Ritorno a Kobane
Al settantesimo post faccio ritorno a Kobane. Quello che ho compiuto in questi mesi è stato un lungo e difficile giro, compiuto spesso in solitudine, ma sempre accompagnato dalla presenza fondamentale, difficile e problematica di altre e di altri. Sono certo le lettrici e i lettori del blog, ma anche i fratelli e le sorelle che hanno costruito con me anni di vita e di lotta e soprattutto questi mesi di vita e di lotta. Peraltro il ritorno al motivo ispiratore del viaggio non è definitivo: sento già i calcagni agitarsi per il desiderio di rimettermi in cammino; eppure si tratta di un ritorno vero, effettivo e reale, che sento di stare celebrando con l'offerta della mia gratitudine per le donne e gli uomini degni che abitano la mia vita. Cosa sia avvenuto durante questo viaggio non posso essere io a saperlo, ma posso scriverne, e lo faccio - tanto che pubblicherò questo post anche altrove, per dargli diffusione.
Questo scritto nasce
da una esigenza di protagonismo personale, dall'ambizione di prendere
la parola allo scopo di parlare per
un me e per
un noi. E' peraltro e ovviamente l'apertura di uno
spazio.
“Barbarie” non è solo lo sterminio dei fuggiaschi dall'immiserimento e dalla guerra che la nostra società fomenta e nutre fino ai suoi propri confini interni. “Barbarie” è anche lo sguardo che spesso rivolgiamo al mondo e a noi stessi: ci erigiamo un monumento fatto di opinioni, di giudizi, di relazioni, di identità che stimiamo “nostre”.
Tra i progetti che riguardano le aree disastrate dalla guerra, ho sempre pensato che “Ri/Costruiamo Kobane, la Casa delle Donne” possegga ai miei occhi un valore speciale. La lettura che mi impone va oltre l'esercizio di una solidarietà, oltre il piacere per l'immedesimarmi in un altro da me che -per essere donna, per imbracciare un fucile e per sconfiggere l'Isis- mi scuote, mi compensa e mi appaga.
Ho seguito il progetto da vicino e ne sono stato coinvolto in profondità. Raccontare questa esperienza è rischioso perché soffermarsi su un percorso personale potrebbe fare in contrario di quanto desidero e cioè impedire di entrare in relazione con il progetto, ascoltarne la voce.
Perché il progetto può parlare a ciascuno, dovrebbe farlo. A mio giudizio esso veicola qualcosa che fuoriesce: una fuga dagli schemi, dall'uso conservativo delle relazioni, dai luoghi caldi delle proiezioni abituali e del loro rassicurante prestarsi allo scambio. Affinché questa fuoriuscita possa avvenire penso che sia basilare il richiamo costante alla sua realtà: il fatto che si tratta della costruzione ormai quasi completata dell'Akademia delle Donne di Kobane, che è una istituzione per la lotta contro il patriarcato. Poi che capofila delle associazioni coinvolte è Ponte Donna, impegnata da anni nella provincia di Roma nel contrasto alla violenza maschile contro le donne.
Il progetto mi dice esplicitamente che la violenza contro le donne alberga lì e qui fin dentro il nostro sistema maschile di relazioni: è una guerra che serpeggia tra noi, al di là dei confini. Decidere di combatterla significa schierarsi e lottare, anche dentro noi stessi, tra ambiguità, convenienze e complicità innanzitutto nostre.
Infatti le donne di Kobane, Ponte Donna, la loro relazione e la relazione che possono stabilire con noi stessi sono soggetti portatori di conflitto. Occorre riconoscerlo e accettare di combattere una battaglia non simbolica che va sviluppata politicamente anche sul terreno delle pulsioni, dell'immaginario, delle scelte.
Vi invito perciò a guardare le fotografie scattate da Ponte Donna durante il viaggio a Kobane l'inverno scorso e a confrontarvi con quella documentazione della guerra, della ricostruzione di Kobane, del centro antiviolenza, e anche della presenza necessaria di Ponte Donna che si è fatta articolazione del progetto tra noi.
Credo che i finanziatori e gli attori del progetto non si adombreranno per questa forma di appropriazione che a mio modo di vedere è l'unica possibile e che lo realizza pienamente. Per questo vi invito a farvi carico della parte del progetto che vi compete, a superare l'orizzonte della solidarietà e della rappresentazione per uno schieramento esplicito e coinvolgente. Vi invito a ascoltare quello che la vostra ragione e i vostri occhi vi possono dire guardando Carla Centioni e i visi delle donne di Kobane nelle sue fotografie.
