La Ragione ricorda la Tigre con i denti a sciabola (I)
Qui ho cercato di evitare accuratamente il noi della memoria collettiva. Qui ognuno cerca di parlare per
sé.
Nelle scelte che a posteriori sembrano tracciare le vite di ciascuno di noi è impossibile ritrovare la stessa intelligenza che sbalza più o meno nettamente un disegno a cose fatte. Nella mia vita lo è sicuramente: è doloroso constatare quanto si è nudi e inermi a vivere e è istintivo indossare in perfetta buona fede il vestito del senno di poi, la giustificazione a posteriori. La ragione serve anche a consolare, forse è nata anche per tacitare il terrore per la tigre con i denti a sciabola là fuori dalla caverna, ci consola della paura, ci dice che l'accesso è troppo stretto per la sua testa feroce di belva: lei -la ragione- nel profondo se la ricorda la tigre, ben oltre i suoi strumenti, la sua logica, il suo discorso, e lo sa. Qui non abbiamo bisogno di scomodare la coscienza o il sé profondo, ci è sufficiente pensare che la ragione non ha la R maiuscola. Rileggete una lettera di un tempo passato e confrontatela con il vostro pensiero attuale: che distanza e che facilità di lettura, che trasparenza di intenti, che astuzie imbarazzanti vi troverete.
Questa semi-consapevolezza dei limiti del raccontare della mente me la ritrovo utile nella lotta quotidiana per mantenere un modo di stare al mondo a paro con gli altri, quando fare una scelta non è prendere posizione verso la verità, ma piuttosto predisporre un pezzo sulla scacchiera di una battaglia continua con sé stessi, senza mai sapere in anticipo chi sarà il vincitore. Tra un minuto a partire da adesso questo Altro lo riconoscerò dentro di me come amico o inizierò a farne fettine di mortadella da scambiare al mercato delle figurine? Dico un Altro concreto, autonomo, e magari di genere e colore e orientamento diverso dal mio, non un Altro addomesticato che mi coccolo o mi bastono dentro. Questo pensiero che è carico di tante emozioni positive, di tanta amorevolezza per l'altro (o il contrario, beninteso) come si mette dentro questo flusso che mi attraversa costantemente la mente? Cosa accontenta in questa economia che è molto meno inconscia di quanto potrei desiderare?
E torno alla nostra ragione, quella che è brava a inanellare le realtà passate in una collana fino al presente, e torno anche alle realtà passate per come si presentavano e cioè come esperienze slegate e isolate. Mi chiedo per l'ennesima volta com'è che mi avvenne di smettere la belligeranza in carcere ovvero di chiudere con la lotta armata ovvero di rilasciare la disponibilità vera a farmi ammazzare se necessario ovvero a farlo a qualcun altro? Lo faccio perché si tratta di un pezzo di vita che in parte è pubblica, perché la condivido con altri, perché qui inanellare, giudicare all'indietro, ricostruire scorrettamente è pane se non quotidiano, periodico.
Cuneo 1980, 1981, 1982, ... arresti, arresti arresti. Uno, due, quattro, sei. Hanno preso questa e quello! E spesso erano nomi e cognomi che andavano tradotti nei nomi di battaglia per riconoscerli, e i compagni che li conoscevano potevano solo ipotizzare le dimensioni e gravità del colpo.
Cuneo 1980, 1981, 1982,... a sera si aspettava la matricola, cioè la guardia addetta alle comunicazioni giudiziarie. Arrivava a stagioni, la sera, a blindate chiuse, di aperto c'era solo lo spioncino. “Matricola!” “C'è la matricola!” Era accompagnata da altre guardie. Sguardi preoccupati, talvolta divertiti, qualcuno trionfante, dipende dalla guardia, dal momento, dal fatto che prevalga lo stato d'animo della guardia o il suo timore della reazione del detenuto. Alcuni potevano temere una crisi di rabbia o di disperazione, o forse gongolavano o erano dispiaciuti. Forse, in qualche caso, chissà… magari cede e ce lo portiamo via con noi e ci guadagniamo vanto e promozione. All'epoca, tutto sommato era davvero individualizzato il trattamento: non eri affatto considerato un numero, ma un tesoretto di informazioni. Vattelapesca, dunque sul perché di tanti e diversi sguardi prima che la noia della routine prendesse il sopravvento.
