Sono un tipo prudente, io. (I racconti del Campari 1°)

Sono un tipo prudente, io. E anche piuttosto diffidente; ma non mi ci volle molto a chiarirmi che si trattava di un tipo innocuo, spostato, questo sì, e parecchio. Fuori ruolo fino all'autolesionismo -ricordo che pensai- e mi incuriosii abbastanza da fumarci assieme parecchie sigarette negli intervalli pranzo e per starlo a ascoltare un po'.
Con Gianni ci siamo conosciuti che tutti e due tenevamo corsi per insegnare Windows a dei dipendenti ministeriali, disinteressatissimi e -nel profondo, molto nel profondo- pienamente auto colpevolizzati. Fummo colleghi, insomma, per qualche settimana.
Mi ci sono affezionato in fretta, allettato e forse irretito dalla facilità con cui mi si mise a raccontare di sé e dei fatti suoi. All'inizio penso che avesse una certa vanità, che fosse contento di parlarmi dai quindici anni di maggiore età che ci separano. D'altro canto fui io a metterlo in cattedra e a dargli delle patenti, immagino per pasturarne la confidenza. Raggiunto il livello di intimità necessario a parlarmi a ruota libera, Gianni comunque si dimenticò di quei piani di relazione un po' strumentali e persino del gusto dello scandalo. Anzi, di scandalo forse gliene ho suscitato di più io. Così, dato a freddo, come piace a me. Gianni insomma cominciò a investirmi di confidenze con naturalezza, di tanto in tanto appena scusandosene.
E così io che ho poco tempo, poca disponibilità, scarsissimo genio per prestarmi a un teatrino da cui non possa ricavare niente in termini di spettacolo, mi sono ritrovato coinvolto nelle sue rappresentazioni, sospettando che il mio ruolo sia quello di spalla e testimone, perché il pubblico se lo recita da solo.
Ora c'è questa questione del perché. Perché un perché ci deve pure essere. All'inizio ho finto di abboccare alla storia del reduce degli anni settanta, diciamo che ho un po' esagerato il mio interesse, la mia curiosità. Questa cosa di fare parlare gli altri mi piace, lo ammetto. Diciamo che è un gioco che mi accontenta per un po' un vuoto che mi arriva ogni tanto e che quando arriva mi lascia a boccheggiare per giornate. Io non funziono così, non mi pare, ma gli altri mi sembra che funzionino a macchinetta: se muovi quel filo ci sarà quella risposta, se ti lasci un fianco scoperto tranquillo che ti arriva la bastonata. E' matematico. Prevedibile. E a me piace vedere come funzionano le cose. Con Gianni spesso non funziona così e scriverne potrebbe aiutarmi a capire il perché. Oppure potrebbe semplicemente divertirmi. O essere un sacrificio dovuto. Che ne so.
Finita quella routine lavorativa, abbiamo continuato a vederci e abbiamo più volte collaborato sui medesimi lavori. Sempre conto terzi, ovviamente. Oltre a questo, Gianni ha preso l'abitudine di venirmi a trovare di tanto in tanto e di impegnarmi per un paio d'ore. Quasi un cinema. Periodico. Un cineforum personale mio.Un pomeriggio di fine estate ce ne stavamo uno di faccia all'altro, al bar sotto casa mia. Spazzolavo un toast. Lui era preso in un corpo a corpo con un Campari Dio sa quanto rafforzato a gin.
Allora, te lo racconto quello che mi è successo?
Dai!
Poi non è che lo vai in giro a dire, eh?
Come sempre, lo sai…
D'accordo, allora mi chiama… com'è che si chiama quel cretino?
Chi?
Quello della Special Service…
Giuseppe.
Già, lui…
Un cretino.
Già. Grazie. Poi mi spieghi il perché, eh? No perché cretino lo ho detto io e tu me lo hai appoggiato, ma io non è che lo so esattamente perché per te lui è un cretino. Vabbe'. Mi chiede se voglio fare un corso semplicissimo su un cavolo di programma che non conosco. Chiedo spiegazioni. Mi manda un documento, il contenuto del corso -praticamente-, sai. Spiegato nei dettagli, non schematico.
Decente, insomma. Ma sempre molto smilzo. Una ventina di paginette. Insomma si tratta di fare grafici. Istogrammi, lineari, a torta… rappresentazioni grafiche di dati.
Semplice.
