La legge del princisbecco
Christopher Pinchbeck, vissuto fra il 1670 e il 1732, fu un orologiaio inglese che mescolando rame, zinco e stagno ottenne un materiale simile all'oro, il princisbecco.
Verso i quattordici anni io e il mio amico Marco eravamo una coppia sempre in vena di esplorazioni. Un giorno decidemmo di appuntare l'attenzione sull'unica porta della soffitta che, tra le tante, era chiusa. In quegli anni, la casa, in netto declino, era abitata dalla nostra famiglia al primo piano e da quella di mio zio Ugo, il fratello maggiore di mio padre, al secondo. Non ricordo quanto io e Marco impiegammo a decidere che dietro quella porta chiusa, sicuramente dimenticata, tralasciata, non presa in considerazione, dovesse celarsi qualcosa da riscoprire. In una età in cui le fantasie dell'infanzia non si sono ancora ben dissipate, ci sembrava perfettamente normale che gli adulti trascurassero le cose importanti e forse speravamo che il riscoprirle ci avrebbe fatto fare un passo oltre l'irrilevanza. Mi capita ancora di sentire l'impellente necessità di fare qualcosa, e forse per lo stesso motivo, per il bisogno di una qualche fumosa ricompensa che mi autoinfliggo. Non so se Marco provi gli stessi pensieri, devo ricordarmi di chiederglielo; ma è probabile che per lui le cose fossero e siano diverse e non vorrei troppo indagare. Esplorare mi eccita, indagare mi stanca, mi confonde, mi agita: la realtà mi piace immensamente nella sua forma semplice, per come mi si offre alla vista. E alla vista allora avevo una porta chiusa e dietro un tesoro e dietro gli onori della scoperta.
Per cui, via! Martello, cacciavite, duri e lunghi sforzi. Botte, effrazioni, scalzature, incoraggiamenti reciproci e brevi pause. Affratellati nel lavoro attorno alla serratura e allo stipite, alla fine ci riuscimmo.\br Dentro, sotto una coltre di polvere, una povera serie di oggetti: una spada d'ordinanza tutta tronfia e due spalline da ufficiale, quelle con le frangette che stanno appese sotto una lastrina di latta. E poi carte, cornici, anonime scatole e due recipienti in metallo di fattura esotica, impastati da una patina opaca e nerastra di sporco e di ossidazione. In quella specie di teiere di rame allungate e dai lunghi beccucci riconobbi il salotto arabo, cioè una stanza che nonno aveva voluto arredare alla maniera etiope, tanti anni prima. Era al pianterreno con i suoi finti fuciloni alla parete e ingombra dei mobili che un antiquario, per un piccolo affitto, teneva lì a magazzino. Ci fu immediatamente chiaro che un'altra impresa ci attendeva, identica alla precedente nella sostanza: se il tempo aveva annerito quel piccolo tesoro, il nostro compito diventava quello di riportare le teiere all'antico splendore.
Ce ne scendemmo con il bottino e ci demmo di lena a pulirlo. Fu un lavoro faticoso aver ragione dell'ossido annidato nelle fitte geometrie sbalzate che lo decoravano dal coperchio alla base. Usammo ovatta, stracci, crema di pomice, probabilmente alcool (tendevamo a usare l'alcool un po' per tutte le cose, credo perché vagamente pericoloso e proibito). Un lavoraccio sporco e insoddisfacente: all'inizio una macchia lucente è piena di promesse e brilla per contrasto sullo sfondo. Ma si trova sul punto più comodo e accessibile e occorre con pazienza estenderla a tutta la superficie, fino a che ci si accorge che il risultato potrebbe essere più brillante e così ci si sente obbligati a insistere, ma sempre più sfiduciati. Si fece tardi, il compimento del lavoro fu rimandato all'indomani e, salutato Marco, mi preparai per la cena.\br Raramente vidi papà più contrariato, l'arrabbiatura perfezionata dal disagio verso il fratello maggiore. Mi cacciò difilato di sopra da zio che mi inflisse un discorsetto d'acciaio, mi rifiuto di credere che mi abbia persino sculacciato, come la memoria mi suggerisce forse ingannandomi. Quando tornai mortificato di sotto, il commento definitivo di mio padre fu che l'unica cosa di valore di quella robaccia era la patina.
Mi sento di dissentire. Anche se il ricorso al giudizio oggettivo lo ho purtroppo appreso e purtroppo talvolta mi scappa, io dissento perché un tesoro è un tesoro. Con Marco, però, che siamo stati due cretini me lo posso confessare.
