Gradini a salire


In noi e tra noi c’è una zona in cui ci si muove sventati e per prove e errori. Oltre che essere la casa dell’alacrità generosa, della liberazione e della danza della vita, è la zona delle intenzioni buone di cui è lastricata la strada per l’inferno, dei fraintendimenti catastrofici, delle pie illusioni, delle frustrazioni brucianti, dei doppi e tripli inestricabili sensi, delle emozioni che non si fanno scacciare. Quando lì alberga anche solo temporaneamente la negatività vi potreste sentire accerchiati dai monti, di notte, il passo incerto su un invisibile sentiero sdruccioloso, accecati e percossi dalla pioggia. Qui ci si mette sotto scacco da soli o si combatte.

Non è solo disperazione questo abitare balbettante gli spazi che nessuno ci ha insegnato a conoscere. Piccoli maestri di noi stessi noi siamo alla ricerca di gradini, di qualcosa che ci aiuti a trarci dalla palude e dalla sofferenza ma anche a farci puramente salire. Salendo non possiamo sperare di trovare nient’altro che sfide, ma nuove: cerco gradini e non li trovo, li devo costruire. Ora mi accorgo che questa forma di consapevolezza di cui assaggio il sapore e la consistenza è un gradino di prima, ormai appartenente a un percorso già svolto; ora scopro che questa emozione non è più quella di prima e che dove reggeva un passo ora ne regge due e tre; ora quello che prima era impensato lo diventa. Avviene anche quando il cielo è azzurro e l’aria profuma, ma sotto la tempesta è più difficile eppure bisogna provarci lo stesso.

Nel perigliare della lotta, dopo una sconfitta o nell’attesa di un assalto, dubitando giustamente di noi stessi, può capitare di tornare bambini abbastanza per ricorrere alla magia e non voler pestare le righe per terra, cercare di sanare una ferita con una offerta, inventare sacrifici. In momenti difficili per lo spirito ci si può perdonare se si tenta di inventare strumenti, recitare formule, tentare riti, abbozzare improbabili scambi, sostituire.

Guardo questa vecchia foto di famiglia che ho spesso interpretato e impersonato come uno scudo. Mi ci sono rifugiato e la ho persino offerta in dono, mela per nulla avvelenata, nella speranza assurda che potesse essere utile a altri che non a me stesso. Ora che è tutta per me la afferro per le braccia e ne misuro la forza.

Inizio a rileggerla. Sono tenuto per mano da una persona di cui avevo fiducia, lo si capisce guardandomi. Ho gli occhi fissati in davanti, un po’ verso destra, sul mio orizzonte. Accanto a me c’è una giovane donna che fissa mia madre, forse ne ascolta le parole forse i segni, poi c’è mia sorella che guarda dritta nell’obiettivo, infine mia madre e mio padre. Il fotografo era quasi esattamente di fonte, un poco di lato, e c’è l’avvicinarsi in diagonale di queste cinque persone che camminano assieme. Anche il flusso del tempo va in diagonale e la foto sembra ritrarci mentre lo stiamo percorrendo staccandoci dal momento dello scatto, in avanti, già lontani.

Questa foto non è stata sempre con me perché ho cominciato tardi a mettermi in caccia di tracce: gran parte della vita ho fatto esclusivamente altro e se mi trovavo sotto la pioggia, scivolando su un incerto sentiero, lottavo come i bambini roteando le braccia, i pugni stretti e gli occhi chiusi, strizzati; e se qualcuno mi avesse parlato di un posto dove lo spirito può lottare e vincere fantasmi lo avrei deriso. Quando usai per la prima volta questa fotografia che è così piena di significati, ne scelsi il ritaglio che racchiude solo la mia figura: un bambino con i capelli mossi, le guance un po’ tonde, una espressione che seria o concentrata è troppo difficile dirlo e che è tenuto per mano da qualcuno che dalla foto è escluso. Mi chiedo se sarebbe stato tutto diverso nel caso in cui a tenermi per mano fosse stata mamma o papà o mia sorella. Rifletto che è vero che sono il più esterno del gruppo, oppure l’ultimo, il più protetto o il più esposto; ma sono lì e non sono un ritaglio.

Ora che la fotografia è tornata intera per prima prevale la visione del gruppo. Poi i singoli e, ora che mia madre o mio padre non attraggono più la mia attenzione in modo di volta in volta esclusivo, mi colpisce e si anima la coppia dei miei genitori.

Scollegato dalla fotografia, ma connesso all’io che la sta guardando, il ricordo di una discussione tra loro riemerge unico e certo. Non ho elementi per indovinarne l’argomento; ma posso sentirne la forza e riconoscere il senso che questo ricordo può avere per me. Lo spazio indeterminato nella memoria si muove verso la mia volontà, dialoga con lei, se ne fa portatore. Scolpisco gradini quando prima potevo sentirmi solo come una formica sul cerchio di un tappo di sughero in mezzo a imprevedibili onde .

