Figuriamoci se ci casca.
Con l'età provo sempre meno l'ambigua emozione e sentimento della vergogna; sia quella per i miei che per gli altrui comportamenti e potrei temere che si tratti di un callo che ha inspessito la coscienza se non sentissi al suo posto il sommovimento di molto altro.
Nella vergogna che mi appartiene qualcosa sembra imparentarsi con l'intolleranza, la superbia, la paura - sembra richiamare un sé improprio su cui fare convergere compassione o il bisogno complice di espiazione per una condanna non ancora esplicitata ma richiesta, forse desiderata. Adamo e Eva che sanno di aver peccato prima e dopo la cacciata, che ne condividono senso e giustezza.
Posso rintracciare dentro di me un percorso della vergogna, una sua zona e i sintomi che diventano la tentazione a aprirle le porte: anche ricordare la vergogna sembra richiedere coraggio e il ricordo della vergogna giovanile sa di dolce accondiscendenza: eccola lì quella attaccata all'identità - la vergogna per i corpi, i caratteri, i sentimenti, le opinioni e il pensiero, il giudizio degli altri e la vergogna altrui - famigliola di gallinacci sotto un tappeto di aghi di pino.
Avrò avuto nove o dieci anni e me ne stavo seduto a chiacchierare con un amichetto, ricordo il cortile sterrato, qualche albero e una casa di fronte. Gli avevo appena confidato il mio amore per un elmetto di foggia americana, di plastica verde con sul davanti un'aquila d'oro. Ricostruisco che il generale Eisenhower ne sfoggiava uno uguale; ma che potevo saperne io che fino a allora avevo chiesto che mi venissero cuciti sul berretto di lana dei bottoni.
Tanto ero o lo consideravo credulone?Come potevo cercare di fargli credere quattordicennihe quell'aquila fosse d'oro?
Questo mi disse gettandomi in una fossa dalle pareti scivolose di confusione, sommerso dall'ingiusto sospetto. Queste sono malignità abili che fanno vergognare di non aver misurato le parole, di non essersi premuniti dalle interpretazioni malevole, di aver sfoggiato i bottoni cuciti sul berretto.
In tutt'altro siparietto, quattordicenni, io e Alberto fummo abbordati per la strada da un tizio in una modesta automobile sportiva. Diceva di essere un regista e che ci avrebbe fatto dei provini se il cinema ci interessava. Io risposi che da grande avrei fatto politica e avrei motivo per vergognarmi della abissale, doppia ingenuità tanto quanto della reazione di mio padre quando gli raccontai la cosa. Non me ne vergogno, invece, e nemmeno del fatto che crescendo talvolta ci ho ripensato a quell'invito in albergo.
Non mi vergogno dei desideri, nemmeno di quelli mal compresi, del buttare via il tempo e l'intelligenza sui banchi e nemmeno delle bugie e dei sotterfugi, degli imbrogli e delle meschinerie. Non mi vergogno dei crimini e dei delitti, delle condanne e delle espiazioni, delle umiliazioni e dei ludibrio, delle paralisi e delle incapacità, delle sconfitte, degli amori offerti inutilmente e di quelli rifiutati. Non mi vergogno per le scelte e le scelte mancate. Dietro riesce a esserci comunque un io e che abbia spalle larghe o meno non è poi così importante. Non mi vergogno nemmeno più per il vecchio che se la fa addosso o per la stupidità vestita a festa con cui tanti trattano la vita più e peggio di me. Dietro ci sono anche io.
Per molti anni avrei potuto dire "uccidetemi ma non compatitemi". Oggi che direi più volentieri " compatitemi pure, la mia morte proverò a gestirmela io" scopro di aver ancora bisogno di misurare tempra a tempra il sentimento mio e quello altrui - qualsiasi cosa questo significhi, con il rischio che la mia sia tenera e fragile o del tutto sbagliata.
Di un paio di cose però mi vergogno e le confesso malvolentieri perché temo che il confronto tra queste e quelle che legittimamente mi si potrebbero richiedere strida e aizzi: si tratta comunque di infilare la testa in un cappio e davvero non vorrei far litigare gli aspiranti boia sulla direzione in cui tirare la corda.
La prima è di aver invitato qualcuno a vergognarsi di sé per tacitarne il convincimento. Mi mozzerei la lingua.
