Ometti
Quando ero bambino,
mi capitava di andare mano nella mano a mia madre, portato in giro,
si potrebbe dire. Immagino che lei fosse orgogliosa di me, che mi
vestisse bene e mi pettinasse a puntino. Certamente io ero felice di
stare con lei, perché le ero molto, molto attaccato. Certo il più
delle volte stavo benissimo con lei, accontentato e felice di vivere
come in fondo sono sempre stato portato a essere. Ma c'erano
-purtroppo spesso- l'incontro con adulti e lo scambio di
complimenti, tra cui non mancavano mai dei “che bell'ometto!”, “ma sei proprio un
ometto!”. Sarà stata una moda di allora, perché oggigiorno non mi sembra si usino più. Pantaloncini corti di maglia con bretelle, camicetta bianca infilata dentro, calzini corti e scarpe con la punta tonda e "ometto". Ok, facciamoci del male così.
Quegli "ometto" li trovavo insopportabili e l'emozione è viva dopo mezzo secolo: direi una offesa feroce, da bambino, ma feroce. Strano tornare a allora, e intrigante. Non mi è particolarmente
difficile riprendere quella prospettiva con gli occhi a ottanta centimetri dal
suolo, rivedo l'acciottolato, i vecchi con il bastone, la curva della strada, la facciata della chiesa, le pozzanghere. Amavo i miei stivaletti di gomma rossi perché potevo sguazzarci. Più grande ci avrei sguazato anche con le scarpe da passeggio: astuto, avrei tentato salti sempre più lunghi, e infine ci sarei riuscito a bagnarmi i piedi.
Faccio l'ipotesi che desiderassi lodi diverse; che so - “forte”, “sano”, “intelligente”. Forse era così. Non perché questi elogi fossero più elevati o più consoni ai miei desideri di allora, ma perché non mettevano in discussione il mio essere bambino. Credo che se mi avessero detto semplicemente “Che bel bambino!” avrei gongolato. Era quell'ometto che arrivava puntuale come le tasse a disgustarmi. Probabilmente non desideravo crescere e “ometto” era una caricatura della mia crescita, me la anticipava, se ne congratulava anzi tempo, ne voleva trovare i segni. Peraltro il complimentatore se ne congratulava anche con mia madre, la coinvolgeva nell'idea che il pargolo sarebbe ben presto diventato qualcos'altro da cui lei avrebbe potuto affrancarsi. Mia madre? La stessa persona che mi cantava papaveri e papere nel lettone poteva forse essere complice di una cosa del genere? Eppure lei non reagiva, ringraziava… Ecco che un'altra emozione è stata presa al laccio: il rifiuto per l'intrusione nel rapporto tra me e mia madre, la paura e il presagio della perdita. Mi arrabbiavo, cacciavo la lingua, rifiutavo con sdegno il complimento.
Ora avviene che io sia goloso di complimenti e che la cosa sia abbastanza manifesta anche perché non faccio nulla per nasconderlo. Capire quali io preferisca, quali accolga più volentieri nell'immagine che ho di me stesso e che certo è debitrice dell'unità madre-figlio che ho vissuto, individuarli, dicevo, dev'essere semplice. Immagino che chi desidera farmeli possa partire da come mi rappresento: “questo tipo non è certo un macho… proviamo a dirgli che è sensibile”… Bang! Beccato. “Gli piace sentirsi superiore intellettualmente, diciamogli quanto è Einstein”... e potrei proseguire per un bel po' perché in effetti -se non mi è chiaro lo scopo, o il senso- dei complimenti tendo a non esserne mai sazio.
Da buon estimatore, me li tengo in bocca per un po' e ho il palato esercitato ma, ahimè, piuttosto prono. Invidio i bevitori raffinati, io casco sul consumo corrivo. E' raro che mi accorga di complimenti esagerati, indebiti, a meno che non avverta una sorta di distrazione in chi me li propina. Sapete, quelle parole poco convinte, quasi rituali, o esageratamente sottolineate: ma che diamine! Volete proprio che me ne accorga? Qui il complimento trascolora nella gratitudine, un sentimento che anch'esso richiederebbe di essere elargito con parsimonia.
Curiosamente, e non a mio merito, devo ammettere che un campanello di allarme me lo fa squillare il complimento sbagliato, o quello trendy. Se mi dite “fico” e non siete mio nipotino, mi infastidisco un poco. Se proclamate che il mio quadro a olio vi ricorda i colori brillanti di Guernica… ecco, ma perché? Perché mi perdete stima proprio quando ero pronto al brivido? Perché mi dimostrate che non è la mia stima che cerco, ma la vostra?
Credo che i momenti magici delle relazioni, quelli dell'entusiasmo, mi piacciano tantissimo anche perché posso bermi i complimenti a garganella, mentre nelle rotture mi pesano molto il drammatico scomparire di alcuni complimenti. Si rarefanno, trasmutano, si fanno condizionati, si rovesciano in giudizi negativi. Sono topini che si nascondo nel muro e non c'è verso di tirarli fuori, ridono da là dietro e si fanno detestare.
