Cannoncini



Uno dei primi giocattoli di cui ho memoria –una memoria incostante ma ora molto nitida- è un piccolo cannone di plastica. Stiamo parlando del 1955 circa per cui si tratta di una plastica sui generis, forse qualcosa di più simile a qualcosa che la mia ignoranza immagina una gomma vulcanizzata piuttosto che ai tecnologici prodotti odierni. Nel complesso oggi darebbe l’impressione di una prodotto ingenuo, qualcosa di lievemente caricaturale come certi disegni del primo Walt Disney. Era realizzato più per ricalcare gli aspetti salienti dell’oggetto reale che per rappresentarlo, era privo dettagli e cionondimeno a me sembrava realistico o semplicemente mi piaceva: due ruote, canna e slitta solidali, un affusto che si sviluppa con una coda, con delle travi che dopo aver disegnato un rettangolo convergono in un triangolo dove trova posto il gancio per il traino.
Le varie componenti erano realizzate in colori diversi, la canna comunque era nera e i cerchioni delle due ruote giallo dorati. All’interno della canna, un chiodo in acciaio che andava a spuntare nella culatta piegandosi con un gancio a elle. Quando veniva tirato indietro, si caricava una molla coassiale, poi il gancio si poteva ruotare verso destra fino a assicurarlo al rilievo della culatta. A quel punto si era pronti per introdurre il proiettile (una briciola, uno stuzzicadente…) nella bocca della volata, prendere la mira alzando o abbassando la canna, ruotare il gancio a elle verso sinistra fino a liberarlo, cioè sparare.
Sparare ovvero lanciare la briciola, lo stuzzicadente fino a dieci, quindici centimetri dal cannone e –naturalmente, praticamente mai nello stesso posto. Eppure mi deliziava il meccanismo: caricare, prendere la mira, lanciare approssimativamente verso il bersaglio. Ero felice e appagato dall’idea che se mi fossi grandemente applicato al procedimento, al proiettile, alla riduzione prudente delle mie stesse aspettative, avrei potuto ottenere risultati migliori. Risultati migliori… non nel senso che avrei colto più spesso il bersaglio o anche che mi ci sarei avvicinato di più, ma nel senso che la mia attività (caricare, inserire il proiettile, prendere la mira, sparare) sarebbe stata più propria, equilibrata, bella rispetto a un disordinato e isterico sparacchiare col cannoncino agitato tra le mani, rispetto cioè a una di quelle perdite di autocontrollo nelle quali può capitare al momento dello sparo di accorgersi con un disappunto che si colora di vergogna che il proiettile improvvisato è già caduto fuori dalla canna per conto proprio.
Il cannoncino rappresentava qualcosa che andava oltre la voglia di mirare e di colpire ma anche oltre la simbologia del rito: era misurarsi con uno scopo e con il mezzo per raggiungerlo: assorbiva e appagava delle facoltà, delle abilità e delle attitudini. Era un giocattolo dentro un gioco, sebbene da giocare da soli. In questo non molto diverso da nascondino: forse faccio parte di una minoranza ma delle regole poco mi interessava mentre amavo appassionatamente giocarci, a nascondino. E dove stia il bello del nascondino, se qualcuno ve lo chiedesse, voi lo sapreste dire? Non succederebbe anche a voi quel che succede a me? Di dover rievocare dentro di voi la trepidazione, la concentrazione, la felicità della corsa… ma tutto in quella sera d’estate, con quel profumo d’erba, quelle voci, quegli amici, quella bimba con le trecce, quel voi stessi?
In effetti, qualche anno, in una rara visita a Roma, nella vetrina di un negozio vidi la realizzazione semi-adulta di quel cannoncino. Questa volta era in metallo, correttamente verniciato di verde oliva e –meraviglia- possedeva un volantino in miniatura che era in grado di elevare o abbassare la canna. Capirete quanto nitido potesse essere il mio desiderio e anche quanto oscuro perché nel frattempo il vecchio cannoncino di plastica era scomparso, dimenticato da anni e aveva lasciato solo il feticcio re-ingegnerizzato di sé stesso.  Ma il tempo non era passato solo in un senso e ero diventato sensibile allo scetticismo paterno, all’occhiata che chiede di condividere il buon senso, che fa appello alla ragionevolezza.
“Lo vuoi davvero? Mi sembra sia un po’ troppo caro…”
Dopodiché rimane la nostalgia assurda, il tornare dopo venti, trenta anni di distanza a piazza Re di Roma cercando di ritracciare la vetrina. Il cannoncino grigio verde non c’è più se non nella memoria e lì c’è ancora, pesante e freddo al tatto.
Ma un passo indietro ora mi preme. Un po’ dopo il cannoncino di plastica, mi ritrovai un’altra meraviglia tra le armi a lunga gittata. Questa volta le cose erano notevolmente più raffinate. Innanzitutto c’era una specie dii piccolo phon, un ventilatore con la bocca in verticale che teneva sospesa nella colonna d’aria una pallina. Il ventilatore girava su sé stesso e così la pallina si muoveva in circolo costituendo un bersaglio ancora più attraente, come le paperelle del tiro a segno sono tanto più interessanti in quanto si spostano, ballonzolando, sul fondo del tendone. Poi c’era l’arma, che questa volta era una freccetta o due, a forma di piccolo missile, che si potevano lanciare verso la palletta sperando di colpirla. Anche qui, piccole cose, brevi distanze… che so… 15 centimetri? Questo lanciamissili lo si doveva usare tenendolo appoggiato su un piano e non lo si doveva impugnare a mo’ di pistola, ma la cosa bellissima di questo lancia missili era il sistema di puntamento perché –Udite! Udite! – occorreva guardare in un pozzetto… in un periscopio! Un po’ come le macchine fotografiche a doppia ottica, le 6 x6  dello zio ricco; ma solo un po’ perché qui non c’erano lenti o vetri smerigliati che mettessero a fuoco e nemmeno specchi, in quanto era un pezzo dio latta lucido a riflettere l’immagine. Però era un periscopio, e rovesciava l’immagine e era un congegno di mira… un c-o-n-g-e-g-n-o! E l’occhio nudo sta al congegno di mira quanto un bel paio di gambe sta allo stesso paio di gambe infilate in un paio di calze, di lana o di seta che siano, come sapeva benissimo il Diavolo sull’Isola dei Pinguini, come sanno tutti coloro che sulla cerbottana montano due mollette da bucato per diventare cecchini di cartocci.
Ma il lanciamissili con periscopio per sparare al simulacro di Luna sospesa sul piccolo phon venne dopo. Al tempo del cannoncino di plastica ero piccolo assai. Sono in camera da pranzo (il termine salotto a casa dei miei è bandito), sul parquet più disastrato che si possa immaginare, a pochi metri dall’ingresso e dalla porta che non è mai chiusa a chiave se non quando la casa è vuota. E ecco la voce di zio Italo che annuncia il suo ingresso e eccolo dire “Giancarlo! Ti ho portato un cannoncino!”
Felicità! Corsa! Brancicamento di mani! Paralisi e pianto di delusione.
“Ringrazia zio Italo che ti ha portato un cannoncino alla crema! Dai Giancarlo, che fai, il muso?”
Zio Italo capì per primo e si scusò per essersi espresso male. Se vi sembrasse eccessivo, immaginate come vi sentireste voi per essere la causa della disperazione di un bambino. Comunque i cannoli alla crema non mi piacevano nemmeno prima. Ora li mangio volentieri, a dispetto della nera delusione che un d’essi mi procurò.

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