Ne ho gioito. (La Ragione si ricorda della Tigre con i denti sciabola II)


Questa escrescenza multifunzionale che ci alberga nella scatola cranica è fonte di miele oltre che di grattacapi, per cui la amo molto; ma non intendo diventare schiavo della sua voce narrante, in qualsiasi lingua si voglia esprimere, qualsiasi suggestione voglia esercitare sul resto di me stesso. Non sono fatto solo di pensiero, di sentimenti, di emozioni e sensazioni, sono fatto anche di esperienza, tempo, vita. Su questa dimensione la mente deve cedere il passo, deve confrontarsi, assaggiare e distinguere, ma soprattutto rispettare.
La provata esistenza degli altri fuori di me, oltre la loro dimensione di comprensibilità, di assimilabilità, di manipolabilità è il piano di necessità che rende indispensabili le distinzioni.
Le grandi storie collettive sembrano uno di quei casi in cui più facilmente la narrazione si presta a giocare invasioni di campo, a praticare appropriazioni e stravolgementi, a generare mostruosità. Ogni tanto sento il tanfo di queste ultime e allora mi sembra che la mia vita stia attraversando le vie di una città di impianto medievale dove da ciascun tombino esce una puzza diversa.
Via, prendiamo per i campi e godiamoci l'aria! Oppure facciamo l'esperimento di versare un po' di acido nel tombino, ma non stiamo lì a annusare per il gusto di rovinarci l'olfatto.

Perché sto rinunciando all'io che mi è così caro e sto passando al noi, addirittura esprimendo un invito è presto detto: ho affetti profondi, appartenenze reali, ricordi condivisi e integrità di storia. Un torto fatto a queste estensioni di me stesso mi coinvolge e suscita la mia reazione, sicura.

La mia recessione dalla lotta armata è dipesa da una valutazione degli esiti a cui stava conducendo. Chi mi rimprovera una secessione abbia il coraggio e la dignità di esplicitare i suoi punti di vista, tutti, e non di infilarmi in un teatrino di marionette. Negli anni settanta e ottanta in questo Paese non ci fu UN o IL partito rivoluzionario che avrebbe vinto se tutti avessero aderito alle sue risoluzioni e alle sue prassi, né ci fu mai un movimento con la emme maiuscola a cui dedicare preci e sacrifici per ottenerne la manifestazione. Questa non è solo una lettura risibile, è anche falsa.
Ho avuto la ventura di fare esperienza in merito e sono molto affezionato alla sua memoria e alle mie riflessioni. Esperienza limitata e parziale, ma vera.
Per anni avevo esercitato militanza, una modalità di comportamenti, di riti e di auto considerazione che nella fase espansiva della fine degli anni 60 sopravviveva come un dinosauro e che solo dopo si sarebbe prriproposta con un certo successo: le manifestazioni, le lotte nella fabbrica e nella scuola, i sabotaggi e il rifiuto del lavoro non furono il risultato di “militanze”. Per quanto mi riguarda la dimensione della militanza la abbracciai entusiasticamente sia come una compensazione del rifluire del movimento in ambiti da cui ero assente, sia come una incapacità di trovare una appagante, diversa dimensione. Non vorrei esagerare ma arriverei a dire come un desiderio un po' narcisistico di volermi impadronire della realtà, mettendomi a servizio gratuito e inutile di una interpretazione della realtà. Nella ricerca di una distrazione, era appagante distribuire 500 volantini alle cinque del mattino per poi zompare a distribuirne altrettanti alle otto e sono grato all'organizzazione capitalistica del lavoro per avermi concesso tante occasioni organizzando la produzione su più turni sfalsati. A alcuni sembrerà un punto di vista piccolo borghese, immagino. Vedrò di andare a farmi correggere da loro, ma sto parlando sommessamente di me stesso, perché merito il loro giudizio?
Il fatto è che la realtà quando ha la compiacenza di smuoversi abbastanza da superare la nostra cecità, introduce nuove dimensioni, spazza via i nostri consolidati punti di vista e le nostre relazioni, fa la rivoluzione, ma non è vero il contrario… Una mancanza di reciprocità imbarazzante tra noi e la vita, tra mille in camicia rossa e la Storia: a quelli è andata bene, ma è difficile dire il perché e non consiglierei a nessuno di riprovarci.
Nella mia minuscola organizzazione -peraltro un vero partito, con elevata coscienza di sé- c'erano altri che credo condividessero a modo loro, con i loro personali punti di vista questa dimensione che non voglio sviscerare oltre qui.