Davvero difficile da accettare con un sorriso è la nostalgia per i complimenti espressa da chi ve li faceva “ah, che senso dell'umorismo avevi!”. E lo credo! Stavo così bene, pasciuto di complimenti! E ora che mi tieni stecchetto devo essere allegro come allora!
Faccio l'ipotesi che desiderassi lodi diverse; che so - “forte”, “sano”, “intelligente”. Forse era così. Non perché questi elogi fossero più elevati o più consoni ai miei desideri di allora, ma perché non mettevano in discussione il mio essere bambino. Credo che se mi avessero detto semplicemente “Che bel bambino!” avrei gongolato. Era quell'ometto che arrivava puntuale come le tasse a disgustarmi. Probabilmente non desideravo crescere e “ometto” era una caricatura della mia crescita, me la anticipava, se ne congratulava anzi tempo, ne voleva trovare i segni. Peraltro il complimentatore se ne congratulava anche con mia madre, la coinvolgeva nell'idea che il pargolo sarebbe ben presto diventato qualcos'altro da cui lei avrebbe potuto affrancarsi. Mia madre? La stessa persona che mi cantava papaveri e papere nel lettone poteva forse essere complice di una cosa del genere? Eppure lei non reagiva, ringraziava… Ecco che un'altra emozione è stata presa al laccio: il rifiuto per l'intrusione nel rapporto tra me e mia madre, la paura e il presagio della perdita. Mi arrabbiavo, cacciavo la lingua, rifiutavo con sdegno il complimento.
Ora avviene che io sia goloso di complimenti e che la cosa sia abbastanza manifesta anche perché non faccio nulla per nasconderlo. Capire quali io preferisca, quali accolga più volentieri nell'immagine che ho di me stesso e che certo è debitrice dell'unità madre-figlio che ho vissuto, individuarli, dicevo, dev'essere semplice. Immagino che chi desidera farmeli possa partire da come mi rappresento: “questo tipo non è certo un macho… proviamo a dirgli che è sensibile”… Bang! Beccato. “Gli piace sentirsi superiore intellettualmente, diciamogli quanto è Einstein”... e potrei proseguire per un bel po' perché in effetti -se non mi è chiaro lo scopo, o il senso- dei complimenti tendo a non esserne mai sazio.
Da buon estimatore, me li tengo in bocca per un po' e ho il palato esercitato ma, ahimè, piuttosto prono. Invidio i bevitori raffinati, io casco sul consumo corrivo. E' raro che mi accorga di complimenti esagerati, indebiti, a meno che non avverta una sorta di distrazione in chi me li propina. Sapete, quelle parole poco convinte, quasi rituali, o esageratamente sottolineate: ma che diamine! Volete proprio che me ne accorga? Qui il complimento trascolora nella gratitudine, un sentimento che anch'esso richiederebbe di essere elargito con parsimonia.
Curiosamente, e non a mio merito, devo ammettere che un campanello di allarme me lo fa squillare il complimento sbagliato, o quello trendy. Se mi dite “fico” e non siete mio nipotino, mi infastidisco un poco. Se proclamate che il mio quadro a olio vi ricorda i colori brillanti di Guernica… ecco, ma perché? Perché mi perdete stima proprio quando ero pronto al brivido? Perché mi dimostrate che non è la mia stima che cerco, ma la vostra?
Credo che i momenti magici delle relazioni, quelli dell'entusiasmo, mi piacciano tantissimo anche perché posso bermi i complimenti a garganella, mentre nelle rotture mi pesano molto il drammatico scomparire di alcuni complimenti. Si rarefanno, trasmutano, si fanno condizionati, si rovesciano in giudizi negativi. Sono topini che si nascondo nel muro e non c'è verso di tirarli fuori, ridono da là dietro e si fanno detestare.
Davvero difficile da accettare con un sorriso è la nostalgia per i complimenti espressa da chi ve li faceva “ah, che senso dell'umorismo avevi!”. E lo credo! Stavo così bene, pasciuto di complimenti! E ora che mi tieni stecchetto devo essere allegro come allora!
E chissà che non sia anch'io un complimentatore. Devo ammettere che anch'io mi sento spesso sincero quando li faccio. Esprimo sì il desiderio di ingraziarmi l'altro, ma mi piace farlo, lo trovo vero il mio desiderio e il mio piacere di fargli i complimenti. E siccome vedo che gli piacciono, come pensare che non li sto facendo anche a fin di bene, perbacco, e non solo come scambio-dono come forma di indebitamento dell'altro?
Due sono i complimenti più divertenti e assurdi che ora mi vengono in mente il primo è "ti trovo molto meglio ora che non trent'anni fa", l'altro mi assimilava a una macchina di lusso e -purtroppo- sottintendeva un parco rifiuto.
Ma, in fin dei conti, tutto questo che importa? Io sto con mamma, nei miei stivaletti di gomma rossa e se mi dite “ometto” mi limito a farvi la lingua. Io, al massimo del mio piacere, sono un bel bambino.
Ma, in fin dei conti, tutto questo che importa? Io sto con mamma, nei miei stivaletti di gomma rossa e se mi dite “ometto” mi limito a farvi la lingua. Io, al massimo del mio piacere, sono un bel bambino.

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