Erano i mandati di cattura in carcere sfornati freschi freschi dalla stanza dove si erano svolti e forse si stavano ancora svolgendo chilometrici interrogatori ai collaboratori di giustizia. Chissà se sia mai successo che il pentito, a sera, dopo aver salutato si sia fermato di botto e abbia detto “Oh! Ora mi viene in mente, una volta Tizio e Caio...” e chissà se magistrato e cancelliere non abbiano risposto “Va be', di questo parliamo domani, si prenda un appunto.” perché erano stanchi.
Ce li urlavamo tra noi nel corridoio questi capi di imputazione: pesanti, pesantissimi e leggeri. Lo facevamo a gara. Ma sapevamo bene che prima di quelle carte c'erano stati arresti, compagni in fuga, covi scoperti, reti disfatte. E poi il nome: chi sta parlando? Lui/Lei? Lui con cui ho condiviso tutto? Lotte, rischi, mutande, amori? Lei a cui avevo insegnato o che mi aveva insegnato questo e quello? Magari il senso di una lotta, il valore di una scelta? Lui che mi era stato o che mi aveva preso a esempio? Lei che mi aveva salvato o che mi aveva fermato sull'orlo di un pericolo perché era capace di slancio, generosità, intelligenza, perché era bravo, perché era brava? Lui, lei che avevo amato sotto le lenzuola? Era un crollo dell'anima dell'organizzazione quello a cui assistevamo. Quali “mele marce”. Se di un albero stiamo parlando, dove è il tronco, e dove le radici, chi sono le foglie e i frutti e, infine, forse io sto su un pero.
All'inizio e qualche volta anche dopo erano i magistrati a convocarti e a notificarti qualcosa. In quel caso per un po' andò di moda afferrare una macchina per scrivere e tirargliela addosso. Io non ne ebbi occasione o voglia, oppure ero lontano per stile, fate voi.
Una volta arrivarono da Firenze persino a Trento, dove ero momentaneamente e per una cosa ben triste. Dopo essermi sentito contestare i miei nuovi capi di imputazione venni informato degli addebiti mossi a una ragazza con cui mi ero amato non molto tempo prima e mi fu chiesto se volessi dire qualcosa. Sapete, per le persone a cui si vuole bene si è tentati di fare cose che per se stessi non si fanno. Non è solo generosità: è che qualche volta ci si sdoppia riconoscendoci nell'Altro, oppure si diventa altruisti con sé stessi e si fa all'altro ciò che si vorrebbe fare a noi: scagionare, difendere, curare, proteggere. Non c'è niente di male, è un impulso bello. Risposi di no e me ne andai, ma ho ancora un po' di dispiacere, qui da qualche parte. Mi è rimasta l'impressione di un atto di amore mancato. Sarebbe stato bello, ma sarebbe stato anche l'inizio di un dialogo che ci eravamo imposti di non aprire, non penso per sfiducia verso noi stessi, ma per integrità di comportamento e di messaggio. Comunque è una brutta cosa tradire gli affetti, anche con le migliori intenzioni. Poi il tradimento è anche moneta che gode di ottimo corso, ma questo è un altro discorso.