Be' sì, può essere semplice se non vuoi fare cose complicate. E mi manda il link per scaricarmi il programma, il software, se proprio me lo voglio vedere prima.
Chiaro.
Già. E io -mi conosci- faccio passare i giorni e poi le settimane e poi mi viene lo scrupolo un tre giorni prima dell'aula e vado a scaricarmelo per installarlo e…
E…
Erano otto o nove Giga di roba, una cosa enorme. Ci è voluto quasi 24 ore solo per scaricarlo e poi occorreva configurare un server e gli utenti. Tutta roba che non so fare. Una tragedia! Capito? Ma quale programmino per fare grafici, quello era un gestionale e il corso ne era una parte, una parte minuscola, per di più. Allora vado nel panico e dico a Giuseppeche non posso farlo e -ovviamente- lui mi risponde che è troppo tardi e mi mette con le spalle al muro. Per cui al giorno e all'ora stabilite -veramente un quaranta minuti prima, alle sette e mezza- io sono lì che cammino aventi e indietro e vado a farmi un paio di sambuche per calmarmi.
Al tuo solito.
Peggio, peggio. Tanto non mi facevano niente. E poi vado in aula e inizio. Cioè, stavo proprio con la consapevolezza del disastro, con la speranza di mantenere appena la dignità, hai presente?
Eh! Terribile.
Sì. Che poi quello è il mio incubo. Guarda che ti sei perso un pezzo di toast. Quello di vedere il giudizio di incompetenza che si affaccia all'espressione di quelli che hai di fronte. No, ti è caduto in grembo. Ecco, lì! Per cui di solito ci vado preparato, in aula, lo sai. E invece ovviamente non avevo nemmeno mai visto il programma e quasi non avevo il coraggio di guardarli quegli schermi. Un po' per non far capire che era la prima volta che li vedevo, un po' per paura di confondermi, di infilarmi in un vicolo cieco. E comincio, e parlo, parlo con la bocca secca, di cartone. Due giorni durava il corso. E dagli a parlare con la lingua incollata al palato. Guarda, se ti dovessi dire di cosa ho parlato, non saprei. E poi iniziano le domande. Non cattive, hai presente, solo interessate. Come faccio di qua, come faccio di là. E io paro la prima, e la seconda e via andare. Domanda, parata. Domanda, parata. Non so nemmeno come sono arrivato alla fine del secondo giorno. Dire che avevo lo stomaco annodato è poco. E poi la rassegnazione, tipo plotone d'esecuzione, hai presente. Giusto la dignità mi tenevo, stretta coi denti. Come faccio qua? Eh, questo ve lo dovete vedere voi, dopo… Come faccio là? Eh, questo dipende da come sono organizzati i vostri dati, dovete chiedere all'amministratore del database come ha strutturato le tabelle! Un incubo. Sempre gentile, chiaro. Mica mi sono messo a fare braccio di ferro. Lo ho evitato.
Meno male.
Già, non c'è niente di peggio che cercare di svalorizzare le domande, vero? Lo annusano subito come un segno di debolezza, manco gli squali con il sangue.
Sì, sì. Che poi aggressività chiama aggressività.
Certo. Comunque sia si arriva alla fine. Arrivo alla fine. Mi sa che ho consumato l'orologio di sguardi. Senza farmi vedere ovvio. Insomma arrivano le 17 del secondo giorno. Le diciassette! Finito! Il corso è finito!
Be'? Buono, no?
Aspetta. Questi mi si affollano attorno tutti sorridenti e mi fanno i complimenti! Bellissimo corso! Interessantissimo. Lei è proprio bravo! Ci credi? Non mi prendevano mica in giro! Incredibile!
Te lo ho sempre detto che sei bravo.
Ma va a quel paese! Io di quella roba non ne sapevo niente!
Sarai stato convincente.
Sì, convincente! Sarà stata la sambuca! Mai più un corso così, mai più. Sono riusciti pure a portarmi via il sollievo che fosse finita!
Finisce il suo beveraggio, schiaccia il mozzicone. Si appoggia allo schienale della sedia e mi guarda un po' affaticato. Sorride.
Allora, ti ho rallegrato?
Lo sai che mi rallegri sempre l'animo, tesorino.
Pazzesco. Scusa sai. Ci vediamo presto, eh? Ora devo andare. Grazie!
Di che?
Lo sai.
Lo guardo andare via. All'altezza del semaforo si sta accendendo un'altra sigaretta. Mi accorgo che un pochino di bene gliene voglio.

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