Kiwi al MOM

La DIGOS mi si era presentata al mattino con un mandato di perquisizione, una convocazione dal magistrato e dei sorrisi di autocompiacimento malcelato che neanche il gatto che ha in bocca il canarino. Con tutto l'aplomb di cui sono capace avevo scorso il dattiloscritto cosparso di timbri e stellone coronate e ero dovutamente raggelato di fronte agli articoli di legge: porto e detenzione, minaccia, incendio doloso, sequestro di persona e ce ne saranno stati altri che con il tempo si sono persi nei meandri spugnosi della memoria, sui piani non coincidenti della memoria.
Poi si trattò di accompagnarli, di assistere all'esame delle mie pertinenze, di rispondere alle domande a doppio senso, di sorbirmi la doppia sensazione di un fastidio profondo e di un terrore panico. Nella stanza dove abitavo non c'era nulla di più illegale delle macchie fiammate lasciate dai test delle capsule a tempo sul battiscopa di marmo e mi spinsi a offrire alla squadra un caffè con il tono di chi fa mostra di conoscere le regole della buona educazione e di scegliere le più adeguate a svilire situazione e interlocutore. Invito rifiutato, falsi sorrisi, falsi congedi e… via!
Via di casa, così com'ero, bestiola in fuga. Chi ha scritto che la guerra è soprattutto attesa è stato un grande. La mia prima attesa furono le ore che separavano separavano quel mattino presto dalle undici, forse il mezzogiorno in cui avrei potuto incontrare qualcuno a cui prudenza voleva che non telefonassi né andassi a trovare a casa.
Che hai in mente di fare? Ci vai dal giudice?
Fossi matto!
Ci sono queste espressioni esplosive che retrospettivamente sembrano perfette per catalizzare su di sé tutti i mali futuri che si fanno risalire a decisioni improvvide. Mica è vero: a ben guardare ci sono tante premesse e anche numerosi altri bivii che hanno costruito la catena delle decisioni fallaci, ammesso -beninteso- che sia possibile catalogare così le proprie azioni, appollaiati sul ramo del passato scrutando all'indietro con occhi presbiti. Rimane però l'efficacia di condensare tutto in una frase, in un motto. E se quelle due parole dovettero davvero costituire il mio “il dado è tratto!”, benvengano. Tra l'altro contengono premonitrici il miglior giudizio.
E poi, a onor del vero, non sono proprio sicuro di averlo effettivamente pronunciato quel “fossi matto!”. E' che mi piace rappresentarmi così il Giancarlo del momento. Magari imbecille, ma almeno spontaneamente folle, magari simpatico -almeno spero. Mi sentirei peggio se ricordassi un “forse, non so, tu che ne dici?”. Ve la immaginate la progenie di un connubio tra Pinocchio e il Grillo Parlante? Ecco, quello mi dispiacerebbe ancora di più.
A dirla tutta, quel “sono matto” apriva anche le porte all'avventura che prima dei trentanni non è cosa da poco. Una piccola avventura, con la possibilità che si evolva verso parti che come attori avreste preferito evitarvi, ma sempre con il senno del poi. Al momento possono prevalere l'eccitazione per l'imprevisto, una leggera vertigine, il gusto della scoperta di nuovi giochi. Prevalsero.
Infine, non sarebbe noiosa e forse pelosa una esposizione diversa con i dovuti richiami stereotipati alla coscienza politica, alla sedimentazione dell'idea, alla assunzione del proprio ruolo di ribelle? I kiwi sono frutti buoni, ma quel peletto assassino che ne ricopre la buccia è indigeribile, meglio sbucciarli.
“Fossi matto!” Era un modo di dire "rivendico, mi sento colpevole, ci sto, non scappo". Ora -e qui sta il bello- nel tempo ho accumulato prove sufficienti a concludere che rivendicavo sulla mia persona indebitamente, che la colpa non si può attribuirsela da soli ma che occorre far battaglia perché non venga inflitta se non è giusta, che tra lo starci e lo scappare c'è antinomia. Naturalmente una antinomia ex-post. Tradotto dal senso di quel momento suone "voglio stare con l'illegalità e scappo dalla Giustizia" (entrambi di classe).