Cuneo 1984? o era Cuneo 1983? No, erano i giorni a partire dal 21 gennaio 1982. Trascorsi al televisore incollato alla caccia all'uomo a Monteroni d'Arbia, in bocca sapore di polvere. I commenti dei compagni, che erano miei fratelli, che forse sapevano più di me e che io non desideravo nemmeno conoscere quanto più di me sapessero perché mi fidavo di loro più che di me. I loro commenti? I nostri sguardi, il nostro respiro, le nostre facce. Il senso di quelle immagini. Cani, elicotteri, radio e poi cani, fotoelettriche, radio, televisione. La cartina geografica dell'atlante. Un gruppo in fuga, quanti? si sono separati? Dove si staranno dirigendo? Chi saranno? Sono allo sbando: uccisi? Come Barbara e Matteo, e fotografati mezzo spogliati per terra nel sangue? Catturati? Pestati, picchiati, torturati e poi lì, in mezzo a noi, ficcati nel cemento molto sopra gli occhi? Feriti? Ancora in fuga? E dove? Nei covi indicati dagli infami o sui treni, dormendo tra Lecce e Milano? Lo sapevo già o lo seppi dopo questa cosa del dormitorio viaggiante? Non è che sia importante perché la consapevolezza viaggiava nella testa senza bisogno di sapere. Eppure non se ne andavano in Francia…
Cuneo 1984? o era Cuneo 1983? In televisione la cronaca di una rapina a Torino -mi sembra. Una rapina rivendicata da un gruppo di secondo piano. Le guardie giurate, una di esse per lo meno, vengono freddate per dare un senso politico all'azione. Sento in bocca sapore di polvere. Son cose davvero difficili da dire, ci vorrebbero le scarpe del palombaro, il passo leggero che sfiora, un mare di tempo e di chiarezza. Lussi che non posso permettermi qui, così mi limito a nominare il ricordo, accettandone il peso.
Cuneo 1984? o era Cuneo 1983? In socialità, cioè in cella con un compagno guardo la televisione. Un pilota israeliano è circondato da palestinesi inferociti. Sono in tanti, tanti davvero, non quattro o sei, più di un branco una folla. E in più c'è la telecamera. Lui è solo e sanguinante: è un linciaggio in diretta, lui lo sa molto prima di qualsiasi possibile senso di colpa. Parte un calcio o forse un pugno. Il compagno davanti a me e che forse non ha nemmeno mai impugnato un'arma è scosso da un impulso feroce, esulta, fa il gesto di colpire, anche lui, per televisione. Impietrisco, sento in bocca sapore di polvere.
Non mi serve ricordare altro, mi basta. Sono memoria mia, lo so, non sono ricordi che voglio condividere a uno scopo. Non vogliono dire nulla né di come sono fatto io né di come sono fatti gli altri, né di come penso sia fatto chi mi legge: sono solo momenti slegati della mia vita. Sono degli episodi che poi, accanto a altri episodi, hanno a posteriori disegnato qualcosa ma che -di nuovo- non vogliono dire nulla di come sono fatto io né di come sono fatti gli altri, né di come penso sia fatto chi mi legge.
Smisi la lotta armata per uno sconto di pena? Non lo credo proprio. All'epoca esistevano solo per collaboratori. Per un miglioramento delle condizioni carcerarie? Non penso, non avrei voluto allontanarmi dai compagni e andare in qualche carcere “normale”. Ma non perché ho la pellaccia dura o perché sono indifferente alla mia vita. Mi basavo sì su una convinzione a cui era estranea la considerazione della Vittoria; ma non la dimensione di utilità collettiva, di avanzamento, di protezione di un ambito per quanto indiretto e rimandato al futuro di liberazione -non storca la bocca chi sente amaro dall'altra parte del gusto: non sarà certo convinto che avessi combattuto credendomi scheggia impazzita o per ferocia intrinseca...
In quei mesi coloro che sentivano -più o meno episodicamente, conseguentemente, faticosamente- che la partita era chiusa per molte e svariate ragioni stavano anticipando il mitico Stato che lì non c'era ancora. Quello se ne stava gongolante con il suo giocattolo nuovo -i collaboratori di Giustizia- e i futuri “dissociati” fetevano in galera esattamente come prima. Chi glielo faceva fare di dissociarsi che non esisteva a parola? Stavano anticipando con scelte convinte e cristalline una storia a venire. O forse avrebbero dovuto convertirsi a altra dottrina, a altro Stato? Ah, già, erano deviazionisti, soggettivisti, piccolo borghesi, marziani e plekanovisti… tra un mese di studio avrete una parola nuova per incasellare, poi potrete diffonderla e dare la linea. Ma già, voi Custodi avete il termine “dissociati” o “arresi” e vi basta la parola a ritroso! Ma questo non è un bel combattere, miei cari e doppi nemici.
