Storicamente determinato

Ho avuto la fortuna generazionale e personale di far parte di un movimento, di quel movimento, del fantasma dei nostri ricordi che sembra diventato da tempo un fatiscente riferimento concettuale e linguistico quando non un feticcio scambiabile e tesaurizzabile e forse questa postuma esistenza artificiale si è imposta più a causa della indicibilità epistemologica e dell'impossibilità di comunicare le esperienze piuttosto che per un mutare dei tempi e delle condizioni.
Cos'era e dov'era il movimento? Quando nacque e quanto durò? Appena si accenna a una risposta, la perfida anguilla del pensiero propone alternative, prove contrarie, eccezioni, confutazioni. Ora vorrei ricordare la sua fase iniziale, anzi, qualche sensazione dei primi suoi mesi e altri piccoli sprazzi.

Prima, però, a mo' di viatico, vorrei raccontare che delle assemblee degli studenti di medicina a Careggi nel 1971 non ricordo solo la figura di una ragazza siciliana nera e bella, ma anche quella di un compagno dell'area del manifesto che inzeppava i suoi interventi del termine “storicamente determinato”. Era verboso, noioso, astratto e insopportabile. Portava gli occhiali tipo “di tartaruga” e i capelli lunghi, ma lunghi alla Robert Redford, da bravo ragazzo, e non quelli lunghi-trascurati o a cespo da ribelle. Parlava leggendo e per lui tutto era “storicamente determinato”. Immagino che la sua volesse essere la più radicale delle critiche a valori che si volevano rappresentare eterni o naturali o immodificabili; ma io al mio solito la prendevo male, mi sembrava un invito al moderatismo. Siccome però quell'espressione per il fatto di essere usata quasi come un intercalare diventava vuota, ora la sto rivalutando: in fin dei conti non diceva nulla e lasciava tutte le porte aperte. Faceva pochi danni e dunque -forse- era un modo antifragile di definire le cose...

Infatti del “movimento” è più facile dire ciò che non è piuttosto che definirlo in positivo e così facendo se ne rispetta di più -io credo- la sostanza.

Eppure ricordo in positivo le prime assemblee studentesche, al mio liceo e a sociologia, a Trento, nel 1968. Ricordo in particolare la trasformazione che ci aveva colpiti un po' tutti. Uso la parola colpiti per dire di un avvenimento che si presentava oltre la nostra consapevolezza; mentre al posto di trasformazione forse sarebbe più efficace dire mutazione. Fatto sta che i compagni di scuola che fino al giorno prima avevano rappresentato sé stessi in un certo modo, di fronte alla constatazione che la maschera era ormai svuotata, cambiavano atteggiamento e crescevano o -se volete- mutavano, si trasformavano. Mi spiego: c'era Michele, un ragazzo studioso, figlio di un ufficiale superiore dell'esercito. Quando prese la parola per la prima volta in assemblea ripropose la sua persona, il suo linguaggio e il suo aderire al modello, il suo spessore dovuto alla capacità di scegliere il sistema di riferimenti positivi (anni dopo, in un'altra Italia, questo sarebbe stato chiamato atteggiamento “vincente”, con ciò sottintendendo modelli di valori diversi e intercambiabili, più o meno efficaci; ma allora non era così, allora c'erano solo i valori trasmessi dall'alto e tutta l'ingenuità relativa). Probabilmente -ma non ne sono sicuro- avrà cominciato con un “amici” dove si sarebbe dovuto usare “compagni” (sì, questo arrivò presto) e si sarà guardato attorno dove il guardarsi attorno non sarebbe dovuto essere una ricerca di approvazione ma di vicinanza. Non mi sembra che ci fossero commenti espliciti a questo suo proporsi; ma era evidente che stava stonando. Se ne accorse? Certamente e subito; ma con quale parte di sé non saprei dire con esattezza. Non con la ragione calcolante, perché il suo cambiamento non fu di facciata. Fuoriuscì dai suoi limiti e si rimise in gioco, si fidò della sua sensibilità e della valutazione altrui, accettò la valutazione inespressa dell'assemblea (certo non di un leader o di una ideologia). Fu un processo rapidissimo di cambiamento e assunzione, dal secondo intervento era già uno di loro, uno di noi. Ma in questo passaggio deve aver giocato qualcosa che non può essere solo l'adesione a un nuovo schema o modello di valorizzazione. E' qualcosa che tende a sfuggirmi, che non riesco a identificare, qualcosa che era tra noi come una sostanza sottile che la storia allora sembrava mettere a disposizione di ciascuno e di tutti e che oggi mi sembra esista ancora, da qualche parte, almeno per certuni. Certo ci saranno altri e migliori modi per parlarne e questa mia sostanza sottile se ne può andare lesta lesta tra le elucubrazioni, ma interroghiamoci più spesso su questo di più che ci può spingere a superarci. Qualcosa che è prima di quanto possa “dire” l'assemblea o il movimento, un di più che ognuno percepisce e forma in sé in modo diverso e che si può avere la fortuna di mantenere a dispetto di tutto o la disgrazia di perdere a dispetto di tutto.

