Un pomeriggio di un giorno da cani (I racconti del Campari n° 6)

Primo pomeriggio triste. Ci incontriamo direttamente al bar. Piove e non ha senso aspettare sotto l'acqua e poi immagino che Gianni non abbia voglia di attendere e si stia già facendo il primo dei suoi gin al Campari. E invece il tavolino è vuoto, salvo una sigaretta sul posacenere. Lo riconosco dal giornale appoggiato lì accanto, ormai che lo leggano ci sono lui e quattro altri squinternati. Eccolo: evidentemente arriva dal bagno perché si sta finendo di asciugare le mani. Mi si avvicina, mi sorride e mi fa
-Oggi offro io! Che prendi?
-Cappuccino, grazie.
-Vuoi anche qualcosa da mangiare?
-Eh, perché no? Sì, una ciambella.
Torna dopo poco, portandomi la ciambella rincorso dal cameriere con il mio cappuccino e la sua bumba.
-Non hai fatto colazione? Io lo guardo negli occhi, un po' di traverso.
-Mi sono appena alzato, sono stato su tutta la notte a lavorare.
-Caspita!
Gli sento nel tono due cose precise: la prima è che accetta con riserva la mia spiegazione, la seconda è che disapprova. Disapprova in generale il fatto di stare su la notte e disapprova il suo dubitare delle mie spiegazioni. Non me le sono meritate, evidentemente. Non sono degno di fiducia oppure pensa che il mio lavoro non valga una nottata. Lui è abituato meglio, chissà che meraviglia le relazioni con i suoi compagnucci combattenti, chissà come se ne sta bene con la pensione della moglie. Vada a quel paese. Gli concedo solo un
-Già.
Sto zitto, sto sulle mie e lo zucchero della ciambella mi sta cadendo sulla camicia e mi sa che è l'ultima pulita. Ci impiega poco a rompere il silenzio
-Allora come va?
Sto sorbendo il cappuccino caldo e tengo la ciambella vicino alla tazza, come fanno i bambini che quando mangiano debbono avere tutto sotto gli occhi, perché non sanno gestire altro che uno spazio piccino della tovaglia: si ritagliano il loro spazietto. In effetti mi sento piuttosto bambino, vorrei essere a casa mia, in cucina, e vedere mia madre ai fornelli che mi scalda il caffellatte e non pensare a niente, men che meno alla mattina gelida che domani mi accompagnerà al treno per Ferrara, per l'ennesimo corso.
-Al solito, un sacco di cose da fare e pochissimo che vada dritto. Domani vado a Ferrara.
-Ah! Un corso?
-Già.
-Sei loquace eh?
-Sto mangiando, no?
-Già, scusa. ... non sai che mi è capitato ieri…
-No.
-Ero al grill, in autostrada tornando a Roma. Sono lì che aspetto Paola che è andata in bagno e vedo quei libri, quelli messi in vista e un po' ammucchiati.
-In offerta…
-Alcuni sì e alcuni no, comunque tutti roba un po' così così. Diciamo di consumo… proprio di consumo. Sai come fanno: lo spazio è poco, va suddiviso tra tutti i titoli e allora fanno una pila centrale, per mettere in evidenza quelli che sperano di vendere. Butto l'occhio su una copertina. Ci sta uno in passamontagna e in divisa… Attira l'attenzione. Sfoglio. E' una specie di memoria auto-celebrativa, di autobiografia in vita scritta da sé medesimi, sai?
-Immagino.
-E' di un capitano dei carabinieri. Mi incuriosisco e mi passano davanti agli occhi quelle frasi fatte che grondano di “ha visto che so scrivere i pensierini giusti, signor Maestro?”. C'è tutto il repertorio.
Io ho finito cappuccino e ciambella e mi sto asciugando le mani con un fazzoletto di carta, così mi sento di confortare il suo entusiasmo solo con un
-Evvabbe'… naturale.
-Un po', magari non per uno che scrive libri… . Poi becco un capitolo su Trani.