Nelle scelte che a posteriori sembrano tracciare le vite di ciascuno di noi è impossibile ritrovare la stessa intelligenza che sbalza più o meno nettamente un disegno a cose fatte. Nella mia vita lo è sicuramente: è doloroso constatare quanto si è nudi e inermi a vivere e è istintivo indossare in perfetta buona fede il vestito del senno di poi, la giustificazione a posteriori. La ragione serve anche a consolare, forse è nata anche per tacitare il terrore per la tigre con i denti a sciabola là fuori dalla caverna, ci consola della paura, ci dice che l'accesso è troppo stretto per la sua testa feroce di belva: lei -la ragione- nel profondo se la ricorda la tigre, ben oltre i suoi strumenti, la sua logica, il suo discorso, e lo sa. Qui non abbiamo bisogno di scomodare la coscienza o il sé profondo, ci è sufficiente pensare che la ragione non ha la R maiuscola. Rileggete una lettera di un tempo passato e confrontatela con il vostro pensiero attuale: che distanza e che facilità di lettura, che trasparenza di intenti, che astuzie imbarazzanti vi troverete.
Questa semi-consapevolezza dei limiti del raccontare della mente me la ritrovo utile nella lotta quotidiana per mantenere un modo di stare al mondo a paro con gli altri, quando fare una scelta non è prendere posizione verso la verità, ma piuttosto predisporre un pezzo sulla scacchiera di una battaglia continua con sé stessi, senza mai sapere in anticipo chi sarà il vincitore. Tra un minuto a partire da adesso questo Altro lo riconoscerò dentro di me come amico o inizierò a farne fettine di mortadella da scambiare al mercato delle figurine? Dico un Altro concreto, autonomo, e magari di genere e colore e orientamento diverso dal mio, non un Altro addomesticato che mi coccolo o mi bastono dentro. Questo pensiero che è carico di tante emozioni positive, di tanta amorevolezza per l'altro (o il contrario, beninteso) come si mette dentro questo flusso che mi attraversa costantemente la mente? Cosa accontenta in questa economia che è molto meno inconscia di quanto potrei desiderare?
E torno alla nostra ragione, quella che è brava a inanellare le realtà passate in una collana fino al presente, e torno anche alle realtà passate per come si presentavano e cioè come esperienze slegate e isolate. Mi chiedo per l'ennesima volta com'è che mi avvenne di smettere la belligeranza in carcere ovvero di chiudere con la lotta armata ovvero di rilasciare la disponibilità vera a farmi ammazzare se necessario ovvero a farlo a qualcun altro? Lo faccio perché si tratta di un pezzo di vita che in parte è pubblica, perché la condivido con altri, perché qui inanellare, giudicare all'indietro, ricostruire scorrettamente è pane se non quotidiano, periodico.
Cuneo 1980, 1981, 1982, ... arresti, arresti arresti. Uno, due, quattro, sei. Hanno preso questa e quello! E spesso erano nomi e cognomi che andavano tradotti nei nomi di battaglia per riconoscerli, e i compagni che li conoscevano potevano solo ipotizzare le dimensioni e gravità del colpo.
Cuneo 1980, 1981, 1982,... a sera si aspettava la matricola, cioè la guardia addetta alle comunicazioni giudiziarie. Arrivava a stagioni, la sera, a blindate chiuse, di aperto c'era solo lo spioncino. “Matricola!” “C'è la matricola!” Era accompagnata da altre guardie. Sguardi preoccupati, talvolta divertiti, qualcuno trionfante, dipende dalla guardia, dal momento, dal fatto che prevalga lo stato d'animo della guardia o il suo timore della reazione del detenuto. Alcuni potevano temere una crisi di rabbia o di disperazione, o forse gongolavano o erano dispiaciuti. Forse, in qualche caso, chissà… magari cede e ce lo portiamo via con noi e ci guadagniamo vanto e promozione. All'epoca, tutto sommato era davvero individualizzato il trattamento: non eri affatto considerato un numero, ma un tesoretto di informazioni. Vattelapesca, dunque sul perché di tanti e diversi sguardi prima che la noia della routine prendesse il sopravvento.