Dire “assemblea” non è la stessa cosa di dire “collettivo”, lo vorrei sottolineare. Il diritto all'assemblea fu una rivendicazione con aspirazioni universalistiche (e oggi sono felice di ritrovare termine e -spero- sostanza nella costituzione del Rojava) nel senso che per definizione nell'assemblea erano comprese tutte le componenti, soprattutto quelle avverse (da quel punto di vista, la volontaria secessione dell'estrema destra fu una scelta intelligente non solo di preservazione della sua diversità ma anche di svuotamento (o di tentativo di svuotamento) della legittimità e della efficacia di quella istituzione spontanea).
L'assemblea e la sua sovranità erano di per sé stesse il movimento . Solo in seguito “il collettivo” si pose come soggetto autonomo rispetto all'assemblea e ci si pose il problema di “vincere all'assemblea” che -in un certo ma bel preciso senso- era un “vincere l'assemblea”, vincere la partita. Sto parlando di un'assemblea che esisteva e di un Collettivo che si andava formando. Il Collettivo, ben inteso, quello unico e non ancora diviso: non quello dei gruppi o di uno dei diversi collettivi che arrivarono successivamente. Sto rammentando il primo coagularsi e distinguersi di un insieme di persone particolarmente attive e intenzionate a partire da una realtà viva e ancora in salute. A conferma di alcune ipotesi sul fatto che il momento organizzativo segue e non precede l'onda montante del movimento, vorrei dire che uno dei primi atti del collettivo del mio liceo fu ciclostilare e distribuire un volantino in cui un gregge di montoni disegnati a china era sormontato dalla scritta “retour à la normale”, un volantino copiato dal maggio francese.
Segue e non precede l'onda… ma quante onde si stavano formando, quanti sovrapponimenti tra fasi alterne, quante modulazioni, quanti scambi tra un processo e l'altro.
Tornando alla mutazione che ci investì tutti, sia dal mio punto di vista di drop-out implicito, di ripetente e di adolescente represso, sia dal punto di vista di quello di arrivato-un-secondo-prima fu facile accorgersi che Michele stava smettendo i vestiti da primo della classe. Se lo avesse fatto consciamente, allo scopo di farsi accettare, credo che non avrebbe funzionato e che non sarebbe stato accolto come invece avvenne felicemente esattamente come fu bello il mio farmi accogliere: era una temperie che funzionava da crogiolo, ci si fondeva assieme nelle lotte e il processo era esaltante. Avveniva qualcosa nello smettere i propri panni, forse qualcosa che ha a che fare con la nudità del battesimo o la spoliazione volontaria, un atto volontario e non simbolico di trasformazione. Poi si apriva un orizzonte di azione individuale potenziata dal fatto di essere riconosciuta e accolta. Sentirsi parte del movimento era un passaggio di fase, il superamento di una soglia. Una mutazione reale dentro noi stessi ma che gli altri attorno riconoscevano e a cui partecipavano. Iniziazione? Forse, in parte; comunque una iniziazione a doppio senso e non un rito di passaggio. Comunque una iniziazione implicita e di massa. Da qui in poi, da questa cittadinanza nel movimento, si può ben parlare di protagonismo, ma si tratta di un protagonismo sui generis: i tratti delle individualità erano perfettamente liberi di evolvere in un contesto collettivo in cui la circolarità della comunicazione era fondante: atomi che lasciavano la struttura cristallina sotto l'energia del calore, che davano luogo a configurazioni nuove e mutevoli.

