Marche da bollo (I racconti del Campari n° 5)

Mi hai portato i registri firmati, scapocchione?
Eccoli, uno… due … tre.
Andata male immagino…
Per niente, scemo! Anche se i programmi didattici per loro sono sballati: troppo di base. Sono arrivato parecchio più in là del previsto se no si sarebbero annoiati…
Comunque erano contenti?
Sì, mi hanno fatto i complimenti.
Vedi?
Comunque questa cosa dei registri mi ha fatto venire in mente una cosa.
Triste o divertente?
Divertente.
Allora spara.
Dunque, io avevo lavorato per anni per una società che svolgeva corsi di informatica per una multinazionale dei corsi regionali…
Ah, corsi fantasma, magna-magna…
Per niente. Facevamo ottimi corsi e non ho mai trovato niente di irregolare, parlo per la mia esperienza. Mi è capitato anche di stendere parti di progetti e ti assicuro che erano fatti bene. Ma non è questo il discorso.
Ma?
Ma che a un certo punto la società per cui lavoravo insieme a altri decide che il ramo relativo ai corsi di livello medio-basso va condotto diversamente e chiede a noi insegnanti “storici” di formare una associazione tra professionisti e rilevare in proprio quella quota di attività.
Generosi!
Bah, non so, probabilmente il loro bilancio su quei corsi stava a pari, per cui…
Ve lo potevano regalare.
Appunto, e si liberavano di noi, per quanto fossimo tutti a partita IVA. 
Tutti a partita IVA...
Sì, era la condizione per lavorare in pianta stabile da loro. Mettevano le mani avanti, perché per la legge di allora se lavoravi continuativamente e esclusivamente per sei mesi per qualcuno...
Potevi farti assumere.
Più o meno, sì. Allora ci ritroviamo -eravamo cinque o sei- e facciamo le carte necessarie e andiamo dal notaio. E insomma questa notaia ci chiede il certificato penale. Non so se a tutti o solo a me che avevo avuto problemi e che forse ero ancora in condizionale, non ricordo bene.
Eccoci!
Aspetta! Me ne vado a piazzale Clodio, seguo le indicazioni, e compro la marca da bollo. Poi arrivo allo sportello dove rilasciano i certificati. Era uno stanzone con al centro uno spazio di lavoro con terminali e stampante. Tutto attorno un muretto con il passacarte e poi il vetro divisorio. Un acquario, più o meno. Arrivo e mi metto in fila.
Disciplinato.
Un inglese. Tocca al primo: borbottio tra utente e impiegato, l'impiegato va al terminale, la stampante fa trrr trrr, lui strappa il foglio, ci appiccica la carta da bollo e lo consegna. Buonasera e buonasera. Tocca al secondo, trrr trrr, buonasera e buonasera. E così con il terzo e con il quarto. Poi tocca a me: trrr, trrr, trrr, trrr -l'impiegato si avvicina alla stampante, che non si sia incantata – trrr, trrr -prima uno poi praticamente tutti al di qua e al di là del vetro fissano lo sguardo sulla stampante- trrr, trrr, trrr, trrr, trrr trrr trrr trrr– prima uno, poi due, poi tutti li vedo con la coda dell'occhio che si accorgono di qualcosa di strano, che si scuotono dai loro pensieri di gente in attesa, che iniziano a fissare la stampante… non la finiva più.
Finisce.
Finisce e l'impiegato mi viene incontro allo sportello un po' imbarazzato, un po' rosso. “Scusi, dovrebbe portare un'altra marca da bollo, questa non basta.” Così vado a comprare un'altra marca  e gliela consegno e lui mi passa il plico; lo metto in borsa e me ne vado.
E poi?
Niente, la notaia non si è fatta convincere neanche da un nulla osta del Magistrato di Sorveglianza.
Niente associazione tra professionisti?
Per me, no.
Passami i registri… Ecco, ne hai macchiato uno!
E' il tuo caffè, quello.
Ma se me lo hai pagato tu. 
Prrr.

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