-Su che?
-Su Trani. Era un carcere speciale e c'era stata una rivolta. I compagni avevano preso il controllo dei bracci e si erano barricati dentro. A dire la verità non è che fossero tutti d'accordo tra loro. Diciamo che alcuni avevano forzato la situazione e gli altri erano stati coinvolti. L'iniziativa era stata dei brigatisti e l'area del sette aprile aveva dovuto adeguarsi - me la sono dovuta andare a riguardare 'sta storia, dopo tanti anni. Comunque avevano preso degli ostaggi. Arrivano i GIS con gli elicotteri, -tra l'altro fu quella la loro prima missione
-Il battesimo del fuoco.
-Sì, del loro… Insomma fanno esplodere i cancelli, si fanno largo a smitragliate e bombe stordenti, entrano, risolvono, e poi -come sempre- lasciano alle guardie carcerarie il compito di mazzolare per bene i rivoltosi e festa finita. Mi sembra di ricordare pure dei filmati degli elicotteri che calano gli agenti sul tetto.
-E tu?
-Ah, mai stato a Trani. Io sono stato sempre a Cuneo. Comunque leggo 'ste pagine. Palpitanti, grondanti eroismo, freddezza e sprezzo del pericolo, tecnica di combattimento. Una roba da film. Mission Impossible gli fa un baffo…
-Normale.
-Be' fino a un certo punto. Se non ricordo male a Trani i rivoltosi non erano poi tanto armati, manco una pistola, per intenderci. Cioè, cerchiamo di capirci, io capisco benissimo che uno che va a fare una cosa del genere abbia paura, pure l'elicottero a me farebbe paura.
-E allora?
-Be', allora! Questi erano armatissimi. Mitra, pistole, bombe stordenti, giubbetti antiproiettile, elmetti… addestratissimi. Comunque non è quello che volevo dire. Senti, provo a ricostruire un pezzo di libro a memoria, sintetizzo.
-Sintetizza.
-“Entriamo nello stanzone. Spariamo delle raffiche ad altezza d'uomo per costringerli a terra. Non si fanno pregare. Ne agguanto uno che steso a terra mi fissa con odio e gli punto la Beretta alla tempia. I suoi occhi mi lanciano uno sguardo bruciante di sfida. Sento il dito irrigidirsi sul grilletto. Poi lo lascio, vincendo l'impulso di sparargli alla tempia.”
-Uau!
-Ma ti rendi conto? Quello era steso disarmato e lui ha dovuto controllarsi per non giustiziarlo sul posto. Altro che licenza di uccidere, questo si fa bello di non ammazzare chi arresta.
-E gli ostaggi?
-Senti, io non voglio… mica posso… non so come dire. Cioè io non posso escludere niente, come potrei? Però mi sembra che in nessuna rivolta un ostaggio sia stato ucciso, anche perché è l'unica garanzia che hai. Se non sei proprio matto…
-Ma lo stai minacciando, di ammazzarlo…
-Ho capito! Ma a quel punto non è che lo puoi ammazzare, altrimenti sei morto tu perché il Capitano non si trattiene e libera la Terra della tua insana presenza, poi -se proprio glielo chiedono- dice che ha provato a evitare che l'ostaggio ci andasse di mezzo. Pure in Un pomeriggio di un giorno da cani la si vede bene la dinamica del prendere un ostaggio, il fatto che la minaccia vale finché è vivo o finché non ti possono far fuori senza pericolo per lui. E poi nel film avevano l'idea di riuscire a scappare, pensavano di potersela giocare -errata valutazione, per altro- mica erano in fondo al sacco di un carcere di massima sicurezza. Penso che con l'irruzione gli ostaggi erano già in salvo e…
-E?
-E penso anche prima.
-Bah, se lo dici tu! Non l'ho mica visto, è con Al Pacino?
-Un pomeriggio di un giorno da cani? Già, mi sembra di sì.
-Un film triste, immagino.
-Parecchio.

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