La conversazione
Le vite di ciascuno
di noi costituiscono ciascuna a modo suo un universo di problemi e
beato chi crede di avere a che fare con un sé stesso o due perché
quello che dentro di noi viene rappresentato e si rappresenta è
molto più di una commedia o di una condizione, è il farsi di un sé
molteplice e contraddittorio che per alcuni non si farà mai
pacificare, molto al di là della quotidianità e dei suoi
compromessi.
Come l'alienazione anche il conflitto si stabilisce nelle coscienze e oltre, nelle modalità di relazione e di scambio che albergano dentro i nostri nuclei di individuazione. La produzione di quella singolarità acquattata in mezzo al processo di identificazione non si presenta come un momento ma come un succedersi di scontri realmente molto più radicali di una guerriglia.
La singolarità si instaura in termini di connessioni puntuali tra i soggetti, individuali o collettivi che siano e fornisce senso alle relazioni. Ogni produzione della psiche a partire dalle più vicina alla fisiologia si costituisce in un esperire l'attimo che prende posto nella catena di salti, di rotture, di negazioni che si dipana temporalmente nella vita di ciascuno e di tutti.
La mia memoria è insieme dannazione, miseria, liberazione, tesoro. Attingervi è un atto che richiede un rituale, talvolta lungo degli anni, narrarla è un atto vitale, un gesto di sfida alla gravità, una saggia e calcolata sventatezza. Come il bambino e il vegliardo sanno, ogni passo è un atto di fede interiore, un azzardo e una certezza. L'azzardo è l'abbandonarsi alla caduta, la certezza è l'esistenza di un piano oggettivo che la fermerà. La memoria cerca il proprio piano oggettivo e non è decisivo che esso sia l'unico, il solo, il possibile o il vero; ma che fermi la nostra caduta.
Queste riflessioni mi vennero in mente dopo una notte di maggio quando Giuseppe si sedette di fronte a me al tavolo, si versò un bicchiere di grappa, lo scostò e tirò fuori una voce lucidissima, morbida e asciutta come un lenzuolo da ore sotto il sole del prato.
“Quella mattina livida arrivammo in piazza in tre su una pantera della polizia crivellata di pallettoni, le gomme a terra. Uno guidava, il faccione stampato sotto la massa dei capelli biondi che portava leggeri e vaporosi, pettinati all'indietro. A fianco, afferrato per come poteva alla maniglia sopra la portiera, il ferito. Io dietro, brancicante un M12 abbandonato che infilai in una cartelletta di plastica, di quelle simil cuoio con una zip che ne contorna tre lati su due.
Abbordammo un taxi tra semafori rossi, rotaie del tram, isole spartitraffico. Ci facemmo condurre poco lontano, alla nostra base. Il guidatore proseguì col tassista. Il ferito riusciva a stento a reggersi in piedi saltellando sulla sinistra, il ginocchio destro piegato e perforato. Driblammo marciapiede e portoncino, molto decoroso, di legno. Arrivammo ai piedi delle scale di marmo, il corrimano di legno, decoroso. Me lo caricai sulle spalle, tirandolo per le braccia che perdevano sangue dai buchi delle pallottole. Era un po' più piccolo di me ma non ho fatto più una fatica del genere. Salimmo i piani. Tre o quattro, non ricordo bene. Al penultimo ci venne incontro la compagna che era proprietaria dell'appartamento che ci ospitava. Arrivando avevo suonato. Le chiesi di asciugare le macchie che il ferito aveva disseminato tra un gradino e l'altro per tutto il tragitto. Lo stesi sul letto. Misi a bollire dei pezzi di lenzuolo come avevo visto fare nei western. Poi glieli stesi sopra i fori, chiedendomi a che potessero servire. Fuori, le sirene e gli elicotteri mescolavano un ringhiare assordante di bestia in caccia. Senza poter accedere al tetto, quell'ultimo piano era una trappola. Sopraggiunse un altro compagno, un mio comandante, anch'egli reduce dalla sfortunata azione di poco prima. Si informò, si aggirò brevemente, prese la compagna per mano e mi guardò negli occhi.