Io feci i conti con questo tipo di militanza organizzata appena cominciò a soffiare il vento del 77, cioè attorno al 74. In breve e per molti quella parola si svuotò e finì nel dimenticatoio. Si instaurò una prassi che rifuggiva questo tipo di ruoli auto referenziali: si facevano le lotte, non la militanza. Siccome ero uscito da quei panni, mi divertì davvero rivedere un paio dei miei vecchi compagni di militanza assistere alle lotte alla mensa, dove io passavo le mie giornate a sabotare le casse e consumare pasti gratuiti. Nel frattempo loro erano stati agganciati dalle br -facciamo qualche nome, vivaddio- e venivano inviati a osservare, capire, prendere nota, probabilmente anche a essere valutati nel loro riferire. Nonostante il loro comportamento non conspicuo spiccavano tra noi come quelli della “politica” nelle assemblee del 68: anche se indossavano una maglietta portavano sul collo l'ombra del bavero rialzato. Ci parlai pure, ricordo. Perché no, quando è divertente? Ci erano estranei. Probabilmente erano lì anche per reclutare e se anche avessero agganciato qualcuno e lo avessero portato nelle loro segrete stanze questa non sarebbe stata certo una perdita. Di nuovo e come sempre parlo per me, compagni e compagne e interi collettivi a loro vicini c'erano eccome, ma non avevano possibilità di essere egemoni, per nulla.
Il movimento… se mai esistette finì presto e questa è la cosa difficile da accettare da parte degli evocatori di ectoplasmi e degli aspiranti amministratori di patrimoni comuni. All'epoca non era così evidente, in giro c'erano ancora tanti di noi da riempire le piazzze per cui poteva non essere semplice leggere bene le cose e rendersi conto che la partita era già chiusa. Sul piano estetico quel panorama fatto di lampeggianti, divise, strade deserte che ancora puzzavano di fuochi e lacrimogeni era di agghiacciante seduzione. E poi c'era la dimensione delle fedeltà personali e della testardaggine e in bocca avevamo ancora il sapore di quei brevi mesi. Chissà perché trovo quegli errori così caldi, onorevoli, belli… nella loro durezza. Errori. Nostri. Miei. Non gli errori degli altri: su quelli saranno loro a doversi esprimere, se vogliono.
Dai resti cristallizzati del movimento ci fu un grande travaso verso le organizzazioni armate tra cui le br furono le ultime a morire. Solo a cose fatte, dunque, e attraverso la quota altrui il "movimento piccolo borghese" ricevette i timbri necessari e fu incorporato in una grande Narrazione Proletaria. In seguito ancora, a cose definitivamente chiuse, sulle ceneri del movimento degli anni settanta e sulle ceneri delle organizzazioni armate qualcuno ha fatto casetta. Ok, la cosa è piuttosto ridicola, ma si accomodi: nel mercato c'è posto per tutti, anche per le bancarelle dove io tiro dritto se appena ho altro da fare. Sicuramente la stessa cosa è avvenuta sull'altro versante: me li immagino gli esperti anti-terrorismo che hanno costruito le loro carriere sulla base degli stessi meccanismi. Buona pensione anche a loro.
Ma il tempo, prima di essere galantuomo, è birbone.
Durante il processo di Firenze passavo il tempo a guardare il pubblico, spesso senza occhiali -non so perché, forse perché la nebbia da miope copriva la parete in fondo. Notai quello che mi sembrava un bel ragazzo in giubbetto di pelle. Si rivelò una cara ragazza, alta, generosa; evocandone il ricordo l'emozione è grande. Accettò di sposarmi. Chiunque abbia cuore può comprendere perché glielo chiesi e perché lei accettò: le persone quando stanno annegando lo si capisce subito e l'impulso altruistico è forte in tutte le specie animali, persino gli esseri umani ne portano traccia se esposti direttamente alle situazioni.
In coloro che venivano a accalcarsi davanti alle gabbie sotto gli obiettivi di almeno tre distinte forze dell'ordine, sopravviveva il “movimento”? Vi tratterrei dal pensarlo. Lei faceva parte di un movimento? Ma non concordate che è molto più nobile e corretto dire che aveva un cuore grande così? E che cercare di vederla come una militante di un fantasma di movimento è tutto sommato meschino? Anche al di qua di come lei si volesse rappresentare.
Eppure si fa, in certi ambienti, sia l'una cosa che l'altra.
Il nostro matrimonio, che aveva lasciato basito il resto sopravvissuto della mia famiglia (alla sua forse lei aveva potuto tacerlo, non lo so) durò poco, per responsabilità mia.
Già il fantasma della dissociazione serpeggiava. A Cuneo eravamo alle prese con gli esiti della nostra storia, con prese d'atto che richiedevano il ritmo di una scalata muta ma che mi procuravano anche una sorta di attonita leggerezza di testa: c'è una forma di liberazione nella consapevolezza della sconfitta, nel ritrovare la propria irrilevanza di fronte alle cose, c'è in ognuno di noi -credetemi- e non è solo negativa perché si capisce che da lì si può andare avanti. La scelta di ammettere la sconfitta può liberare dagli assoggettamenti, dalle servitù, dalla prigione interiore. Dopo essersi interrogati sulla vittoria mancata e sui prezzi esigiti e pagati, inizia a aprirsi uno spazio interiore dove le speranze e i desideri possono tornare a collocarsi e a crescere, oltre noi stessi.
