Lumachina testarda

Ho citato Michele che da primo della classe in pochi giorni si fece amico e compagno e ora la memoria me ne riporta il viso e, assieme al suo, quello di Enrico sempre un po' arrossato, con i pomelli rossi anche se il tono era più verso il rosa, forse perché aveva a una pelle molto sottile oltre che una gran quantità di sangue nelle vene.
Mutò anche lui: negli anni precedenti mi veniva sotto nei luoghi pubblici, il che voleva dire per me essenzialmente al parcheggio che periodicamente diventava parco di divertimenti. Ci si andava a rompere la noia dei lunghi pomeriggi. La paghetta se ne finiva a pagare i gettoni per gli autoscontri col pennacchio di scintille e per i dischi volanti che girando attorno al perno centrale in giostra e ruotando su se stessi in cima al loro braccio pneumatico si sparavano con le mitragliatrici e, se la mira era stata buona, facevano sì che gli avversari perdessero quota mentre il vincitore poteva svettare in alto e, gongolando, ruotare un po' a destra e un po' a sinistra in segno di sfida aspettando che i vinti esaurissero il loro tempo in purgatorio e si rifacessero sotto riportati in alto dai loro bracci pneumatici. Tra l'altro mi è sempre rimasto il dubbio che dietro quel meccanismo non ci fossero in realtà luci, fotocellule, relais e automatismi: ho il sospetto che fosse il giostraio a decidere vincitori e vinti, scegliendo a occhio e agendo non visto su suoi misteriosi comandi. E' uno dei pochi complottismi che mi concedo e mi sembra particolarmente innocuo.

Alle giostre Enrico mi scovava con lo sguardo, mi veniva sotto e mi sfidava io, figlio di comunista, a fare alle mani con lui, figlio di liberali e, se proprio non liberale, energico e attaccabrighe. In quei mesi, in quei giorni, mutò anche lui, anche se manteneva una certa continuità dal momento che ora mi prendeva in giro ancora, perché io ero -inevitabilmente- rimasto figlio di un riformista, mentre lui era diventato rivoluzionario. Comunque ora le busse non erano più una minaccia e gli potevo voler bene, sebbene -lo ammetto- con un lieve disagio.

Scrivendo e insistendo sulla mutazione alchemica di cui sono stato testimone nel '68, nel '77 e -purtroppo, forse, solo allora almeno dal punto di vista della generalizzazione del mutamento e della trasformazione, mi rendo conto che sono esposto alle bordate degli scetticismi: avverto i cannoni carichi, dietro gli sportelli dei galeoni e mi viene in mente che possano essere carichi di sabbia invece che di palle incatenate. Comunque confutare gli scettici non è un bell'esercizio: lasciatemi ai miei sogni se questo credete che siano ma riflettete un attimo su quanto la nostra società ha guadagnato metabolizzando e alienando quello che per voi sono ectoplasmi e fantasie giovanili. Se il paragone non vi indispettisce, vi confesso che mi ricordate un maresciallo delle guardie di custodia del carcere di Cuneo. Era il secondo di un tizio di nome Incandela e questo suo capo gerarchico suo capo e modello ispiratore si era trovato tra le mani un biglietto della lotteria vincente quando era diventato il primo confidente di un pentito di gran calibro delle brigate rosse. Da questo evento fortunato (relativamente fortunato, visto il gran numero di frutti maturi e pronti a staccarsi dai rami) Incandela aveva non tanto inevitabilmente ricavato un'altissima considerazione delle sue abilità e meriti che furono in seguito e a suo giudizio -ahimé- non sufficientemente riconosciuti; il secondo in comando aveva sviluppato invece un atteggiamento di ammirata partecipazione al lavorio del capo. Non doveva essere particolarmente inetto perché evitava l'imitazione, a meno che questa non fosse resa impossibile esclusivamente su un piano oggettivo: dove il capo era grosso e massiccio, il secondo era piccolo, segaligno e mal riuscito. In segno di distinzione portava i pantaloni da sci del medesimo tristissimo colore della divisa e ci osservava, ci osservava, ci osservava. Un giorno se ne uscì con una di quelle frasi che potrebbero divenire lapidarie se non fossero tanto inevitabili e scontate da diventare la mosca fastidiosa dei secoli e dei millenni: ci chiese perché stessimo lì a buttar via la nostra vita, perché pensassimo che ne valesse la pena. Geniale! Ci voleva proprio lui a darci un saggio consiglio di vita quando gli sarebbe bastato guardasi attorno e allo specchio per capire i perché.