'Io scendo con lei e mi metto qui sotto di guardia'.
Forse dissi 'va bene', forse stetti zitto. Avevo appena seppellito la mia appartenenza con loro.”
Si fermò e mi fece un sorriso.
“Scusa se ti ho raccontato questa storia. Non sono cose belle da dire.”
Ero confuso e agghiacciato. Il racconto era stato tanto sintetico e martellante che mi sembrava di non aver capito poi tanto e gli elementi sfuggivano alla comprensione, se ne stavano ognuno per conto proprio, staccati come pugni picchiati su un pezzo di lamiera.
“Scusami tu, non ho capito la fine. E' andato a fare la guardia? E che avrebbe potuto fare se fossero arrivati?”
“Niente, salvarsi. Salvare il quartier generale.”
“Capisco.”
“Aveva ragione, da un certo punto di vista.”
“Gli dai ragione? Non mi sembra, a sentirti.”
“Penso che me lo avrebbe dovuto chiedere. Gli avrei detto comunque di sì.”
Restai zitto.
“Grazie. In un certo senso è la prima volta che ne parlo seriamente. Poi me ne andai.”
“Andasti via?Abbandonasti?”
“Diciamo così, per motivi complicati che mi restano incerti. Ma questa cosa pesò più di tutte.”
“E poi?”
“E poi rientrai, per motivi complicati che mi restano incerti. Non voglio parlarne per spiegarmi, solo per pagare un debito con me stesso. Poi fui arrestato, mi feci la mia galera. Ma per stasera basta così. Ho già dato.”
Si alzò, scolò il bicchiere e si avviò verso la casa. In bagno vado prima io. Va bene?”
“Ok.” risposi.
Ora che Giuseppe se ne è andato, che non lo trovereste da nessuna parte, che non ci sta più, scrivere di quella serata mi è sembrato un modo giusto e onesto per ricordarlo e mi sono sorpreso a rammentare con tanta esattezza ogni sua frase a distanza di tanti mesi. Credo anche che Giuseppe oggi potrebbe condividere almeno alcune delle mie convinzioni su noi stessi e la nostra memoria, anzi, ne sono sicuro perché credo di essergliene in parte debitore.
Come l'alienazione anche il conflitto si stabilisce nelle coscienze e oltre, nelle modalità di relazione e di scambio che albergano dentro i nostri nuclei di individuazione. La produzione di quella singolarità acquattata in mezzo al processo di identificazione non si presenta come un momento ma come un succedersi di scontri realmente molto più radicali di una guerriglia.
La singolarità si instaura in termini di connessioni puntuali tra i soggetti, individuali o collettivi che siano e fornisce senso alle relazioni. Ogni produzione della psiche a partire dalle più vicina alla fisiologia si costituisce in un esperire l'attimo che prende posto nella catena di salti, di rotture, di negazioni che si dipana temporalmente nella vita di ciascuno e di tutti.
La mia memoria è insieme dannazione, miseria, liberazione, tesoro. Attingervi è un atto che richiede un rituale, talvolta lungo degli anni, narrarla è un atto vitale, un gesto di sfida alla gravità, una saggia e calcolata sventatezza. Come il bambino e il vegliardo sanno, ogni passo è un atto di fede interiore, un azzardo e una certezza. L'azzardo è l'abbandonarsi alla caduta, la certezza è l'esistenza di un piano oggettivo che la fermerà. La memoria cerca il proprio piano oggettivo e non è decisivo che esso sia l'unico, il solo, il possibile o il vero; ma che fermi la nostra caduta.
Queste riflessioni mi vennero in mente dopo una notte di maggio quando Giuseppe si sedette di fronte a me al tavolo, si versò un bicchiere di grappa, lo scostò e tirò fuori una voce lucidissima, morbida e asciutta come un lenzuolo da ore sotto il sole del prato.
