Osvaldo



A scrivere così, rammentando e ricucendo nel racconto, senza occhi amici -i miei per primi- che si prestino a una prima lettura, con un'urgenza a scrivere e spiegarsi fatta per metà di entusiasmo e per metà di dolore e urgenza per il male che torna a farsi palpabilmente vincente attorno a noi (e quale male!); capita di diventare criptici, di dover tornare sullo scritto passato perché non si ha meditato abbastanza sul testo prima di pubblicarlo. Nel post precedente scrissi “preso com'ero dal paradigma della lotta di classe in quanto lotta operaia” e questa cosa andrebbe spiegata, oltre che riscritta un poco meglio. In primo luogo c'era la coscienza che condividevo con tanti che in quanto studenti la nostra insorgenza fosse debole e che fosse indispensabile che si diffondesse alle fabbriche, in secondo luogo le lotte operaie espressero radicalità e punti di vista sconvolgenti e così rappresentarono sia una calamita che un problema. In terzo luogo nelle fabbriche la presenza organizzata del PCI e del sindacato (vogliamo chiamarlo tradizionale?) era molto forte e questo dette luogo a un conflitto molto più aspro di quello nella scuola. In quarto luogo torna una componente biografica: delle lotte operaie sapevo solo quello che leggevo, che sentivo dire, che mi arrivava a pezzi e questa relazione indiretta e mediata può ben costituire un argomento di riflessione.

Le lotte al liceo, va bene, un fatto assodato. E poi la militanza a Firenze e lì
le assemblee all'università e poi la Casa dello Studente, l'organizzazione di ronde contro il lavoro nero nella periferia dei piccoli imprenditori in gran parte tesserati PCI. Ma dove a Milano le ronde spazzavano i quartieri noi si era in tre, con due bandiere rosse, e si andava per fabbrichette e si litigava coi padroncini e poi si andava alla Casa del Popolo e si tornava a litigare. La lotta per la casa la facemmo anche noi e io in particolare; e furono davvero fredde le notti trascorse davanti a un falò e le discussioni con l'assemblea degli occupanti. E anche le lotte dei dipendenti della Esse Lunga, con il rimpianto per un'operaia che mi piaceva tantissimo e il metallo liquido infilato nelle serrature delle serrande chiuse per bloccarle e l'abbandono organizzato di carrelli strapieni davanti alle casse crumire. Sì, sì, ma anche se non erano scimmiottamenti, probabilmente non sarebbero nemmeno cominciate quelle piccole azioni se non avessero avuto per riferimento la portata e i livelli delle lotte milanesi. Portata e livelli che a me -per soprammercato- arrivavano mediate dal partito, dalle sue analisi, dalla concessione a partecipare o dalla censura.

Portata”: al di là delle ideologie marxiste la classe operaia era forte, i giornali riportavano le notizie degli scioperi, dei cali di produzione con ben maggiore attenzione, ansia, (speranza, in qualche caso) rispetto alle lotte studentesche.

“Livelli”: molto al di là delle ideologie marxiste per come io le avevo orecchiate, c'era qualcosa come il rifiuto del lavoro o il sabotaggio o la violenza che mi erano incomprensibili o difficili da accettare, nonostante lo sbandamento per la bella operaia, nonostante l'idea di bloccare le serrature con i tubetti di acciaio liquido, nonostante l'azione che avevo provato di persona quando si entrava nelle classi e si interrompeva la lezione.

Citare gli affari di cuore assieme agli strumenti di lotta lo faccio apposta: anche una piccola rottura dello schema della legalità mica si limita a uno d
ei comportamenti sociali, tende a estendersi. Le prese di coscienza e le spinte e i desideri tendono a trasferirsi su tutti i piani e il gusto per la libertà pure, con tutto il carico di contraddizioni, con le razionalizzazioni, con le fughe.

Questa coscienza e questi comportamenti si
agitavano in modo strano: il senso di colpa e la paura a taccheggiare un libro in libreria, come le superiamo, con la paura di non essere all'altezza di altri? E il bilanciamento tra la nostra gelosia per la compagna e il nostro più che occhieggiare le altre lo otteniamo facendo braccio di ferro a chi è più disinvolto o ha più successo? Questo è forse ancora più difficile da risolvere dato che qui non ci si può costringere a prenderlo quel volume, a ficcarselo sotto il cappotto e raggiungere gli altri per mostrare che siamo anche noi in grado di rubare; qui occorre accettare, scegliere, costruire in modo molto più difficile e con pochi, pochissimi strumenti e tante, tantissime remore.