Nella foto mia madre è sottile e elegante e guarda verso l’obiettivo, ma non sembra fissarlo come Susanna. Sembra guardare un punto che sta oltre e un poco di lato, guarda dove forse saremo tra molto. Esprime decisione o è solo provata, un po’ sofferente, e non sembra sorridere: difficile dirlo con una foto così sgranata. E’ forse decisione o il ricordo di una decisione? Se sì deve appartenere a essa anche quella di concepirmi oltre la malattia che lei non poteva non prevedere incurabile. Da dove la sua decisione venisse, quanto ci fosse di consolazione, ribellione, desiderio, dono... non per questo io venni al mondo, io debbo sapere e dire che venni al mondo per me e lei questo certo lo sapeva. Scolpisco gradini.

La discussione avvenne in cucina e penso fosse di sera. Cosa si siano detti non potevo capirlo; ma mia madre deve essere stata decisa, la sua decisione era bella e mi piacerebbe esserne figlio.
Primo a destra, mio padre cammina a fianco di mamma e guarda verso la fila che gli si apre a fianco, guarda mia madre con la coda dell’occhio, guarda dove saremo tra un po’ o dove gli piacerebbe che andassimo. A lui piacevano le mete in montagna e gli piaceva guidarci. Ora a me piace pensare a questi sguardi nel loro insieme; anche l’idea di una squadra in battaglia potrebbe piacermi. Papà che ci guarda e io che lo imito senza capire e guardo nel vuoto a un futuro invisibile, questa è una ipotesi. Ma forse invece io guardo per conto mio, alla altezza del mio futuro e ce ne ho più che abbastanza. Tra tutti, l’unico sguardo diritto in avanti è quello di mamma e forse è il più solo.

La discussione avvenne in cucina e penso fosse dopo la cena. Quale fosse l’argomento non lo potei capire perché ero troppo piccolo e venni allontanato, mandato in un’altra stanza ritengo per pudore e rispetto. Sentii mamma e papà chiamarsi Adalberta e Carlo.

Solo da mio padre seppi del loro incontro alla stazione, dello “Scusi, posso portarle la valigia?”. Se avessi sentito parlarne anche mia madre forse potrei meglio dire quando per Carlo Adalberta fu Berta e in che modo. Papà guarda alla sua destra, forse guarda mamma, forse la vede con la coda dell’occhio e è una persona elegante, si capisce che con mia madre si fossero trovati.

Quella sera in cucina, cosa era successo? Era il fatto che non fosse mai a casa per impegni suoi con il mondo? O erano i soldi a mancare? O era l’educazione dei figli? O una suocera insopportabile? O una decisione medica, quel “tagliare o non tagliare” che mio padre mi riportò da adulto come un problema suo e mio ma che certo era più un problema di mamma. Mi accorgo che ricostruisco la cosa nella forma di un rimprovero di mia madre a mio padre. Non ho un solo motivo per farlo, ma mi viene naturale pensare che una discussione sul presente, sulla vita e sui corpi la conduca e la vinca la donna.

Mio padre guarda alla sua destra e in avanti, è virile e elegante, e se sento l’assenza di lui provo una gran pena. Forse la sua dolcezza elegante era la sua virtù. Guarda vigile a destra, con gli avambracci scoperti, scostati dal corpo per accompagnare il passo e esprime energia. Chi c’è sul palco a fianco delle truppe in parata? A chi viene tributato l’omaggio in cambio dell’orgoglio per la fedeltà? Forse a me stesso di sessant’anni più vecchio, quello che siede davanti al suo futuro di allora, al suo passato di oggi, e che a quel tempo era tanto lontano sulla destra da poter tornare ora a sinistra, alla fine del pezzo di anello che manca.

Quella sera in cucina mio padre deve avere argomentato con forza, sicurezza e proprietà di linguaggio, forse tentando di ritorcere contro mia madre gli argomenti di lei, in questo era bravo.

Camminano assieme e guardano in un’altra direzione. Mi sembra di conoscere il tono in cui mia madre parlava a mio padre. Conosco bene il tono con cui papà parlava di lei perché lo ricordo, ne parlava con me. Ma non ricordo, forse non so come lui parlasse a Berta. Ora immagino che mio padre, guardando a destra, davvero avesse nel cuore la scorta e la protezione di mamma, e che il suo front-a destr fosse anche per lei cioè per il comandante nemico.

Guarda a destra e forse sente l’orgoglio di essere al fianco e contro Adalberta. Forse perché è molto bella, forse perché lui è Carlo; ma sarei contento di pensare che fosse perché mia madre era una gran combattente. Quella sera in cucina io fui mandato fuori, in un’altra stanza, e fui portato dentro, mi fu affidato qualcosa. Tra uomini e donne c’è amore e c’è guerra, dentro di me c’è amore e c’è guerra e se io sono il mio miglior nemico so anche riconoscere chi può essermi a fianco, chi mi può davvero apprezzare e sconfiggere.

“Dai nostri migliori nemici noi non vogliamo essere risparmiati, e nemmeno da coloro che amiamo dal profondo.”
“Fratelli nella guerra! Io vi amo dal profondo, io sono e sono stato uno dei vostri. E sono anche il vostro migliore nemico. Perciò lasciate che vi dica la verità.
Io so l’odio e l’invidia del vostro cuore. Voi non siete grandi abbastanza, per non conoscere odio e invidia. Siate allora grandi abbastanza da non vergognarvi di voi stessi!
E, se non potete essere santi della conoscenza, siatene almeno i guerrieri. Questi sono i compagni e i precursori di quella santità.”


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