Erano i mandati di cattura in carcere sfornati freschi freschi dalla stanza dove si erano svolti e forse si stavano ancora svolgendo chilometrici interrogatori ai collaboratori di giustizia. Chissà se sia mai successo che il pentito, a sera, dopo aver salutato si sia fermato di botto e abbia detto “Oh! Ora mi viene in mente, una volta Tizio e Caio...” e chissà se magistrato e cancelliere non abbiano risposto “Va be', di questo parliamo domani, si prenda un appunto.” perché erano stanchi.
Ce li urlavamo tra noi nel corridoio questi capi di imputazione: pesanti, pesantissimi e leggeri. Lo facevamo a gara. Ma sapevamo bene che prima di quelle carte c'erano stati arresti, compagni in fuga, covi scoperti, reti disfatte. E poi il nome: chi sta parlando? Lui/Lei? Lui con cui ho condiviso tutto? Lotte, rischi, mutande, amori? Lei a cui avevo insegnato o che mi aveva insegnato questo e quello? Magari il senso di una lotta, il valore di una scelta? Lui che mi era stato o che mi aveva preso a esempio? Lei che mi aveva salvato o che mi aveva fermato sull'orlo di un pericolo perché era capace di slancio, generosità, intelligenza, perché era bravo, perché era brava? Lui, lei che avevo amato sotto le lenzuola? Era un crollo dell'anima dell'organizzazione quello a cui assistevamo. Quali “mele marce”. Se di un albero stiamo parlando, dove è il tronco, e dove le radici, chi sono le foglie e i frutti e, infine, forse io sto su un pero.
All'inizio e qualche volta anche dopo erano i magistrati a convocarti e a notificarti qualcosa. In quel caso per un po' andò di moda afferrare una macchina per scrivere e tirargliela addosso. Io non ne ebbi occasione o voglia, oppure ero lontano per stile, fate voi.
Una volta arrivarono da Firenze persino a Trento, dove ero momentaneamente e per una cosa ben triste. Dopo essermi sentito contestare i miei nuovi capi di imputazione venni informato degli addebiti mossi a una ragazza con cui mi ero amato non molto tempo prima e mi fu chiesto se volessi dire qualcosa. Sapete, per le persone a cui si vuole bene si è tentati di fare cose che per se stessi non si fanno. Non è solo generosità: è che qualche volta ci si sdoppia riconoscendoci nell'Altro, oppure si diventa altruisti con sé stessi e si fa all'altro ciò che si vorrebbe fare a noi: scagionare, difendere, curare, proteggere. Non c'è niente di male, è un impulso bello. Risposi di no e me ne andai, ma ho ancora un po' di dispiacere, qui da qualche parte. Mi è rimasta l'impressione di un atto di amore mancato. Sarebbe stato bello, ma sarebbe stato anche l'inizio di un dialogo che ci eravamo imposti di non aprire, non penso per sfiducia verso noi stessi, ma per integrità di comportamento e di messaggio. Comunque è una brutta cosa tradire gli affetti, anche con le migliori intenzioni. Poi il tradimento è anche moneta che gode di ottimo corso, ma questo è un altro discorso.
