Il pacco torna a Pisa



A Umberto andare in treno era sempre piaciuto. Oggi ci farebbe caso; ma all'epoca dei suoi ventisei anni la puzza di binario, il fracasso, il vento non lo disturbavano per niente. Anzi. Se la carrozza non era quasi vuota non entrava nemmeno in uno scompartimento.
La tratta Pisa-Torino via Genova all'epoca dei direttissimi (gli intercity di adesso) erano cinque ore o poco meno.
Se credete, immaginatevelo scontroso, come molti giovani non cresciuti del tutto, incerti, spaventati più da un sorriso di disponibilità che da un rifiuto. E dunque lui per non mettersi proprio a discutere con i propri disagi, si affrettava a star dietro alle proprie preferenze e considerava gli strapuntini del corridoio come il suo luogo di elezione quando non se ne stava direttamente al finestrino, in piedi, a guardare scorrere il paesaggio. Naturalmente, se c'era posto, molto posto, l'ideale era uno scompartimento fumatori, un posto vicino al finestrino con la poltrona di fronte libera e non per metterci i piedi sopra, semplicemente per non avere sguardi da ricambiare, nemmeno di striscio.

In quei casi un libro o un giornale aiutavano soprattutto di notte o nelle gallerie, quando il paesaggio non si poteva guardare. Insomma, si vergognava sempre un poco di sé e è buffo pensare a quanto poco sapesse di sé. Eppure, qualche mese prima, sul treno da Firenze a Verona aveva conosciuto una ragazza, e la conoscenza era diventata un incontro. Ci ripensava, ogni tanto. Era stato bello e divertente. Molto carino accompagnarla fino a casa, non distante dalla stazione, e salutarla con un bacio, di quelli seri. Anche incontrarla dopo, a Firenze, e farci l'amore era stato bello. Ma il viaggio, la conversazione, il suo procedere verso una simpatia sempre più calda, be' quello era stato il massimo.

Ma in quel viaggio non c'erano ragazze simpatiche e disponibili, non c'erano posti e pure gli strapuntini erano pieni, per cui Umberto si teneva ritto accanto alla porta che separa il corridoio dal disbrigo dei gabinetti che, per l'affollamento, veniva tenuta costantemente aperta. Il sole stava tramontando e attraversava il treno quasi in orizzontale, moltiplicandosi in fasci di luce ritagliati sulla misura dei finestrini, riflettendosi nei piccoli, squallidi specchi che allora decoravano gli scompartimenti, forse un ricordo delle carrozze antiche tutte cristalli e bronzi dorati, elementi di arredo di ricercatezza industriale fine secolo, cose viste al cinema.

