il Tornio
Il Tornio è un
mito, per me, tanto da meritare la maiuscola. Ricordo con tenerezza
le riunioni a lotta comunista all'inizio degli anni settanta, quando
quegli intellettuali-operai descrivevano il tornitore come esempio
della scienza operaia. Fuori impazzava il rifiuto del lavoro, le lotte delle donne e il
capitale già investiva nel digitale, dentro ci si interrogava sui
meccanismi di estrazione di plusvalore dalla macchina meravigliosa e
dal suo operatore. Ci si interrogava e si iscrivevano nell'equazione
fondamentale della caduta tendenziale del saggio di profitto quel
doppio, contemporaneo girar di manovelle per ottenere una lavorazione
sui due assi e quella precisione al centesimo di millesimo di
millimetro, la stessa precisione con cui la manovella della classe e
quella del partito sono chiamate a cambiare la Storia… compito
davvero immane, l'ultimo.
Qualche anno fa decidemmo con mia moglie di riparare un lampadario moderno. Per descrivervelo mi basta alzare gli occhi. Una semisfera attaccata al soffitto per la base che contiene il trasformatore, un cavo elettrico che scende, una specie di piatto concavo, con ai bordi un cenno di piegatura verso l'esterno, quasi un invito a appiattirsi. Sotto questa parabola schiacciata e stesa più di un cappello vietnamita, appesa con un filo quasi invisibile, un'altra semisfera semitrasparente che contiene la lampadina alogena, smorzandone parecchio la luce -peraltro.
Ora io non sono riuscito a capire perché il kitsch elegga a suo terreno privilegiato d'azione la nobile categoria degli attrezzi per l'illuminazione, ma è indubbio che sia così. Ma nel suo genere questo lampadario non è terribile, semmai si può dire che condivide con onestà il gusto della concettuosità un po' ammorbidita del design anni 60. L'oggetto se ne stava da anni rintanato in cima a un armadio, la parabola storta, il trasformatore rotto e, dato che a casa non abbiamo tanta scelta né portafogli gonfi e che Stefania era legata a quell'oggetto, si decise di farlo riparare.
Il trasformatore con le sue lamelle e i suoi avvolgimenti del peso di tre chilogrammi fu subito rimpiazzato da un aggeggio digitale di un etto o poco più, ma per la parabola era un'altra storia perché non c'è ferro da stiro capace di raddrizzare l'alluminio storto senza peggiorare le cose.
Abitiamo vicino a un quartiere che fu rinomato per i suoi artigiani. Un dei superstiti di tale onorevole razza, osservato e ponderato il manufatto, disse che occorreva un tornitore e ci diede un indirizzo di Trastevere. Lì, in una sorta di laboratorio a pian terreno che faceva pensare a un antico portierato riconvertito, un artigiano in tuta blu ci accolse cordialmente e ci fece assistere alle fasi della lavorazione.
Innanzitutto ci condusse nella stanza più interna dove se ne stava acquattato un mostro di ferro dalle ragguardevolissime dimensioni. I macchinari come gli abiti denunciano la loro età dalla moda secondo cui furono progettati. A giudicare dagli spessori e dalle soluzioni (bozzi sferoidi, linee curve) gli si potevano dare tranquillamente un centinaio d'anni. Non vedevo l'ora di vederlo all'opera, quel tornio, anche perché non capivo come funzionasse. Non rintracciavo la tenaglia per trattenere il pezzo e nemmeno il braccio per reggere gli strumenti: per quanto ne sapessi il tornio da ferro o da legno è un aggeggio che taglia, che produce trucioli, che disegna forme scavandole o liberandole da un guscio; ma qui le cose sembravano diverse e rimasi in curiosa aspettativa. Il primo atto fu il ritagliare da una sottile lastra di alluminio una circonferenza leggermente inferiore a quella del paralume. L'operazione venne condotta senza anestesia con un tracciatore antidiluviano e un paio di forbicione da lattoniere.
Poi venne frugato una sorta di deposito, un cassone poggiato per terra. Da lì fu scelto con qualche incertezza e tratto poi un tamburo di legno vecchio e scurito. Era la forma che presentava convessa l'incurvatura più prossima a quella desiderata. Potete immaginare una forma di parmigiano, un po' bombata. Doveva costituire lo stampo della faccia inferiore della parabola più confacente all'originale, usato a mo' di modello.
-Uhm, questo può andare.
La sentenza ci procurò un sospiro di sollievo e osservammo con rinnovato interesse il montaggio in verticale del tamburo che fu assicurato al perno della macchina in modo che fosse in grado di ruotare seguendo la spinta del motore.
Ciò fatto, il cerchio fu posizionato a contatto con la parte bombata della sagoma di legno. L'artefice si mise ritto a fianco del mostro, passandosi una robusta cinghia dietro la schiena e assicurandola davanti a sé a un apposito gancio; impugnò un bastone e mise in moto la macchina che immediatamente fece danzare in tondo stampo e lastrina.