“Quella mattina livida arrivammo in piazza in tre su una pantera della polizia crivellata di pallettoni, le gomme a terra. Uno guidava, il faccione stampato sotto la massa dei capelli biondi che portava leggeri e vaporosi, pettinati all'indietro. A fianco, afferrato per come poteva alla maniglia sopra la portiera, il ferito. Io dietro, brancicante un M12 abbandonato che infilai in una cartelletta di plastica, di quelle simil cuoio con una zip che ne contorna tre lati su due.
Abbordammo un taxi tra semafori rossi, rotaie del tram, isole spartitraffico. Ci facemmo condurre poco lontano, alla nostra base. Il guidatore proseguì col tassista. Il ferito riusciva a stento a reggersi in piedi saltellando sulla sinistra, il ginocchio destro piegato e perforato. Driblammo marciapiede e portoncino, molto decoroso, di legno. Arrivammo ai piedi delle scale di marmo, il corrimano di legno, decoroso. Me lo caricai sulle spalle, tirandolo per le braccia che perdevano sangue dai buchi delle pallottole. Era un po' più piccolo di me ma non ho fatto più una fatica del genere. Salimmo i piani. Tre o quattro, non ricordo bene. Al penultimo ci venne incontro la compagna che era proprietaria dell'appartamento che ci ospitava. Arrivando avevo suonato. Le chiesi di asciugare le macchie che il ferito aveva disseminato tra un gradino e l'altro per tutto il tragitto. Lo stesi sul letto. Misi a bollire dei pezzi di lenzuolo come avevo visto fare nei western. Poi glieli stesi sopra i fori, chiedendomi a che potessero servire. Fuori, le sirene e gli elicotteri mescolavano un ringhiare assordante di bestia in caccia. Senza poter accedere al tetto, quell'ultimo piano era una trappola. Sopraggiunse un altro compagno, un mio comandante, anch'egli reduce dalla sfortunata azione di poco prima. Si informò, si aggirò brevemente, prese la compagna per mano e mi guardò negli occhi.
'Io scendo con lei e mi metto qui sotto di guardia'.
Forse dissi 'va bene', forse stetti zitto. Avevo appena seppellito la mia appartenenza con loro.”
Si fermò e mi fece un sorriso.
“Scusa se ti ho raccontato questa storia. Non sono cose belle da dire.”
Ero confuso e agghiacciato. Il racconto era stato tanto sintetico e martellante che mi sembrava di non aver capito poi tanto e gli elementi sfuggivano alla comprensione, se ne stavano ognuno per conto proprio, staccati come pugni picchiati su un pezzo di lamiera.
“Scusami tu, non ho capito la fine. E' andato a fare la guardia? E che avrebbe potuto fare se fossero arrivati?”
“Niente, salvarsi. Salvare il quartier generale.”
“Capisco.”
“Aveva ragione, da un certo punto di vista.”
“Gli dai ragione? Non mi sembra, a sentirti.”
“Penso che me lo avrebbe dovuto chiedere. Gli avrei detto comunque di sì.”
Restai zitto.
“Grazie. In un certo senso è la prima volta che ne parlo seriamente. Poi me ne andai.”
“Andasti via?Abbandonasti?”
“Diciamo così, per motivi complicati che mi restano incerti. Ma questa cosa pesò più di tutte.”
“E poi?”
“E poi rientrai, per motivi complicati che mi restano incerti. Non voglio parlarne per spiegarmi, solo per pagare un debito con me stesso. Poi fui arrestato, mi feci la mia galera. Ma per stasera basta così. Ho già dato.”
Si alzò, scolò il bicchiere e si avviò verso la casa. In bagno vado prima io. Va bene?”
“Ok.” risposi.
Ora che Giuseppe se ne è andato, che non lo trovereste da nessuna parte, che non ci sta più, scrivere di quella serata mi è sembrato un modo giusto e onesto per ricordarlo e mi sono sorpreso a rammentare con tanta esattezza ogni sua frase a distanza di tanti mesi. Credo anche che Giuseppe oggi potrebbe condividere almeno alcune delle mie convinzioni su noi stessi e la nostra memoria, anzi, ne sono sicuro perché credo di essergliene in parte debitore.

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