Dunque chi è scettico sulla mutazione che avveniva tra noi e dentro ciascuno di noi, si guardi attorno e lo rintracci pure lui il
motore della storia di quegli anni e di un bel po' di anni successivi.
Mutazione alchemica e più o meno consapevole, dunque, capitatami addosso negli anni cruciali dell'adolescenza e fedelissima compagna di vita
anche se devo confessare che qualche volta davvero mi chiedo se negli anni non si sia trasformata in qualcos'altro come accade alle donne che con il passare degli anni perdono fiducia nella propria bellezza e finiscono per aggiungere a essa -che è ancora calda e ben visibile- più che una nostalgia un implicito disagio come se credessero di aver indossato nella vita il vestito eternamente sbagliato; ma forse si tratta solo di un errore filosofico che io nella mia perfidia qualifico come esistenziale.

Insomma, questa mutazione come la devo descrivere non so: ho l'impressione che le parole finirebbero per tagliarne via troppe parti essenziali. Riesco ormai a comunicarla poco, giusto nella sensibilità e un poco nel pensiero e mi capita che persino con i compagni e le compagne di allora mi sia diventato possibile metterla al centro del nostro volerci bene con la sicurezza e la certezza di un tempo.

Ma due parole vorrei comunque usarle che sono
produttivo e conflittuale e mi viene il dubbio che il primo termine dipenda dal secondo, naturalmente a determinate condizioni. Negli anni seguenti ho assistito a tanti scimmiottamenti e alla distribuzione di tante merci immateriali che tentavano di intercettare il bisogno, il vuoto lasciato da quelle stagioni persino in chi era nato dopo: miseria dell'imitazione evocativa e potenza del mercato, io ritengo.

Persino il volontariato -che è cosa rispettabile- allude al conflitto e nutre il divertissem
ent per la trasgressione, fosse solo quella di potersi sentire diversi ma non inferiori fuori dalla misura prevalente, fuori dal metro di platino corrente. E anche lì, immagino, ci saranno comportamenti e scelte che -tradendo in un certo senso il motore originario dell'aggregazione- vanno alla realizzazione di un conquibus diverso e alieno dalla componente condivisa originaria. E ci sono poi altri infiniti esempi dai boyscout che rasentano il grottesco, fino alle persone ben intenzionate che fanno della loro ingenuità virtù adamantina e che talvolta sono delle mine per persone come me che mi trovo a tentare di spiegare loro di osservare origine, limiti e conseguenze del loro entusiasmo per il bene. Ma anche queste ultime mantengono un residuo della produzione e del conflitto, a me sembra di percepire, non fosse altro che un'eco del conflitto interiore che ha preso parte tanto sostanziale della mia vita.

Intendiamoci, qui mi sembra di essere molto vicino al crinale dell'esclusivamente personale e non so quanto di quello che vado rammentando, descrivendo e confessando possa essere condiviso da altri, fossero pure questi i compagni più stretti. Ma vado avanti lo stesso, magari ho fortuna e non mi sarà dato dell'intimista, del visionario,… dell'ipocrita.

Di fronte alle mie nevrosi il movimento nella sua fase espansiva h
a avuto sempre una qualità taumaturgica: riassumendo la dimensione sociale della mia sofferenza metto in fila il bisogno di possesso esclusivo, il bisogno di considerazione e riconoscimento da parte degli altri e dunque la tendenza alla dipendenza dagli altri, un rapporto ricusatorio e insieme introiettivo con le figure femminili, il panico da abbandono. Questi bisogni nevrotici, il Movimento me li ha sempre risolti, ricollocati o almeno mi sembra mi abbia fornito un terreno e delle energie per il loro superamento. Spesso ho sentito usare il termine autocoscienza in termini sarcastici o disprezzanti; indipendentemente da questo, posso affermare che nel movimento non solo i sintomi si alleviavano ma il complesso diventava più gestibile, risolvibile, dicibile.

Dove le differenze e le diversità sono benvenute e valorizzate, dove i difetti vengono sanzionati con affettuoso e condiviso umorismo
includente, la necessità di sentirsi migliori per essere accettati o perlomeno la sua potenza disgregatrice scema, il processo è collettivo, vittorie e sconfitte non sono solo nostre, la relazione con gli altri si fa ricca e si riflette su quella interna. Certamente mi ha aiutato una delle dimensioni del movimento a Trento, e cioè l'attenzione agli aspetti di alienazione, l'interesse per il piano interiore: aver letto la Rivoluzione Sessuale di Wilhelm Reich assieme al Manifesto dei Comunisti è stato fondamentale per me.

Questi aspetti sono stati sempre presenti alla mia coscienza e ho sempre riflettuto sul riflesso che le cose avevano dentro di me e sul quanto dell'esterno potevo servirmi per lavorare su me stesso, per alleviare o sciogliere la sofferenza. Sono percorsi che sembrano non terminare mai, questi, ma qualche piccolo successo, relativamente definitivo lo si può raggiungere soprattutto nella critica delle forme, quando si acquista consapevolezza di cosa e quanto ci può appagare e di cosa e quanto ci frena, ci danneggia, ci riporta indietro.
E' una dimensione morale in cui ci si scongiura di non provare invidia e gelosia e si tenta di individuare il sé che queste cose le può aver superate, che è in grado di essersele buttate alle spalle per godere per quel che è possibile, pienamente della gioia di partecipare alla vita a un livello più creativo, libero, condiviso.