Faceva caldo e il sole non aiutava. Umberto fumava appoggiato alla porta, in mezzo alla gente. Non poté non notare che un tizio piuttosto incolore da distante incrociava spesso lo sguardo con il suo. Uno sguardo che prometteva simpatia più che esprimerla, uno sguardo conscio ma prudente, invitante.
A Torino lui stava andando quel giorno per un appuntamento importante e aveva scelto quel treno per arrivare poco prima dell'orario prestabilito. Aveva una parola d'ordine da dire al telefono, il numero se lo portava appresso su un foglietto pronto per essere distrutto.
Erano mesi che attendeva quella convocazione. Settimane vissute un po' qui e un po' là, diciamo nell'ombra da quando la polizia politica, che allora si chiamava la DIGOS, gli aveva notificato un mandato di comparizione davanti al giudice e lui aveva pensato bene di sottrarvisi. Mesi per lo più trascorsi in solitaria. Finita la militanza, finita la socialità con i compagni. Il tempo che erodeva le scelte. Non perché le mettesse in dubbio (in un certo senso ogni giorno che passava le faceva diventare più necessarie e dunque le rafforzava), ma perché le rendeva più lontane, più astratte.
Ora, quando ci ripensa, Umberto prova un'ondata di calore, una specie di eccitazione fisica, un dilatarsi dei vasi sanguigni. E' il preludio senile al senso di paura che quel modo di vivere, di prendere decisioni, di compiere scelte attualmente gli procura. Ma era un'altra età rispetto alla sua di adesso e anche un altro mondo.
Oggi, finalmente, andava a Torino, la città della FIAT e sperava che lì sarebbe stato possibile ritrovare uno spazio, una attività, una qualche identità da viversi. Nel movimento? Forse. Chissà se sarebbe stato possibile adeguarsi lui a loro e viceversa. Sempreché l'organizzazione non gliene avesse trovati altri di spazi, di attività, di dimensioni -ovviamente. Che ne poteva sapere? Torino, la FIAT, il rifiuto del lavoro, Mirafiori, la Mole, Ordine Nuovo, Gramsci, Superga, Piazza Statuto e le magliette a strisce, quella salsa a base di aglio in cui si intinge la verdura. Pochissimi ingredienti, nomi imparaticci. Non c'era mai stato a Torino, salvo che per due ore, qualche anno prima. Dunque andava alla cieca e ci andava con tutti i sentimenti e la disponibilità che aveva, guidato da un passamano che era la parola d'ordine e il numero scritto sul biglietto. Bagaglio praticamente non ne aveva, giusto una borsa con un cambio di biancheria, una maglia e poco più.
E quel tizio che c'entrava?
Pensa te! Ho beccato un diverso proprio oggi. Bruttino, inoltre, e piuttosto basso.
Diverso, sicuramente, davvero diverso da lui.
Chissà cosa penserebbe, se sapesse. E la sua fantasia non andò oltre. La sua immaginazione si arenò con un colpo inavvertibile ma deciso, sull'orlo di un trampolino che non dava da nessuna parte ma che sfumava e si perdeva in un pieno impalpabile, in una parete ovattata di impossibilità.

Anche a questo capita di pensare, oggi, a Umberto. Con l'età la propria vita si comincia a guardarla in un binocolo rovesciato e le scelte fatte più sono lontane e più sono piccine e si rivelano parziali, incomplete.
Forse allora, laggiù verso il fondo, si è fatto qualcosa per fare, per consumare, per decidere, e adesso si rivela il lato in perdita, l'occasione mancata, la negazione di una possibilità. Nel binocolo rovesciato a ogni scelta qualcosa si stacca e cade laggiù, fuori di vista. Precipitando lontano rimanda una immagine di perdita per ogni alternativa al bivio imboccato.

Umberto non poteva sapere e forse, anche se avesse saputo, avrebbe comunque trovato sgradevole anche una curiosità verso quegli sguardi, impercorribile qualsiasi alternativa al suo viaggio, alla sua vita, all'itinerario stampato sul biglietto. Si limitò a non raccogliere, a lasciar cadere il riconoscimento e l'invito. Diciamo che non ci fece proprio caso. Il tizio scese a Genova Brignole o Principe che fosse e con lui il treno si svuotò in buona parte. Umberto comunque non si sedette e continuò a fumare in piedi tra il corridoio e il disbrigo dei gabinetti.
Il treno arrivò a Porta Nuova in orario, attorno alle otto. Lui si allontanò un poco dall'architettura monumentale della stazione, così diversa da quelle razionaliste che conosceva lui. Lo fece con attenzione, per essere sicuro di non perdersi essendogli estraneo tutto. Individuò una cabina del telefono, si assicurò di avere il gettone pronto. Attese. Quando la lancetta dei minuti fu arrivata al sei e furono le otto e trenta, compose il numero.
Pronto?
Pronto, pronto.
C'è Tizio?
Tizio? No, no, ora chiedo… No è uscito.
E quando torna?
Ma, non so, stasera tardi, penso.
Ah, grazie, va bene, grazie lo stesso.
Riprese il treno per Pisa, all'inverso. Ebbe la fortuna di trovarne uno di lì a poco.
La parola d'ordine “il pacco è arrivato” non la aveva potuta nemmeno dire.

Commenti

Post popolari in questo blog

Merdine

"Venti di guerra"

Violencia y revolucion