Cuneo 1984? o era Cuneo 1983? No, erano i giorni a partire dal 21 gennaio 1982. Trascorsi al televisore incollato alla caccia all'uomo a Monteroni d'Arbia, in bocca sapore di polvere. I commenti dei compagni, che erano miei fratelli, che forse sapevano più di me e che io non desideravo nemmeno conoscere quanto più di me sapessero perché mi fidavo di loro più che di me. I loro commenti? I nostri sguardi, il nostro respiro, le nostre facce. Il senso di quelle immagini. Cani, elicotteri, radio e poi cani, fotoelettriche, radio, televisione. La cartina geografica dell'atlante. Un gruppo in fuga, quanti? si sono separati? Dove si staranno dirigendo? Chi saranno? Sono allo sbando: uccisi? Come Barbara e Matteo, e fotografati mezzo spogliati per terra nel sangue? Catturati? Pestati, picchiati, torturati e poi lì, in mezzo a noi, ficcati nel cemento molto sopra gli occhi? Feriti? Ancora in fuga? E dove? Nei covi indicati dagli infami o sui treni, dormendo tra Lecce e Milano? Lo sapevo già o lo seppi dopo questa cosa del dormitorio viaggiante? Non è che sia importante perché la consapevolezza viaggiava nella testa senza bisogno di sapere. Eppure non se ne andavano in Francia…
Cuneo 1984? o era Cuneo 1983? In televisione la cronaca di una rapina a Torino -mi sembra. Una rapina rivendicata da un gruppo di secondo piano. Le guardie giurate, una di esse per lo meno, vengono freddate per dare un senso politico all'azione. Sento in bocca sapore di polvere. Son cose davvero difficili da dire, ci vorrebbero le scarpe del palombaro, il passo leggero che sfiora, un mare di tempo e di chiarezza. Lussi che non posso permettermi qui, così mi limito a nominare il ricordo, accettandone il peso.
Cuneo 1984? o era Cuneo 1983? In socialità, cioè in cella con un compagno guardo la televisione. Un pilota israeliano è circondato da palestinesi inferociti. Sono in tanti, tanti davvero, non quattro o sei, più di un branco una folla. E in più c'è la telecamera. Lui è solo e sanguinante: è un linciaggio in diretta, lui lo sa molto prima di qualsiasi possibile senso di colpa. Parte un calcio o forse un pugno. Il compagno davanti a me e che forse non ha nemmeno mai impugnato un'arma è scosso da un impulso feroce, esulta, fa il gesto di colpire, anche lui, per televisione. Impietrisco, sento in bocca sapore di polvere.
Non mi serve ricordare altro, mi basta. Sono memoria mia, lo so, non sono ricordi che voglio condividere a uno scopo. Non vogliono dire nulla né di come sono fatto io né di come sono fatti gli altri, né di come penso sia fatto chi mi legge: sono solo momenti slegati della mia vita. Sono degli episodi che poi, accanto a altri episodi, hanno a posteriori disegnato qualcosa ma che -di nuovo- non vogliono dire nulla di come sono fatto io né di come sono fatti gli altri, né di come penso sia fatto chi mi legge.
Smisi la lotta armata per uno sconto di pena? Non lo credo proprio. All'epoca esistevano solo per collaboratori. Per un miglioramento delle condizioni carcerarie? Non penso, non avrei voluto allontanarmi dai compagni e andare in qualche carcere “normale”. Ma non perché ho la pellaccia dura o perché sono indifferente alla mia vita. Mi basavo sì su una convinzione a cui era estranea la considerazione della Vittoria; ma non la dimensione di utilità collettiva, di avanzamento, di protezione di un ambito per quanto indiretto e rimandato al futuro di liberazione -non storca la bocca chi sente amaro dall'altra parte del gusto: non sarà certo convinto che avessi combattuto credendomi scheggia impazzita o per ferocia intrinseca...
In quei mesi coloro che sentivano -più o meno episodicamente, conseguentemente, faticosamente- che la partita era chiusa per molte e svariate ragioni stavano anticipando il mitico Stato che lì non c'era ancora. Quello se ne stava gongolante con il suo giocattolo nuovo -i collaboratori di Giustizia- e i futuri “dissociati” fetevano in galera esattamente come prima. Chi glielo faceva fare di dissociarsi che non esisteva a parola? Stavano anticipando con scelte convinte e cristalline una storia a venire. O forse avrebbero dovuto convertirsi a altra dottrina, a altro Stato? Ah, già, erano deviazionisti, soggettivisti, piccolo borghesi, marziani e plekanovisti… tra un mese di studio avrete una parola nuova per incasellare, poi potrete diffonderla e dare la linea. Ma già, voi Custodi avete il termine “dissociati” o “arresi” e vi basta la parola a ritroso! Ma questo non è un bel combattere, miei cari e doppi nemici.

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