Somiglianze (i racconti del Campari n° 3)
Arrivai al solito bar dove ci vedevamo con Gianni leggermente
euforico. Questa volta ero io a essere un poco brillo perché a casa un amico di
amici mi aveva riempito più volte il bicchiere con un vino che aveva portato
dalle Puglie in un bottiglione da due litri. Per cui
Caffè! invocai quando volle sapere che prendessi.
Lui
era ovviamnete già lì e sembrava pimpante e lucido più del solito, ma stava sulle sue. Non sapevo bene
cosa dire, così scovai nella memoria una notizia dal telegiornale e gli buttai
lì il fatto che avevano condannato un tizio per l’omicidio di un ragazzo a
Ostia. Lui se ne uscì con una smorfia di scetticismo.
Be’, che c’è? Non ti convince? Hanno i testimoni e tutto.
Ah, se hanno i testimoni! Allora siamo a posto.
Eddai, mo’ non ti vanno nemmeno i testimoni…
Ok, allora ti racconto un fatto vero che è successo a me, a
proposito di testimoni. Dunque, fa conto che siamo nell’83 a un processone di
quelli con decine e decine di imputati, diciamo cento e più, ok?
Tra cui te…
Chiaro. Ora di solito uno ascoltava con un orecchio
distratto il procedere degli eventi e stava concentrato sul pubblico o a dire
stupidaggini con i compagni di gabbia.
Ah, sì ho visto le foto. Quelle inferriate su un lato
dell’aula.
Esatto. Dunque uno di solito se ne stava per fatti suoi a
fumare in mezzo alle cicche. Un processo con tanti imputati è una cosa
noiosissima e poi –forse- era anche un segno di impotenza da parte mia, un
voler mettere la testa sotto la sabbia. Io almeno un po’ facevo così. Il resto era colloquiare con il pubblico, a gesti.
Senonché…
Senonché ero imputato di una azione a cui non avevo
partecipato. Però i testimoni mi avevano riconosciuto in foto e mi riconobbero
dal vivo, in aula…
Ma dai!
Sì, sì. Non scherzo. E durante la requisitoria il pubblico
ministero cita addirittura una frase che io avrei dovuto aver pronunciato. Una
frase pesante di minaccia ai testimoni, che poi erano gli impiegati di quel
posto, di quell'ufficio che era stato attaccato. Allora caccio una vociaccia, ribellandomi a
questa cosa, e urlo una cosa del genere ”ma che credi? Che io possa dire queste frasi da nazista?”
E lui?
E a lui non sembra vero! Mi urla di rimando “Ecco la prova
della colpevolezza! Perché dovrebbe arrabbiarsi se non è lui il colpevole?” Naturalmente
il tutto condito da un “Signori della corte” o qualcosa del genere.
Ma tu eri incazzato per il sospetto, no?
Appunto, ma evidentemente qualche volta il risentirsi per
l’accusa viene preso come prova di colpevolezza…
Ma dai! E ti condannarono?
Certo! Chiaro! Credo una dozzina d’anni o giù di lì.
Caspita…
Aspetta che non è finita. All’appello, un paio di anni dopo,
le cose sono cambiate e invece di rifiutare il processo ci si difende per quel
che si può. Allora a me ‘sta cosa un po’ bruciava. Il pubblico ministero era lo
stesso e io mi difendo e spiego che nei giorni, anzi nei mesi in cui era stata
compiuta quell’azione io non ero nell’organizzazione, ero sospeso, giravo da
solo. Un collaboratore di giustizia di peso e reputazione mi da ragione e si
spinge a dire che a tutte le sue evidenze io lì non c’ero.
Ma c’erano stati i testimoni…
Esatto. Ricordo benissimo la mia dichiarazione davanti alla
corte. Ti fanno sedere davanti ai giudici e ti danno la parola. Io premetto che
non ho un interesse pratico a quei dodici anni, ne ho già accumulati 74 che
verranno comunque portati a trenta, cioè al massimo scontabile se non hai l’ergastolo.
Ora capisco che è un ragionamento debole, soprattutto in questo Paese, ma
all’epoca mi sembrava parecchio sensato. Poi entro nel merito, mi spiego e
guardo il Presidente negli occhi. Vedo che mi ascolta, che pensa, e sono
praticamente sicuro che sia convinto di quello che dico. Poi vedo che stacca.
Stacca?
Sì, stacca lo sguardo, o meglio la messa a fuoco dello
sguardo. Gli cambiano gli occhi, insomma. E lì, secondo me, non è che ha smesso
di “credermi”-
Ma?
Ma ha dato una valutazione, ha soppesato prove a carico e a
discolpa e ha capito che vinceva l’accusa. Per cui stacca l’attenzione, la
decisione è presa.
Ti condanna.
No, la condanna avviene dopo. Decide che le prove della
colpevolezza sono troppo solide e che la mia innocenza non va da nessuna parte.
Tutto qui.
Giudica.
Sì.
Ma dici che ti credeva…
Esatto, ma il mestiere del giudice è stabilire la verità
processuale, e non quella fattuale. Le due cose possono divergere, soprattutto
dopo il primo grado.
E tu stavi al secondo.
Sì, all’appello. Comunque a requisitoria finita chiedo di
parlare con il PM che era lo stesso del primo grado –te l’ho detto- e uno
importante, uno che sui nostri processi si stava costruendo una buona carriera.
E lui?
Mi fa accompagnare in un ufficetto annesso all’aula bunker e
mi chiede che voglio dirgli. Gli farfuglio qualcosa su di me e sulla mia
credibilità, qualcosa di simile a un richiamo alla mia famiglia, devo ammettere
che un po’ me ne vergogno ma in quei momenti non si è sempre all’altezza. Poi lo
guardo dritto dritto e gli faccio “comunque lì io non c’ero.”
E lui?
Mi guarda con gli occhi di un cane da caccia che ha fiutato
la penna e fa svelto svelto “E chi c’era?”.
E tu?
“Anche se lo sapessi non glielo direi.”
Dunque?
Finita lì, ma quel colloquio non era finalizzato a nulla se
non a togliermi la soddisfazione di dirglielo tranquillo. Condannato e basta,
come doveva essere. Li ho scontati quegli anni.
E l’altro?
L’altro? Ah, ho capito, quello che ho sostituito nella
colpevolezza. Lo ho scoperto anni dopo chi era e…
E…?
Non mi assomigliava nemmeno.

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