E io? Non lo so, di me ritenevo il risultato e non l'azione: non mi avvertivo come persona separata dall'insieme che mi determinava, aderivo totalmente al movimento che mi andava forgiando. Penso che questo affievolirsi del potere di interdizione dei limiti, questa permeabilità agli altri, anche ai loro giudizi e all'immagine di me che mi restituivano, questa disponibilità a scambiare siano uno dei tratti decisivi e fondanti di quella esperienza. Necessitavano di un sistema di relazioni condivise che era ugualitario, di un insieme di valori esistenziali, assolutamente non ideologico in quella fase, di un linguaggio comune di tipo esperienziale, molto oltre il gergo generazionale che i giornalisti riscoprono a ogni lustro per riempire di attualità i vuoti della loro produzione. Certo che smettere la suscettibilità, la fragilità e la sensazione di debolezza, sentirsi più che accettati, rispettati e pari… a chi non piace? Siamo sempre così messi in discussione dalle aggressioni del mercato, così svalutati dai meccanismi di valorizzazione, così alienati che anche una semplice pausa è liberatoria: respirare pienamente! Lo si fa anche a yoga, allora lo si faceva sempre.
Mi vengono in mente un gigantesco processo di inspirazione, un polmone dalle proporzioni indefinite ma enormi che si satura di energia e gli infiniti scambi tra ossigeno e emoglobina che si scatenano. Verso l'esterno c'era solo bisogno di comunicazione, di ampliamento, di cessione, un flusso, una direzione, un movimento appunto. E l'assemblea era la risposta a tutti i problemi, conteneva in sé la soluzione, i cristalli di sarebbero disciolti nel liquido e il risultato sarebbe stato di per sé ottenuto, il movimento si sarebbe realizzato.
E io? Ancora io? Non vorrei sembrare autoironico, ma mi verrebbe da ergermi a testimone di come in quegli anni le nevrosi tendessero se non a guarire a scomparire alla vista. In quella situazione, alcune declinazioni liberatorie degli aspetti sociali del vivere erano reali e manifestavano tutta la loro potenza, anche quella taumaturgica. Si stava meglio, si stava bene d'animo e di testa a prescindere dalla realizzazione nel proprio attivismo. Ma sono davvero un bel matto a pensare ancora a queste cose o, forse, accanto me altri ne stanno pensando di analoghe, oggi? La risposta è questa.

Occorrerebbe a questo punto parlare della transitorietà del movimento, di nostalgia e melanconia; ma ho già abusato delle descrizioni in positivo che sono tanto traditrici e qui mi fermo.

A casa di Michele, assenti i genitori, ci accampavamo volentieri nelle ore pomeridiane. Era libera, ospitale, c'era un salotto e c'era un mobile bar ben fornito, frutto di consumi equilibrati, di esercizio di attese e saggezza nei consumi. Tra i rimpianti che porto di quei mesi di cinquant'anni fa sta il fatto di non aver potuto assistere alla costernazione familiare nello scoprire che i liquori erano stati spillati e le bottiglie riportate a livello con l'acqua. Ne ebbi solo notizia, come di un fatto ineludibile che era alla fine avvenuto; ma voglio essere certo che Michele avrà saputo gestire la situazione dal momento che le assemblee insegnano un sacco di cose su di te e sugli altri. Spero solo che la scoperta da parte dei genitori non sia avvenuta offrendo un cicchetto a un'ospite di riguardo, magari a un superiore in visita.

Commenti

Post popolari in questo blog

Merdine

"Venti di guerra"

Violencia y revolucion