E' però difficile che questi crogioli non abbiano effetti di rottura sul piano delle relazioni comandate, o alienate, o non ben compensate o… aiutatemi voi. Soprattutto se in forma debita o indebita sono coinvolte dimensioni politiche o pubbliche.
Mia moglie iniziò a chiedermi come mi dovesse considerare, se pentito, arreso, dissociato… Lo faceva con affetto, con preoccupazione, con partecipazione. Mi chiedo se avrei dovuto farmi carico di quelle domande, di trovare il cuore che affiorava vicino, appena sotto la superficie della militanza.
Strana militanza, strano “movimento” al contrario: dall'esterno verso l'Idea, il Partito, l'Organizzazione, i Compagni. “Collettivo per la Liberazione dei Compagni Detenuti”. Ora che non sono più rinchiuso, che posso guardare con libertà alle cose fatemi dire sottovoce no, questo no. Per favore no, non a me che ho in orrore la solidarietà con i popoli oppressi e con gli operai in lotta, che desidero lottare ma non a nome di altri.
Non nella dimensione fattuale, ma in quella interiore sento più vicino chi spacca una vetrina rispetto a chi sfila sotto una bandiera altrui e non mi si venga a raccontare che quella bandiera è anche la sua, altrimenti, facciano la cortesia, vadano in risaia a seminare piantine nel fango sparacchiando ogni tanto con gli archibugi ai jet americani. A meno che non sia solo commercio di emozioni.
Altri sceglievano altre strade, migliori, più efficaci, senza delegarsi a qualcuno. Lottavano contro il regime di detenzione, per i diritti di difesa, contro l'emergenza, contro le aggravanti della legislazione speciale, per una soluzione politica... Comunque, per chiudere questo discorso in modo non sospetto, lo ammetto: se avessi pensato che un Collettivo per la Liberazione dei Compagni Detenuti avrebbe potuto migliorare davvero la nostra situazione, avrei forse ragionato diversamente, avrei persino potuto accettare la sotterranea lotta che all'interno dei Collettivo certo sarà avvenuta per decidere quali posizioni fossero “da compagno/a” e quanto.
“Dimmi, ma rispondimi, ti prego, sei pentito, arreso o dissociato?” la domanda mi fu posta nell'intimità della saletta colloqui, da dietro il vetro divisorio, il massimo di prossimità che ci fu tra noi a parte il bacio nel giorno degli sponsali, alle Murate di Firenze, in sei in una stanzetta.
Domanda vera, emozione sincera, ne sono sicuro. Quanta disponibilità a accettare la risposta non lo posso sapere perché non risposi.
Domanda irricevibile per me, ma non ne sono per nulla fiero, non la rivendico come mia questa indicibilità. Non è frutto mio, io non c'entro, mi limito a constatarla. Avrei ben potuto escludere il pentito e l'arreso, non ci voleva molto, anche sul dissociato avrei potuto ben traccheggiare e per parecchi mesi.
Su un altro piano poi avrei potuto trovare un modo di venirle incontro, in fin dei conti io ero uomo e lei donna, io marito e lei moglie. Non esisteva un terreno diverso su cui poter trasferire il possibile bene reciproco? Eccome no! Consolare, scambiare, magari guadagnarci qualcosa: io do una cosa a te, tu dai una cosa a me…
Dopodiché, esiste l'algebra delle parole. Che ne direste di “mi sono dovuto dissociare mio malgrado, ma non sono un arreso, odio i pentiti e disprezzo i dissociati…”? Forse questa all'esame del collettivo della banda de noantri custodi del Grande-Padre-Dentro-Di-Noi passa… passerà?
Ho scelto una strada diversa, non ho voluto risponderle, ho sancito una irrimediabile assenza di scambio. E' satto egoistico oppure ha avuto a che fare con una integrità di oggi, oppure sono stato solo distratto, debole, poco empatico. Non lo so, raccontato oggi l'episodio suggerisce durezza di cuore, opportunismo... non lo so, fate voi, a me sembrava di non avere più nulla da dirle. Qualche mese dopo ci siamo separati e anni dopo, su sua richiesta, abbiamo divorziato. Incontrandola ho saputo che si sarebbe risposata, che aveva una figlia. Ne ho gioito. Le voglio molto bene e le sono grato per quello che ha fatto per me, che è stato importante.
Chissà se nel faldone che mi riguarda è stato dato il giusto peso a questa scelta? Sarà stata interpretata come una ammissione di distacco dalle organizzazioni? Ne avrò ricavato qualcosa? Me lo chiedo perché sembra che alcuni comprendano solo le azioni che si dispongono attorno a un interesse o a una retribuzione, le altre manco le vedono.

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