La seconda è di aver mollato un ceffone a un tizio, durante una discussione, perché aveva insultato la mia autorità del momento, un morto e sepolto eroe. Una cosa da militonti. Non mi mozzerei la mano destra: me ne farei restituire due di schiaffi; ma figuriamoci se ci casca.
Nella vergogna che mi appartiene qualcosa sembra imparentarsi con l'intolleranza, la superbia, la paura - sembra richiamare un sé improprio su cui fare convergere compassione o il bisogno complice di espiazione per una condanna non ancora esplicitata ma richiesta, forse desiderata. Adamo e Eva che sanno di aver peccato prima e dopo la cacciata, che ne condividono senso e giustezza.
Posso rintracciare dentro di me un percorso della vergogna, una sua zona e i sintomi che diventano la tentazione a aprirle le porte: anche ricordare la vergogna sembra richiedere coraggio e il ricordo della vergogna giovanile sa di dolce accondiscendenza: eccola lì quella attaccata all'identità - la vergogna per i corpi, i caratteri, i sentimenti, le opinioni e il pensiero, il giudizio degli altri e la vergogna altrui - famigliola di gallinacci sotto un tappeto di aghi di pino.
Avrò avuto nove o dieci anni e me ne stavo seduto a chiacchierare con un amichetto, ricordo il cortile sterrato, qualche albero e una casa di fronte. Gli avevo appena confidato il mio amore per un elmetto di foggia americana, di plastica verde con sul davanti un'aquila d'oro. Ricostruisco che il generale Eisenhower ne sfoggiava uno uguale; ma che potevo saperne io che fino a allora avevo chiesto che mi venissero cuciti sul berretto di lana dei bottoni.
Tanto ero o lo consideravo credulone?Come potevo cercare di fargli credere quattordicennihe quell'aquila fosse d'oro?
Questo mi disse gettandomi in una fossa dalle pareti scivolose di confusione, sommerso dall'ingiusto sospetto. Queste sono malignità abili che fanno vergognare di non aver misurato le parole, di non essersi premuniti dalle interpretazioni malevole, di aver sfoggiato i bottoni cuciti sul berretto.
In tutt'altro siparietto, quattordicenni, io e Alberto fummo abbordati per la strada da un tizio in una modesta automobile sportiva. Diceva di essere un regista e che ci avrebbe fatto dei provini se il cinema ci interessava. Io risposi che da grande avrei fatto politica e avrei motivo per vergognarmi della abissale, doppia ingenuità tanto quanto della reazione di mio padre quando gli raccontai la cosa. Non me ne vergogno, invece, e nemmeno del fatto che crescendo talvolta ci ho ripensato a quell'invito in albergo.
Non mi vergogno dei desideri, nemmeno di quelli mal compresi, del buttare via il tempo e l'intelligenza sui banchi e nemmeno delle bugie e dei sotterfugi, degli imbrogli e delle meschinerie. Non mi vergogno dei crimini e dei delitti, delle condanne e delle espiazioni, delle umiliazioni e dei ludibrio, delle paralisi e delle incapacità, delle sconfitte, degli amori offerti inutilmente e di quelli rifiutati. Non mi vergogno per le scelte e le scelte mancate. Dietro riesce a esserci comunque un io e che abbia spalle larghe o meno non è poi così importante. Non mi vergogno nemmeno più per il vecchio che se la fa addosso o per la stupidità vestita a festa con cui tanti trattano la vita più e peggio di me. Dietro ci sono anche io.
Per molti anni avrei potuto dire "uccidetemi ma non compatitemi". Oggi che direi più volentieri " compatitemi pure, la mia morte proverò a gestirmela io" scopro di aver ancora bisogno di misurare tempra a tempra il sentimento mio e quello altrui - qualsiasi cosa questo significhi, con il rischio che la mia sia tenera e fragile o del tutto sbagliata.
Di un paio di cose però mi vergogno e le confesso malvolentieri perché temo che il confronto tra queste e quelle che legittimamente mi si potrebbero richiedere strida e aizzi: si tratta comunque di infilare la testa in un cappio e davvero non vorrei far litigare gli aspiranti boia sulla direzione in cui tirare la corda.
La prima è di aver invitato qualcuno a vergognarsi di sé per tacitarne il convincimento. Mi mozzerei la lingua.
La seconda è di aver mollato un ceffone a un tizio, durante una discussione, perché aveva insultato la mia autorità del momento, un morto e sepolto eroe. Una cosa da militonti. Non mi mozzerei la mano destra: me ne farei restituire due di schiaffi; ma figuriamoci se ci casca.
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