E' questa la materia sottile della mutazione? Questo coincidere della propria dimensione con quella degli altri, questo poter contare sugli altri in una battaglia che è anche contro noi stessi, questa grazia per la quale si riesce a estrarre assieme agli altri dal gomitolo ardente e incomprensibile della nostra realtà un bandolo che si fa contraddittoria guida a una battaglia che sempre si rinnova? Spero non siate infastiditi dalla retorica dei punti interrogativi perché le stesse frasi sarebbero insopportabili se riscritte in forma assertiva.

Si tratta di un piano morale e politico obiettivamente diverso da altri: la riduzione dell'orario di lavoro in me non stava tanto nel carattere strategico dello spostamento di una equazione tra il potere capitalistico e quello operaio quanto nella consapevolezza generica ma davvero calda e certa di quanto il tempo sottratto alla fabbrica diventava diversamente produttivo per i singoli e per la collettività e immediatamente era in grado di produrre un benessere che con il reddito ha nessi non immediati, non pacifici. Dunque non penso ai lavori socialmente utili né al consumo, ma alla dimensione del godimento di sé e degli altri in una diversa dimensione sociale. E se questo non ha un carattere eversivo allora non ho capito nulla di quello che mi circonda perché a me sembra chiarissimo che il processo passa per lo scardinamento di un apparato in parte repressivo e in parte alienante che abbiamo nella testa e nel cuore, quell'insieme di relazioni comandate che ci insegue nella psiche e che ci rende riproduttori inconsapevoli dell'estrazione e della valorizzazione -ebbene sì- capitalistica. Di più, esso produce un mondo nuovo che con quello presente non può avere una relazione di indifferenza o di subordinazione.

Si è trattato sempre, per me più che di un intreccio tra dimensione privata e politica di un piano che tenesse assieme gli aspetti politici, sociali, psichici, esistenziali. Per fare un esempio di come le cose abbiano funzionato nel mio caso, potrei dire che arrivai tardi a capire e condividere la dimensione del rifiuto del lavoro e del sabotaggio. Prima i miei orizzonti si fermavano a termini come l'egualitarismo salariale e la riduzione del tempo di lavoro, preso com'ero dal paradigma della lotta di classe in quanto lotta operaia, in un tempo in cui avevo voglia a costringermi al sacrificio della militanza e della relazione affettive ingenua! I miei processi di identificazione sbrodolavano da tutte le parti, dolorosamente.

Ora questa prospettiva richiede alla partecipazione delle soglie alte, pretende adesione e fiducia interpersonale molto importanti. Sebbene non le pretenda assolute perché è in grado di esercitare anche l'arte della tattica, di rimandare gli scontri, di accettare compromessi, abbisogna assolutamente di reciprocità e condivisione; per cui, inutile dirlo, è sottoposta a cesure, abbandoni, solitudini e incontri, abbracci e fusioni. Poi va detto che si è trattato per me di una strada che è stata percorsa faticosamente, consumando le suole e inciampando e che ha dato luogo a un processo di presa di coscienza anche esso tutt'altro che lineare e facile: ho vissuto come tanti un'esistenza da lumachina che odora la foglia di insalata, magari fossi stato cammello, leone e fanciullo! I superamenti non sembrano mai assodati si è sempre lì a lavorarci sopra. Comunque le lumachine hanno nel loro piccolo intenzione, forza e determinazione, (e purtroppo anche impazienza e fame). Ancora e comunque, esprimono una testardaggine che alla fin fine è
necessaria dato che solo di quello si possono nutrire.

Se a una cosa ho fatto l'abitudine -solo razionale, beninteso- essa consiste nei paradossi. La mia adesione a un ovetto di partito faceva a pugni con il sospetto e la preoccupazione con cui avevo guardato il movimento coagularsi in gran parte in gruppi, gruppetti e gruppuscoli. Potrei argomentare che l'idea di partito nella sua sintesi è universalistica e che concettualmente fa paro con quella di Movimento; ma sarebbe stupido e inutile: forse era solo una polemica, o il frutto di una paralisi esistenziale o il desiderio di una scorciatoia, merita ricordare i momenti belli e non dare giudizi sui pezzi della propria vita. Quello che penso di fare poi in futuro sarà dunque testimoniare quelli e -ancora una volta, credo- con quanto entusiasmo annusai i primi sintomi del '77, e mi orientai su di essi

La lumachina cambiava direzione.

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