Bandiere (La Ragione ricorda la Tigre con i denti a sciabola III)
Caroline de Bendern, inglese e di nobili origini, indossatrice, sfilò in corteo con gli studenti parigini che occupavano la Sorbona, e fu immortalata in una fotografia che molti della mia generazione hanno nel cuore. Intervistata, dirà: “Non ero una rivoluzionaria, ma ero contro la guerra del Vietnam e in America avevo simpatizzato per il movimento hippie. Ho sempre amato la libertà, lo spirito creativo.
Avevo gia’ recitato in un film underground sul movimento studentesco americano. Ho sempre odiato la violenza e la guerra. Ero felice di essere sulle spalle del mio amico, a cavallo della Rivoluzione”.
Avevamo deciso di cessare la lotta armata perché saremmo stati schiacciati su una dimensione non nostra. Pertanto, dopo essere stati piccolo borghesi e soggettivisti ora eravamo dei conclamati arresi, dei traditori, e anche dei terroristi forse meno pericolosi, forse in realtà astutissimi…
Quand'ero bambino, alle fiere c'era il banco dei pesci rossi. Me li ricordo benissimo: c'erano tanti vasetti di vetro disposti su un bancone. Il vostro genitore o zio acquistava un certo numero di palline da ping-pong e -se resisteva alla tentazione di tirarle lui- ve le consegnava. Se la pallina entrava in un vasetto, il pesciolino arrivava nelle vostre mani in un sacchettino di plastica trasparente appena sufficiente a contenerlo e voi, se non lo ammazzavate per sbadataggine durante il tragitto, potevate portarvelo a casa e farlo morire lì, per eccesso di cibo o per eccesso di cambi dell'acqua o per qualche altro accanimento o trascuratezza infantili. Immagino e mi auguro che questo gioco non sia più consentito.
Dovevamo evitare di fare i pesci rossi e se possibile anche le farfalle afferrate per le ali che non sono più in grado di volare. Per evitare le definizioni dovevamo qualificarle da noi.
Nella situazione complessiva di allora si può leggere a posteriori un esito nemmeno tanto paradossale dell'ondata repressiva e delle tenace resistenza dei duri di comprendonio comunque e a prescindere. Il 7 aprile del 1979, tramite un monstre giuridico che venne definito il teorema Calogero, il Partito Comunista Italiano aveva riempito le galere di compagni che con la lotta armata avevano talmente poco a che fare da costituire di lì a qualche anno un peso alla gestione dell'operazione politica repressiva piuttosto che un elemento di rafforzo.
L'uccisione di Moro aveva consentito al partito della fermezza di isolare la componente istituzionale più duttile, aveva consegnato nelle mani degli statalisti per antonomasia il governo della politica “anti terrorismo” e a questi non era parso vero di avere mani libere nel fare i conti con tutta l'area sovversiva che non riuscivano a controllare. Vecchie pellacce, vecchi vizi. Le altre pellacce -quelle dall'altra parte della barricata- nella loro incapacità di farsi politicamente carico della situazione, si erano affrettati al vecchio vizio di applicare la legge del “con noi o contro di noi” e del “nemico peggiore” che è sempre quello più vicino. Così avevano immediatamente messo il loro timbro di “piccolo borghesi”, “opportunisti” ecc. ecc. a quella mandria di occasioni che l'ottusità del loro nemico gli aveva messo a disposizione. Ma già, loro stavano facendo la Rivoluzione e ci sarebbero riusciti per purezza e consequenzialità…
Prendo il tono dell'anedottica per sintetizzare la insostenibilità a gestire gli eccessi: un futuro preclaro e riveritissimo esperto di linguistica identificò in tribunale il distinguibile accento marchigiano che trattava a nome delle br sul rapimento Moro con la voce di Toni Negri. Quando fu possibile a tutti ascoltare Negri e il suo immascherabile accento veneto, ci fu una tale ilarità generale che un giornale satirico ottenne gran successo con lo strillo: “Ugo Tognazzi è il capo delle Brigate Rosse”.
Inevitabilmente il pendolo si mosse all'inverso; la “soluzione politica agli anni di piombo” prese la direzione di smontare gli eccessi della legislazione speciale e noi ci infilammo per questa porta, da un lato forzandola un poco e dall'altra qualificandola come una sostanziale fuoriuscita dal conflitto armato. Penso che il senso della dissociazione politica dal terrorismo possa dal mio punto di vista essere rappresentato così. Attorno, facevano cornice e sostegno mobilitazioni, proteste, lotte contro l'emergenza e i regimi speciali, per obiettivi civili, giuridici, politici e umanitari. La soluzione politica fu un fatto ampio e complesso per storia e per esiti. Io mi limito a un poco, ma parecchio stringente per noi.