E ecco che l'artigiano dopo un'occhiata al suo pubblico si concentrava e, appoggiato il bastone a un fulcro ben solido, iniziava a fare leva con il bastone sul metallo, costringendolo a aderire al tamburo rotante, assumendone la forma. Si inarcava nello sforzo e la cinghia reggeva la spinta sostenendolo. Il bastone premeva sulla superficie dell'alluminio, schiacciandola, piegandola e appiattendola in cerchi concentrici. Così l'alluminio fu per così dire spalmato sulla forma di legno e faceva meraviglia osservare come la pressione e la rotazione messe assieme rendessero malleabile il metallo.
Qualche anno fa decidemmo con mia moglie di riparare un lampadario moderno. Per descrivervelo mi basta alzare gli occhi. Una semisfera attaccata al soffitto per la base che contiene il trasformatore, un cavo elettrico che scende, una specie di piatto concavo, con ai bordi un cenno di piegatura verso l'esterno, quasi un invito a appiattirsi. Sotto questa parabola schiacciata e stesa più di un cappello vietnamita, appesa con un filo quasi invisibile, un'altra semisfera semitrasparente che contiene la lampadina alogena, smorzandone parecchio la luce -peraltro.
Ora io non sono riuscito a capire perché il kitsch elegga a suo terreno privilegiato d'azione la nobile categoria degli attrezzi per l'illuminazione, ma è indubbio che sia così. Ma nel suo genere questo lampadario non è terribile, semmai si può dire che condivide con onestà il gusto della concettuosità un po' ammorbidita del design anni 60. L'oggetto se ne stava da anni rintanato in cima a un armadio, la parabola storta, il trasformatore rotto e, dato che a casa non abbiamo tanta scelta né portafogli gonfi e che Stefania era legata a quell'oggetto, si decise di farlo riparare.
Il trasformatore con le sue lamelle e i suoi avvolgimenti del peso di tre chilogrammi fu subito rimpiazzato da un aggeggio digitale di un etto o poco più, ma per la parabola era un'altra storia perché non c'è ferro da stiro capace di raddrizzare l'alluminio storto senza peggiorare le cose.
Abitiamo vicino a un quartiere che fu rinomato per i suoi artigiani. Un dei superstiti di tale onorevole razza, osservato e ponderato il manufatto, disse che occorreva un tornitore e ci diede un indirizzo di Trastevere. Lì, in una sorta di laboratorio a pian terreno che faceva pensare a un antico portierato riconvertito, un artigiano in tuta blu ci accolse cordialmente e ci fece assistere alle fasi della lavorazione.
Innanzitutto ci condusse nella stanza più interna dove se ne stava acquattato un mostro di ferro dalle ragguardevolissime dimensioni. I macchinari come gli abiti denunciano la loro età dalla moda secondo cui furono progettati. A giudicare dagli spessori e dalle soluzioni (bozzi sferoidi, linee curve) gli si potevano dare tranquillamente un centinaio d'anni. Non vedevo l'ora di vederlo all'opera, quel tornio, anche perché non capivo come funzionasse. Non rintracciavo la tenaglia per trattenere il pezzo e nemmeno il braccio per reggere gli strumenti: per quanto ne sapessi il tornio da ferro o da legno è un aggeggio che taglia, che produce trucioli, che disegna forme scavandole o liberandole da un guscio; ma qui le cose sembravano diverse e rimasi in curiosa aspettativa. Il primo atto fu il ritagliare da una sottile lastra di alluminio una circonferenza leggermente inferiore a quella del paralume. L'operazione venne condotta senza anestesia con un tracciatore antidiluviano e un paio di forbicione da lattoniere.
Poi venne frugato una sorta di deposito, un cassone poggiato per terra. Da lì fu scelto con qualche incertezza e tratto poi un tamburo di legno vecchio e scurito. Era la forma che presentava convessa l'incurvatura più prossima a quella desiderata. Potete immaginare una forma di parmigiano, un po' bombata. Doveva costituire lo stampo della faccia inferiore della parabola più confacente all'originale, usato a mo' di modello.
-Uhm, questo può andare.
La sentenza ci procurò un sospiro di sollievo e osservammo con rinnovato interesse il montaggio in verticale del tamburo che fu assicurato al perno della macchina in modo che fosse in grado di ruotare seguendo la spinta del motore.
Ciò fatto, il cerchio fu posizionato a contatto con la parte bombata della sagoma di legno. L'artefice si mise ritto a fianco del mostro, passandosi una robusta cinghia dietro la schiena e assicurandola davanti a sé a un apposito gancio; impugnò un bastone e mise in moto la macchina che immediatamente fece danzare in tondo stampo e lastrina.