Se era particolarmente duro essere messo a conoscenza delle predilezioni per altri della mia compagna, pure occorreva superarsi o perlomeno provarci. Non è poi così diverso dal sapere, dal condividere la realtà delle lotte in fabbrica o nel sociale o per la casa. Anche se -fatemelo dire- scoprire che l'occupante del secondo piano si è rubato tutta la rubinetteria della palazzina vuota a fianco non è così doloroso e difficile da gestire come costruire relazioni sentimentali all'altezza della fame di libertà e di sicurezza reciproca, di relazioni che volevamo paritarie e che invece riproponevano sempre disequilibri, smottamenti, capovolgimenti di senso.

Ma vorrei tornare al problema della conquista della conoscenza, o dovrei dire coscienza, o forse solo dell'informazione liberata da edulcoramenti, censure, negazioni per ricordare un viaggio in treno da Firenze, nel 1972 o 73 quando tre o quattro di noi del partito di Firenze viaggiavano verso la sede centrale a Genova. Siccome ci accompagnava un compagno importante, che poteva sapere altro oltre alla linea del partito, che era stato a Milano, con circospezione e il timore di apparire ingenui e ignoranti come eravamo ci arrischiammo a buttar lì la domanda “ma questi delle brigate rosse sono compagni?” perché molti dicevano fossero provocatori, ma la curiosità era tanta.

In effetti la coscienza e la conoscenza e forse la coscienza sembravano viaggiare per cerchi concentrici. In quegli anni il termine discriminante arrivava a significare in gran parte “quelli che sanno o che possono sapere” e la prima porta da passare era accettarla questa cosa.

In gran parte è vero che la violenza non fu mai posta che io mi ricordi come una tematica
a sé stante. Vediamo un po' tre possibili varianti di fronte all'uso della violenza gli estremisti provocatori hanno tirato le molotov e hanno scatenato le cariche”, “sì è vero hanno tirato le molotov, ma lo hanno fatto per difendere il corteo”, “abbiamo tirato le molotov a freddo per scatenare le cariche e elevare il terreno dello scontro”. Diciamo che siano tutte e tre vere e auguriamoci che chi ha lanciato le molotov fosse convinto della terza, altrimenti avranno un problema interno, prima o poi: un pazzerello o un cretino tra loro. E io che nulla sapevo? Avrei optato per la seconda, probabilmente. E se qualcuno mi avesse detto la verità? Me ne sarei scandalizzato, o avrei provato un brivido per essere a conoscenza di una verità da iniziati o mi si sarebbe scatenata una competizione o avrei dato una valutazione “politica” alla cosa? Dipende: è dipeso da momenti e periodi diversi.

Se le lotte e le coscienze appartenevano a tanti separati processi, ciascuno con il suoi picchi e le sue fasi di consolidamento e i suoi riflussi la cosa si può ben spiegare: le posizioni politiche e ideologiche si contendevano le coscienze oltre che le opinioni e i compagni “crescevano” o si “bruciavano” o si imborghesivano” o si “perdevano” con le loro coscienze nel crogiolo quotidiano delle lotte. Poi c'era questo carattere organizzato della conoscenza, questo essere ammessi alla verità o alla realtà, che poteva procurare brividi o nausee, essere accolto o giustificato, ma se la conoscenza diventava la discriminante, allora un rischio si manifestava, ritengo.

Nel movimento, nella lotta le discriminanti erano soprattutto i comportamenti, le coscienze, le capacità di far crescere la qualità della cooperazione e non le internità organizzative o il carattere delle adesioni organizzative o relazionali. (Rileggo in questi giorni le dichiarazioni di un pentito, di uno che si era fatto -e era stato ritenuto- capo per la disponibilità a dispiegare assenza di incertezze, attitudine al comando: un delirio di “io”, di “assunsi il comando politico-militare”, di “colpa mia”; ma qui siamo alla follia… spero.)

