quotidiano diventava incredibile e ingestibile e si affidava così a uno spazio grigio di sentimenti da non definirsi.
Lassù il sogno collettivo era necessario come il pane e lo sapevamo tutti, guardie e ladri, tanto che investito dalla secessione di tanti non mutò di molto per divenire il sogno di una diversa umanità e senso di condotta. Nemmeno questo un sogno brutto, per quanto impreciso e claudicante.
E quali dunque i sogni di Rebibbia G 8? Certamente sogni diversi, ognuno di noi con il proprio, ma anche sogni nuovi e sogni da viversi assieme. Quelli di prima li avevo esauriti un pomeriggio a Sollicciano, attorno a un lungo tavolo dove stavamo seduti a esprimere le nostre posizioni al direttore degli Istituti di Pena -fatemelo dire così, non ho voglia di pensarci al titolo vero- che era un uomo interessante, con gli occhi attenti e un bel naso, solo la bocca sembrava a tratti un po' debole. Ero lì e ascoltavo i compagni prendere la parola e nella testa sognavo di anticipare le loro parole, di udirle prima che fossero pronunciate, nell'ordine di interventi che sarebbe stato rispettato da lì al futuro lontano. Un sogno già visto, che mi si era esaurito nella parte che poteva motivarmi, mandarmi avanti. A riunione finita chiesi a bocca-un-po'-debole il trasferimento a Rebibbia.
Dunque sogni nuovi quelli del G 8. All'inizio quasi solo il sogno di capirne un poco di più di quello che era successo e di quello che stava succedendo con le aree omogenee. Ora che a tanti anni di distanza ci ripenso mi accorgo di stare in questa Roma del 2017 come in un mondo che non comprendo, che è tanto più grande di me da nutrirne tanti di sogni ma nei quali io potrei non trovare posto. Trovare posto nei sogni è difficile, richiede dei passaggi, degli ingaggi e degli appigli, il rispetto di una serie di regole non scritte e riformulate di continuo. Richiede accettazione e sacrificio, abnegazione finalizzata, accettazione. Sarebbe così facile voltarsi e fuggire se non si amasse il sogno, se non fosse indispensabile.
Il sogno dei sogni al G8 nel 1985 era di uscire dalla lotta armata potenziando i temi politici del conflitto, gli interlocutori e le interpretazioni aperte. Battere il partito dell'emergenza, mettere un limite all'uso dei pentiti, frenare la novità reazionaria che sulla sconfitta si stava dispiegando digerendo e metabolizzando il peggio della nostra esperienza oltre che le acquisizioni del proprio successo. Era un sogno generoso sia di speranze che di disponibilità di sé, ci si giocava ancora una volta noi stessi, si rimettevano al loro posto conflitti e speranze.
Anche i miei sogni attuali mi piacciono e ci lavoro dentro come un matto col fiato sul collo perché il tempo mi diventa nemico: non venitemelo a raccontare che sognare fa passare il tempo, perché invece lo consuma con la stessa velocità con cui lo dilata. E' uno sprone feroce, non un mantello consolatorio; ma se avete un sogno degno, be', se lo avete, sapete anche di cosa io stia parlando.
Però, nel grande sogno di Rebibbia G 8 di trent'anni or sono, Franco nutriva anche un sogno più piccolo, quello di mangiare lo gnocco fritto. Volevo stringere i rapporti con lui e i suoi amici e stare con loro perché mi sembravano il meglio e il meglio è essenziale. Passare per il gruppo cucina era naturale e quando Franco mi propose di far da cuoco mi trovò prontissimo anche perché facevo mensa con un entusiasta, magrissimo seguace di strane teorie sull'immoralità del consumo e i vantaggi del risparmio più radicale, anche di parole: praticamente ero alla fame fisica e morale o -perlomeno- di compagnia.
Ma Franco non era uomo da fare sconti. Dichiarava il suo odio per quel tesoro che è la parmigiana di melanzane con tale dovizia di argomenti gastronomici, antropologici, nutrizionali, di costume che era in grado di ammutolire il fan più acceso della squadra avversa, figurarsi io che sono tipo prudente. E Franco era anche giocatore di bridge, giocatore della carta più che della licitazione, per cui non poteva farsi sfuggire l'occasione:
“Lo sai fare lo gnocco fritto?”
“Certo!” mentii.
Assunto.
In quanto allo gnocco fritto di cui non conoscevo nemmeno l'esistenza, posso dire che tutt'ora nutro dei dubbi sulla sua manifestazione terrena. Credo sia un impasto dorato e croccante, seppur morbido. Le cose quella volta andarono diversamente. L'acquisto di farina che non fosse integrale era proibito e l'impasto si rifiutò di lievitare oltre lo stato di pappa collosa. I commensali erano molti e le padelle per friggere poche e piccole, pochi i fornelli, forse mi presi pure tardi; gli gnocchi mi vennero grandi come arancini e non raggiunsero mai la cottura. Gli Sguardi trafissero le Speranze del cuoco. Ma ormai era Fatta.

Commenti

Post popolari in questo blog

Merdine

"Venti di guerra"

Violencia y revolucion