E ecco che l'artigiano dopo un'occhiata al suo pubblico si concentrava e, appoggiato il bastone a un fulcro ben solido, iniziava a fare leva con il bastone sul metallo, costringendolo a aderire al tamburo rotante, assumendone la forma. Si inarcava nello sforzo e la cinghia reggeva la spinta sostenendolo. Il bastone premeva sulla superficie dell'alluminio, schiacciandola, piegandola e appiattendola in cerchi concentrici. Così l'alluminio fu per così dire spalmato sulla forma di legno e faceva meraviglia osservare come la pressione e la rotazione messe assieme rendessero malleabile il metallo.
Non ricordo come
quel vasaio di metalli rifilasse il bordo, comunque dopo un po' ci mostrò soddisfatto una ragionevole copia dell'originale.
Considerato che la
macchina doveva essere già stata ammortizzata da un bel po' di anni, giudicai tra me il
prezzo un tantino alto per dieci minuti di lavoro e un pezzo di
foglio di alluminio; ma lo spettacolo mi aveva compensato
dell'esborso. Però non potei trattenermi dal dare una immediata,
semplice, interiore risposta alla sua lamentela sul fatto che il
mondo non era più lo stesso e che lui aveva poco lavoro: in dieci
minuti aveva tirato su l'equivalente di una mia giornata, al lordo,
si intende.
Pagato che lo ebbi, ci fu la piccola coda che per un narratore vale tanto oro quanto pesa.
Ora va dipinta, però. Lo vuole fare lei?
Di fronte alla mia confessione di temere colature e gocce di vernice qualora mi fossi azzardato a usare una bomboletta, mi diede tutta la sua comprensione:
Ah, certo, son lavori difficili! Ma se volete ci sono due bravi artigiani nella strada accanto. Sono fratelli.
Pronti! Grazie!
I due fratelli occupavano qualcosa che poteva essere stato un negozio e che era ingombro di oggetti in metallo. Possedevano delle vasche per le lavorazioni elettrolitiche ma non c'era troppa lucentezza in giro. Davano l'impressione di intrattenere frequenti e non del tutto liberi rapporti con sostanze farmacologiche proibite e un d'essi esaminò con grande attenzione l'oggetto da verniciare e con grande serietà chiese del colore da impiegarsi. Il vecchio paralume deformato fu riportato alla luce, per dare la seconda testimonianza di sé stesso.
Ah, ecco! Che fortuna! Ho giusto una bomboletta iniziata proprio delle stesso colore!
Ok, anche questa stazione la abbiamo superata, ma almeno mi farà pagare poco, pensai dentro di me e chiesi per quando sarebbe stato pronto il tutto. Poi salutai con deferenza.
Quando cinque giorni dopo andai a ritirare l'opera, scoprii che a quel prezzo sommato al precedente avremmo potuto quasi godere di un esemplare nuovo del lume. Comunque pagai zitto zitto. Camminando per la strada trassi l'opera dal sacchetto usa e getta e osservai con tristezza le gocce di colatura sul bordo e le piccole tacche lasciate sulla superficie interna dai tre appoggi su cui era stata messa a asciugare.
Pagato che lo ebbi, ci fu la piccola coda che per un narratore vale tanto oro quanto pesa.
Ora va dipinta, però. Lo vuole fare lei?
Di fronte alla mia confessione di temere colature e gocce di vernice qualora mi fossi azzardato a usare una bomboletta, mi diede tutta la sua comprensione:
Ah, certo, son lavori difficili! Ma se volete ci sono due bravi artigiani nella strada accanto. Sono fratelli.
Pronti! Grazie!
I due fratelli occupavano qualcosa che poteva essere stato un negozio e che era ingombro di oggetti in metallo. Possedevano delle vasche per le lavorazioni elettrolitiche ma non c'era troppa lucentezza in giro. Davano l'impressione di intrattenere frequenti e non del tutto liberi rapporti con sostanze farmacologiche proibite e un d'essi esaminò con grande attenzione l'oggetto da verniciare e con grande serietà chiese del colore da impiegarsi. Il vecchio paralume deformato fu riportato alla luce, per dare la seconda testimonianza di sé stesso.
Ah, ecco! Che fortuna! Ho giusto una bomboletta iniziata proprio delle stesso colore!
Ok, anche questa stazione la abbiamo superata, ma almeno mi farà pagare poco, pensai dentro di me e chiesi per quando sarebbe stato pronto il tutto. Poi salutai con deferenza.
Quando cinque giorni dopo andai a ritirare l'opera, scoprii che a quel prezzo sommato al precedente avremmo potuto quasi godere di un esemplare nuovo del lume. Comunque pagai zitto zitto. Camminando per la strada trassi l'opera dal sacchetto usa e getta e osservai con tristezza le gocce di colatura sul bordo e le piccole tacche lasciate sulla superficie interna dai tre appoggi su cui era stata messa a asciugare.
Commenti
Posta un commento