A Villa Borghese

Ero a Villa Borghese, seduto su una panchina comoda e ben posizionata. I giardini riposavano poco frequentati in quel momento, e io mi stavo godendo la dolcezza dell'aria. Ero tanto tranquillo.
Non lo vidi arrivare se non quando si sedette all'altra estremità del sedile: un signore anziano, i capelli bianchi, lo sguardo miope.
Mi rivolse uno sguardo.
Ah, le infatuazioni! principiò.
Le spiace se le racconto qualcosa sulle infatuazioni?
La domanda fu posta in modo garbato e naturale, come se mi stesse chiedendo di leggere il giornale che tenevo piegato accanto al sedere. Il mio “no, certo” fu immediato tanto che non ebbi tempo di sorprendermi per l'impossibilità di negarsi a tale, spontanea gentilezza.
Come vede sono ormai piuttosto vecchio ma solo recentemente mi sono reso conto di quanto nella mia vita l'infatuazione abbia pesato. Mi sono infatuato di leader studenteschi, di personaggi della mitologia pubblica, di movimenti politici, e persino di novità tecnologiche ma soprattutto di figure femminili, di donne.
Credo che qualche persona si sia infatuata di me, ma ritengo che la bilancia penda dall'altra parte.
Anche se ho assistito alla crescita di una bambina non posso certo pretendere di conoscere i passaggi educativi di un essere umano di genere femminile. Anzi, in generale, conosco veramente poco delle donne, come la stragrande maggioranza degli uomini, peraltro. Ci deve essere un momento, una età, in cui alle bambine viene messo in mano un libro, o mostrato un film in cui compare la figura della fata: un essere di sesso femminile caratterizzato da un qualche attributo tanto innaturale da segnalare immediatamente l'irrealtà della figura: ali, vestiti incongrui, dimensioni, delicatezza e bellezza sovrannaturali. In mano, spesso, una bacchetta magica, il fulcro del potere di cambiare le cose: un tutt'uno con la fata, senza di essa la trasformazione non si compie.
La bacchetta magica si attiva per volontà e capacità, è il dispensatore del potere della fata. Se ci si mette di piglio si possono esplorare infinite varietà di racconto: il potere della bacchetta può essere variamente limitato, può essere vulnerato da circostanze o poteri avversi. La bacchetta può venire persa o sottratta. Usata incautamente o per fini malvagi. Possono esistere bacchette diverse ciascuna con diverse caratteristiche, e i poteri in grado di governarle possono essere assimilati a diversi gradi o specializzazioni della conoscenza. Ma occorre fermarsi prima di Harry Potter  dove -mi piacerebbe aver tempo di arzigogolarci sopra- le bacchette magiche sono per lo più usate da maghi piuttosto che da fate, dove si arriva a descrivere un negozio di bacchette magiche.
Ma il mistero in sé e la sua profondità non richiedono accessori: questa fiaba è tanto più ricca di meraviglia quanto più è compresa nella sua semplicità. Un essere particolare che con una bacchetta magica è in grado di trasformare sogni in realtà.
Prima o poi qualche neuro-scienziato ci racconterà la quantità media di dopamina che la ghiandola pituitaria rilascia quando il cerebro formula questa fantasia. Dopo questa rivelazione starà a noi scegliere se continuare a commuoverci osservando gli occhi dei bambini diventare grandi e lucidi o se invece trattare la cosa come un fenomeno fisiologico. Personalmente posso solo augurarmi che dopo il raggiungimento di questo traguardo scientifico i disillusi siano più o meno le medesime persone che queste cose non le vedono nemmeno adesso.
Ma non voglio perdere il filo. Anche se ora mi piacerebbe perdermi ora in una esposizione della infinita qualità e differenziazione tra i mondi di sogno. Sono molti di più di quanti esseri umani abitino il mondo e sono certo che non siamo gli unici a sognare, noi esseri umani. Comunque le fate certamente riescono a dare accesso a loro propri mondi di sogno, diversi da quelli che raggiungiamo da soli in una bella notte di pace.
Guardi non voglio sostenere che le fate esistano o che le donne siano fate. Ma se lei pensa a noi maschi educati in quanto tali, quale figura del nostro immaginario infantile è paragonabile a quella delle fate?
Non possiamo limitarci allo strumento, alla bacchetta magica. Quella sarebbe facile e triste tradurla al maschile in un'arma, un bulldozer o in un'automobile da corsa. Io dico la figura della fata, di colei che realizza desideri, crea mondi, riempie il bosco di cinguettii. Pensi a Cenerentola. La fata la fa diventare bella con un tac e le consente di sposare il principe. E questo significa anche il principe si innamora di lei. E che vissero felici e contenti. E questo significa anche che se qualcuno si innamora di me, inizia un mondo fatato. O no? Lei concorda? La vede la differenza? Non esiste, mi pare, un equivalente maschile a meno che siamo disposti a leggere in un mago che fa prepara filtri e pozioni qualcosa di cui discutere qui. Nell'immaginario maschile ci sono forse vittorie, armi segrete, potere. Ma anche quando siamo arrivati primi sul podio, la donna la abbiamo conquistata, non l'abbiamo fatta innamorare di noi e non c'è nessun mondo nuovo.
Si fermò, guardò davanti a sé, rifiatò. Mi sorrise.
Le infatuazioni esistono e su questo non ci sono dubbi. Guardi, ho qui per caso un foglietto, un appunto che ho preso stamani. Sa, talvolta lo faccio. Scusi… gli occhiali. Eccolo! Questo signore scrive sul Dizionario di Psicologia: infatuazione, entusiasmo di breve durata contraddistinto da un avvio impetuoso che perde rapidamente la prima spinta in un rapido e progressivo declino. Mi sembra pazzesco scrivere nel 1992 una cosa del genere. Mi chiede perché? Ma non le sembrerebbe più corretto citare le fate, le bacchette magiche e -soprattutto- i mondi di sogno? Il fiore del cappero dura meno di poche ore ed è uno dei fiori più belli. Troppo poco tempo? Be', signori cari, se avete lagnanze, cercate l'apposito modulo e compilate un reclamo. Cercate nel bosco un albero cavo e lasciatelo lì. Passerà una fata e vi manderà nel sogno un fiore di cappero che non sfiorisce mai.
Quello che temo per lui -caro signore- è che l'autore della voce del dizionario niente sapesse delle fate. Caro signore, dia retta a me: cerchi fate, cerchi fate!
Poi si alzò, mi salutò e si avviò lungo il viale.

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