D'altronde sul carattere, i limiti, il senso delle lotte c'era un ventaglio di opinioni, di partecipazione, di volontà. P
rimero la lucha, despues la conciencia, oppure la lotta economica che diventa politica, oppure…

Per alcuni certamente la violenza era solo da parte dello Stato e dei fascisti. Le lotte erano compatibili con il sistema, comunque “giustenel senso di “giustificabili” e la repressione poteva essere qualificata eccessiva, immotivata, ingiusta ma mai come la risposta a una soggettività rivoluzionaria che poteva servirsi dell'illegalità o di una legalità diversa, che non aveva giustificazioni fuori da sé stessa. Per altri questo argomentare era un modo per cercare consenso tra i meno determinati, per allargare la platea delle simpatie, forse per evitare di confessare le proprie posizioni: argomentazioni propagandistiche a cui qualche volta finivano per credere loro stessi. Per altri ancora questa visuale era un tradimento del senso delle lotte perché occorreva anticipare il nemico di classe (o la sua volontà repressiva) oltre i vincoli della legalità adesso e subito e non solo nel tempo radioso della rivoluzione o in quello spaventoso del golpe. Per altri ancora si trattava di leggere correttamente la natura delle lotte che era in sé rivoluzionaria e eversiva; occorreva rispettarla e esprimerla.

Ero poco più che bambino e un giorno venne a pranzo da mio padre uno dei fratelli Pajetta che era a Trento per lavoro di partito, non ricordo quale dei due, forse Giancarlo. Delle conversazioni a tavola capivo niente e niente ricordo se non che a un certo punto raccontò di essere andato a piazza Statuto, dopo gli scontri. Scrive Wiki “Nel 1962 la piazza fu sede di uno dei primi grandi scioperi operai del dopoguerra. Durante la stagione dei contratti del settore metalmeccanico decine di migliaia di dimostranti provenienti dalla Fiat e dalla Lancia, a ondate successive, si riversarono a piazza Statuto fra il 6 ed il 10 luglio 1962 per protestare contro la UIL, che qui aveva sede e aveva firmato un accordo separato con la Fiat. Seguirono gravi scontri con la polizia e centinaia di fermi ed arresti tra i manifestanti.”. Pajetta disse che era come se fosse passato un tornado - e si riferiva agli operai - e aveva una faccia spaventata e incredula.

Qui un brivido per essere ammessi alla conoscenza reale delle cose lo provai.

Ma persino il fatto che Mussolini fosse stato ucciso dal Partito poteva rappresentare un problema,
e per me da piccolo, lo rappresentò. Ma il fatto di essere ammesso di persona alla presenza del colonnello Audisio mi aiutò a superare l'imbarazzo di pensare che anche i buoni possano fare del male. D'altronde la prima denuncia per organizzazione di manifestazione non autorizzata me la presi perché con giovanile entusiasmo accolsi il suggerimento della polizia politica di Trento e mi misi a dire ai compagni studenti di camminare sul marciapiedi. Me ne vergogno ancora, dunque trattenete lo scherno, prego, avevo diciassette anni.

Pure i Viet-Cong dovevano per forza essere un po' straccioni, disarmati e poveri per meritare di essere ancora più nel giusto, e il Movimento si sarebbe certo giovato per la denuncia della debolezza o particolare cattiveria dello Stato e della società. Quando si tratta di merce, perché rinunciare allo sconto?

E
via, per soprammercato ci metto il mio disagio per le foto del passaporto falso del Che: il Che Guevara che si infila di nascosto attraverso la frontiera…

E delle vicende della RAF? Be' lì funzionava -per me- la rimozione e poi i suicidi in carcere erano sospetti e giustificavano retroattivamente e poi “le condizioni in Germania sono diverse”.

 

Giangiacomo Feltrinelli fu una eccezione nel senso che riconoscerlo come un compagno e piangerlo non mi procurò nessun problema: ma lì c'era lui e un traliccio, non c'era violenza sulle persone e il prezzo di quell'azione lo aveva pagato davvero caro.

Su Osvaldo mi fermo, per affetto, per considerazione ma anche perché temo che qualcuno possa leggere ironia e forse anche di più nelle righe che ho scritto e lui per me va salvaguardato nel cuore. Comunque, se sono stato sarcastico sul resto sono andato oltre le mie intenzioni, volevo solo essere per il possibile netto.

Nel treno tra Firenze e Genova, il compagno dirigente del nostro partito, interrogato su chi fossero le Brigate Rosse ci rispose che erano compagni. Il brivido che provai per essere stato ammesso a questa verità non fu diminuito dal “deviazionisti” che seguì.

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