Verso i quattordici anni io e il mio amico Marco eravamo una coppia sempre in vena di esplorazioni. Un giorno decidemmo di appuntare l'attenzione sull'unica porta della soffitta che, tra le tante, era chiusa. In quegli anni, la casa, in netto declino, era abitata dalla nostra famiglia al primo piano e da quella di mio zio Ugo, il fratello maggiore di mio padre, al secondo. Non ricordo quanto io e Marco impiegammo a decidere che dietro quella porta chiusa, sicuramente dimenticata, tralasciata, non presa in considerazione, dovesse celarsi qualcosa da riscoprire. In una età in cui le fantasie dell'infanzia non si sono ancora ben dissipate, ci sembrava perfettamente normale che gli adulti trascurassero le cose importanti e forse speravamo che il riscoprirle ci avrebbe fatto fare un passo oltre l'irrilevanza. Mi capita ancora di sentire l'impellente necessità di fare qualcosa, e forse per lo stesso motivo, per il bisogno di una qualche fumosa ricompensa che mi autoinfliggo. Non so se Marco provi gli stessi pensieri, devo ricordarmi di chiederglielo; ma è probabile che per lui le cose fossero e siano diverse e non vorrei troppo indagare. Esplorare mi eccita, indagare mi stanca, mi confonde, mi agita: la realtà mi piace immensamente nella sua forma semplice, per come mi si offre alla vista. E alla vista allora avevo una porta chiusa e dietro un tesoro e dietro gli onori della scoperta.
Per cui, via! Martello, cacciavite, duri e lunghi sforzi. Botte, effrazioni, scalzature, incoraggiamenti reciproci e brevi pause. Affratellati nel lavoro attorno alla serratura e allo stipite, alla fine ci riuscimmo.\br Dentro, sotto una coltre di polvere, una povera serie di oggetti: una spada d'ordinanza tutta tronfia e due spalline da ufficiale, quelle con le frangette che stanno appese sotto una lastrina di latta. E poi carte, cornici, anonime scatole e due recipienti in metallo di fattura esotica, impastati da una patina opaca e nerastra di sporco e di ossidazione. In quella specie di teiere di rame allungate e dai lunghi beccucci riconobbi il salotto arabo, cioè una stanza che nonno aveva voluto arredare alla maniera etiope, tanti anni prima. Era al pianterreno con i suoi finti fuciloni alla parete e ingombra dei mobili che un antiquario, per un piccolo affitto, teneva lì a magazzino. Ci fu immediatamente chiaro che un'altra impresa ci attendeva, identica alla precedente nella sostanza: se il tempo aveva annerito quel piccolo tesoro, il nostro compito diventava quello di riportare le teiere all'antico splendore.
Ce ne scendemmo con il bottino e ci demmo di lena a pulirlo. Fu un lavoro faticoso aver ragione dell'ossido annidato nelle fitte geometrie sbalzate che lo decoravano dal coperchio alla base. Usammo ovatta, stracci, crema di pomice, probabilmente alcool (tendevamo a usare l'alcool un po' per tutte le cose, credo perché vagamente pericoloso e proibito). Un lavoraccio sporco e insoddisfacente: all'inizio una macchia lucente è piena di promesse e brilla per contrasto sullo sfondo. Ma si trova sul punto più comodo e accessibile e occorre con pazienza estenderla a tutta la superficie, fino a che ci si accorge che il risultato potrebbe essere più brillante e così ci si sente obbligati a insistere, ma sempre più sfiduciati. Si fece tardi, il compimento del lavoro fu rimandato all'indomani e, salutato Marco, mi preparai per la cena.\br Raramente vidi papà più contrariato, l'arrabbiatura perfezionata dal disagio verso il fratello maggiore. Mi cacciò difilato di sopra da zio che mi inflisse un discorsetto d'acciaio, mi rifiuto di credere che mi abbia persino sculacciato, come la memoria mi suggerisce forse ingannandomi. Quando tornai mortificato di sotto, il commento definitivo di mio padre fu che l'unica cosa di valore di quella robaccia era la patina.
Mi sento di dissentire. Anche se il ricorso al giudizio oggettivo lo ho purtroppo appreso e purtroppo talvolta mi scappa, io dissento perché un tesoro è un tesoro. Con Marco, però, che siamo stati due cretini me lo posso confessare.
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