Non fu facile vincere le resistenze all'approvazione della legge. Erano contrari i duri e i puri del senso dello Stato, e quelli della Rivoluzione, ovviamente, ma anche qualche purista sollevò obiezioni su alcuni aspetti di premialità della legge, quel suo chiedere qualcosa in cambio. Che fosse poco, al purista poco importava pur nell'allegra danza dell'emergenza. Oggi quelle richieste sono risibili e -per favore!- non si rintracci l'origine dell'oggi in quello ieri in modo indebito.
Giusto, sbagliato, parziale, discutibile, pericoloso… tutto ciò che volete, ma lasciatemi ricordare la battuta di Franco Tommei, a legge fatta, “è la più grande evasione di massa della storia”. Be', su, dite che è impossibile sorridere dell'idea, dite che piuttosto che accettare una dose di realtà avete messo al rogo anche l'intelligenza dell'umorismo.
Mercanteggiammo, spingemmo, strappammo una legge che riduceva le pene di un terzo, più o meno il peso delle aggravanti emergenziali, che trasformava l'ergastolo. La sua applicazione era subordinata al rifiuto della violenza come strumento di lotta politica. Inoltre impegnava a “riconoscere le proprie responsabilità”, ma senza rinunciare al diritto alla difesa dalle accuse specifiche. I benefici sarebbero stati revocati se si fosse commesso un reato della stessa natura nei cinque anni seguenti al fine pena… Rimango convinto che fosse il massimo ottenibile e che non fosse poco. Vissi molti momenti di questo fare, provare e rifare al G8, nell'area omogenea di Rebibbia. Fu un periodo lungo, un master in nervi saldi, concentrazione, decisione, elaborazione e partecipazione di tanti. Poca solidarietà, per fortuna.
Ma sì che ho usato il termine “mercanteggiare”, lo ho fatto apposta. E cosa fu scambiato? mi chiederete. Intelligenza, miei cari. Non quella che pensate voi e che vi viene spontaneo assimilare all'intelligence, bensì quella che all'avversario fa comprendere i limiti del suo discorso, e il senso del nostro, il reale rapporto costi-benefici, il senso delle parole e il confronto tra le misure… qualcosa che ha a che vedere con il mondo reale e con la dimensione politica, se e quando esiste.
Una volta in vigore la legge, ottenerne l'applicazione fu talvolta difficile perché alcuni pubblici ministeri la interpretavano un po' a uso e consumo dell'accusa, ma in generale le corti ne accolsero il senso.
Una sera, al G8, prima della chiusura delle porte blindate, nel corridoio del braccio, Franco Tommei intonò a squarciagola “Con la dissociazione ve avemo imbrogliati, avemo già pronti duecento nuclei armati! Bim Bum Bam, carezze col pugnal”. Ci urtava con la pancia, ci prendeva a braccetto, ci costringeva a cantare, gettava attorno uno sguardo fiammeggiante e sulfureo, lui che era del 7 aprile e che si era fatto carico dei casi nostri per un amore strano e risentito che non ho più trovato in nessuno e che mi manca.
La legge era aperta a tutti, non richiedeva un “giudizio politico” sulle persone, la si sarebbe potuta invocare a dita incrociate. Ma che io sappia nessuno lo fece per poi metter su nuclei armati. Molti, soprattutto brigatisti, la rifiutarono e preferirono scontare tutta la pena. Li ho sempre rispettati, mi sono nemici per motivi che stanno su un piano diverso dalla loro intransigenza, ma possono essermi buoni nemici. Invece coloro che in questo sacrificio li incoraggiarono (o ne incoraggiano gli ultimi rimasti) ergendosi a sacerdoti e legittimi officianti di vite altrui, quelli mi sono cattivi nemici tanto quanto chi volesse punire in loro un simbolo.
Qui chiudo e, per chi ha avuto cuore di leggermi fin qui a partire dal primo scritto di questa serie, mi sento di scrivere serenamente le righe che seguono.
Sul farsi bandiera, testimone, martire, eroe avrei molto da obiettare, ma su un piano generale, etico, politico e rivoluzionario. Sulla vita spesa faccio prevalere il silenzio. Eppure.
In passato ho ricordato che un compagno davanti al televisore partecipò a un linciaggio. Lui non si dissociò, forse volle farsi bandiera, magari solo di sé stesso, non so. Io sono più contento che non si sia dissociato. Proprio pesante da dire. Non sono felice che sia stato in carcere, né ce lo avrei messo, e non mi stimo migliore; ma non posso evitare valutazioni sulle bandiere, miei cari nemici.

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