Ma non per sempre

Questo post non riesce a formarsi nell'animo: tutte le emozioni dei ricordi evocati in queste ultime settimane e anche prima attendevano di arrivare qui, al '77. Pregustavano la foce e ora mi si presentano spente pozzanghere nel loro aggrovigliarsi nelle parole che sarei costretto a usare. E mi sembra di non provare nulla se non un risentimento verso la mia età che mi allontana da quella. Quell'età che sembra rifiutarsi di prestarsi al racconto mentre questa età è fin troppo pronta a raccontare e raccontare e raccontare quello che per tanti anni a me ma anche a molti altri è sembrato non raccontabile.

Mi verrebbe da dire che il '77 non è mai esistito e che sono troppo confuso e triste per raccontare il mio '77 e nemmeno il nostro. Ma nel '77 -per dirla così- c'era un sacco di gente, nuova e diversissima, e sono contento che Tano la abbia fotografata in bianco e nero perché davvero i colori che ricordo erano poco saturi, grigi mi verrebbe da dire - anche i rossi e i verdi e i blu che esplodevano sui visi dipinti e sugli abiti delle donne. Era davvero tanta, quella gente, e giovane, e sembrava sapesse più o meno tutto
quel che c'era da sapere. Mi è capitato di ritrovarne molti -anch'io d'altra parte facevo parte di loro- ma ho l'impressione che non fossero gli stessi. Voglio dire che fuori dalle piazze in cui eravamo stati presenti come un “tutti” ciascuno aveva perso qualcosa, forse la confusa ma fondamentale dimensione dell'esserci.

Dunque, proseguendo in questa allucinazione che mi fa essere qui e là, ora e allora, scopro che mi sento solo in una grande piazza deserta e quello che mi viene da chiedermi è dove siano finiti tutti, anche se temo che verrei sommerso da un coro che avverto nell'ombra: “li avete confusi, spaventati, cacciati voi! Li avete traditi e fuorviati con le vostre scelte, con i vostri tragici teatrini.”
Non sono nemmeno tentato di dare retta a questa novella, anche se è rassicurante e mi restituirebbe una presenza agita in una storia dove invece probabilmente azione tanto efficace da essere risolutiva non c'è stata proprio. Un mito troppo abusato e troppo semplice per essere -se pure in negativo- consolatorio.

Mi chiedo se una assenza non fosse già presente allora, se la distanza tra quella ragazza con gli zoccoli, quel giovane dipinto, quello armato, quello… non misurasse già allora una assenza. E forse questa non è solo una scappatoia retorica, forse il movimento del '77 non fu mai un movimento con una sua identità definibile e forse fu questa assenza a renderlo tanto profondamente sconvolgente.

Nella difficoltà a dire, a mettere nero su bianco, a figurare persino cosa il '77 non fu, mi verrebbe da dire va bene, facciamo un elenco: di manifestazioni, di proteste, di appropriazioni, di cene proletarie, di vite cambiate, di amori nati e relazioni interrotte, di nati e di morti; e poi un elenco di date; e poi un elenco di anonimi nomi e di anonimi volti, cosa questa che per altro ho già detto che è stata fatta, per fotografia, con intuizione geniale. Forse tutte queste cose, riportate su una lunga striscia di carta, questo encefalogramma di quei mesi, potrebbero essere tradotte in musica o appese in forma di nastri a un albero e lasciati a sbattere al vento e a ingiallire al sole e alla pioggia.

Ma queste sono fantasie e io sono qui a scrivere un post che non sa dove arriverà. Ma davvero non riesco a calarmi nei panni del narratore: mi viene da vestirmi in maschera e calcare la scena; ma il costume non può essere nemmeno quello del testimone e se dicessi che io per il '77 ebbi un amore viscerale e totale e se mi mettesi a cantare la mia banda suona il rock sarei solo ridicolo.

Era ridicolo scivolare sui gradini del ristorante, fuggendo dopo pranzo per non pagare, un bel pranzo di gala e più si era, meglio era. Come era ridicolo il compagno che al supermercato si portò via pane e salame invece delle leccornie più gustose; ma la leccornia più gustosa era vedersi imitati, da tanti che con noi saltavano le casse. Era ridicolo scoprire che sui nuovi modelli di Mercedes il marchio era diventato flessibile e che non bastava spezzarlo ma occorreva improvvisarsi cavadenti. E sarebbe stato sommamente ridicolo non dare tutto il credito al nuovo arrivato, operaio edile siciliano o parrucchiere negli Abruzzi che si presentavano in mensa perché sapevano che c'è la rivoluzione e ci volevano stare anche loro. E ancora era ridicolo ripensare ancora al '68, ai suoi leader, partitini, rituali. Così come suonava ridicola la retorica politichese che semplifica agli stolti: saranno anche stati incomprensibili i nostri testi teorici, ma li si capiva benissimo se si aveva tempo e voglia di leggerli. Era persino ridicolo ritrovarsi a fare la riunione di squadra: eravamo tutto il giorno una, due, tre squadre a seconda della bisogna, che bisogno c'era di definirci "squadra"? L'umorismo liberatorio non era dissacrante, era possente, era un fiume. E era commovente la sicurezza con qui tutti acquisivano i gesti, i pensieri, i sentimenti comuni.

Qualcosa sono riuscito a dire; ma se tentassi la strada della biografia e ricordassi i passaggi o le gioie (la dismissione dei panni del militante, lo spinello, l'eccitazione di arrivare in piazza per trovare i compagni che ci fossero... )... Le ho scritte e riscritte, potrò riscriverle, ma che c'entrano queste cose con il '77? Sarei ridicolo.

Allora cancello quello che ho già buttato giù tentando di spiegare. Cancello i riferimenti alla teoria: via i “bisogni”, via l'autonomia. E faccio canc anche dell'assorbimento nel movimento nuovo e degli slogan anche i più deliziosi .

Tengo le righe sul femminismo? No. Che l'ho scritto a fare? Non è così anche ora? Che senso ha l'archeologia dell'oggi?

Cancello l'utopia che era il vivere quotidiano, cancello le assurde dicotomie tra gli armati e i disarmati, cancello tutto.

Sono andato smucinando tra le teorie, le interpretazioni, le descrizioni, poi ho cancellato: è sempre troppo e troppo poco e mi fa girare attorno a un solo ricordo pulsante: lunghe strade deserte di notte, gli occhi che cercano un possibile riparo. Avevamo il marchio addosso. Vaglielo a spiegare ora quanto avessimo ragione: le nostre ragioni furono isolate, battute, disperse, e noi -marchiati- con esse.

Mi accorgo così di non avere dei “bei ricordi” ma è bellissima l'emozione del ricordo della stretta delle braccia dei compagni allacciate alle mie, nel corteo. Le nostre ragioni eravamo noi. Erano troppo giuste per allora, ma non per sempre.

p.s. aggiungo http://lettermagazine.it/libri/i-ragazzi-del-77/

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