Ma torniamo al kiwi sbucciato.
La fuga dona leggerezza allo sguardo, l'amore gli dona incisività e crominanza. Era dunque con sguardo leggero che mi guardavo attorno e mi costruivo passo passo la strada. Quel giorno ci fu qualche altro contatto con i compagni più organizzati e molti con quelli più esterni. Se ai primi fu riservata la condivisione delle decisioni, ai secondi chiesi un appoggio più generico, meno impegnativo. Non ricordo se trovai io o se mi fu suggerita da qualcuno la soluzione immediata: un appartamento di studenti dietro piazza Beccaria, un po' fuori i soliti giri.
Ora ancora una volta mi rendo conto di espormi al ridicolo: fuori dai giri, tradotto, significa a trecento metri dalla piazza che frequentavo assiduamente; ma sacrifico l'amor proprio alla realtà, mi tocca.
Dunque, tre studenti di architettura, forse romagnoli. Diciamo compagni? Comunque disposti a essermi complici. Furono carini, solleciti come sanno fare  i giovani che offrono agli altri la loro buona volontà un po' ingenua, poco perspicua, ma deliziosa. Un d'essi tornava da un recente, piuttosto lungo, viaggio in Marocco. Era soprannominato “Piccione” e se prima il nomignolo non se lo era meritato, ora che lui era tornato notevolmente narcotizzato il termine calzava a pennello.
Gentili, accoglienti, ospitali. Per la cena feci un salto fuori in rosticceria. Un salto rapido e invisibile, ovviamente. A parte la cucina spoglia, la casa era piuttosto pulita e ordinata per la media. Nel corridoio, c'era addirittura uno stendipanni affollato di biancheria in bell'ordine. Io ero uscito di casa così com'ero, per cui dovetti chiedere degli slip in prestito. Mi fu detto di accomodarmi pure e così il giorno dopo feci conoscenza diretta con gli ospiti degli slip, anzi ne divenni a mia volta ospite. Vi risparmio volentieri la descrizione dell'esperienza; ma non posso tacere il fatto che il primo istinto fu quello di procurarmi un rasoio e di cercare di rendere meno confortevole l'ambiente a quella congrega. Dopo poco le mie parti intime erano cosparse di taglietti che conferivano all'insieme un aspetto desolante: riporto senza mediazioni l'impressione di allora descrivendo la pelle di un pollo in macelleria?
Sentirsi abitati dà un disgusto così profondo da sconfinare nella smania e si farebbero le cose peggiori (e forse le feci) per liberarsi da quella sensazione: anche il ricorrere a alcool e benzina, ma si tratta di uno di quei casi in cui, davvero, fa più male a me che a te, per cui fu giocoforza ricorrere alla medicina. Ricordavo che anni prima un compagno aveva patito le medesime pene e che era ricorso al MOM, una polvere insetticida che era la soluzione giusta, un rimedio di universale rinomanza. Scovai il nome nella memoria, mi ci aggrappai e andai in farmacia.
Ora c'era il problema dell'imbarazzo. Io che avevo sempre riso delle timidezze di chi va a comprare i profilattici, rischiavo di uscire dal negozio con una schiuma da barba invece che con la panacea agognata, dunque fu con occhio titubante che mi avvicinai alla vetrina: vuoto! Non c'era nessuno. Dentro! Rapido!
Non c'era davvero nessuno. Mi raschio la gola, azzardo un buongiorno e nel frattempo altre persone entrano, fanno coda dietro di me. Mi irrigidisco. Mi armo. Sono pronto. Sparate al petto e risparmiate il viso. “MOM” pronuncio ad alta voce, impietrito sull'attenti, appena il farmacista fa capolino dietro il bancone.
Glielo incarto?
Non serve, grazie!



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