Forse per alcuni occhi le donne di Kobane appariranno estranee e distanti e la loro lotta poco comprensibile, lontana, grigia. Ma non voglio proporvi di individuare il colore di una delle possibili interpretazioni dell'esotismo, ma al contrario interrogarvi su cosa vi dicono il formalismo degli uffici della municipalità, il senso degli abbigliamenti, l'ingenuità di alcune pose, lo spiazzamento che alcuni sguardi manifestano. La domanda è se esse siano declinazioni possibili di un Noi conflittuale ma rivendicabile, a quali condizioni e attraverso quali passaggi.
Spero che l'applicazione di una nuova politica nell'area – cioè lo sviluppo dei principi del confederalismo democratico - possa continuare a affermarsi come una ipotesi praticabile e vitale. Ma alla base di e oltre questo orizzonte trovo fondamentale per noi stabilire un nesso attuale, reale, solido con gli sguardi delle donne di Kobane e ritrovare nella profondità di noi stessi il riconoscimento che ci chiedono in modo forse più decisivo delle immagini delle loro figlie o sorelle armate e vestite da soldatesse.
Spero anche che la lotta delle donne qui, accanto a me, possa sormontare la guerra che le viene fatta da tanti, quotidianamente, e che la violenza maschile faccia la fine dell'Isis: accerchiata, battuta, sconfitta. Per questo invito tutti a restare informati e attenti nel considerare la lotta alla violenza maschile contro le donne la battaglia principale e a sostenerla ovunque, anche dentro di noi, prendendo coscienza delle origini del conflitto e sviluppandolo nel potenziale di liberazione che può nutrire.
Il progetto Ri/Costruiamo Kobane, la Casa delle Donne, è finanziato con l'Otto per Mille delle Chiese Metodiste e Valdesi. Potete trovare tutti i riferimenti a pontedonna.org/kobane e sulla pagina facebook.
“Barbarie” non è solo lo sterminio dei fuggiaschi dall'immiserimento e dalla guerra che la nostra società fomenta e nutre fino ai suoi propri confini interni. “Barbarie” è anche lo sguardo che spesso rivolgiamo al mondo e a noi stessi: ci erigiamo un monumento fatto di opinioni, di giudizi, di relazioni, di identità che stimiamo “nostre”.
Tra i progetti che riguardano le aree disastrate dalla guerra, ho sempre pensato che “Ri/Costruiamo Kobane, la Casa delle Donne” possegga ai miei occhi un valore speciale. La lettura che mi impone va oltre l'esercizio di una solidarietà, oltre il piacere per l'immedesimarmi in un altro da me che -per essere donna, per imbracciare un fucile e per sconfiggere l'Isis- mi scuote, mi compensa e mi appaga.
Ho seguito il progetto da vicino e ne sono stato coinvolto in profondità. Raccontare questa esperienza è rischioso perché soffermarsi su un percorso personale potrebbe fare in contrario di quanto desidero e cioè impedire di entrare in relazione con il progetto, ascoltarne la voce.
Perché il progetto può parlare a ciascuno, dovrebbe farlo. A mio giudizio esso veicola qualcosa che fuoriesce: una fuga dagli schemi, dall'uso conservativo delle relazioni, dai luoghi caldi delle proiezioni abituali e del loro rassicurante prestarsi allo scambio. Affinché questa fuoriuscita possa avvenire penso che sia basilare il richiamo costante alla sua realtà: il fatto che si tratta della costruzione ormai quasi completata dell'Akademia delle Donne di Kobane, che è una istituzione per la lotta contro il patriarcato. Poi che capofila delle associazioni coinvolte è Ponte Donna, impegnata da anni nella provincia di Roma nel contrasto alla violenza maschile contro le donne.
Il progetto mi dice esplicitamente che la violenza contro le donne alberga lì e qui fin dentro il nostro sistema maschile di relazioni: è una guerra che serpeggia tra noi, al di là dei confini. Decidere di combatterla significa schierarsi e lottare, anche dentro noi stessi, tra ambiguità, convenienze e complicità innanzitutto nostre.
Infatti le donne di Kobane, Ponte Donna, la loro relazione e la relazione che possono stabilire con noi stessi sono soggetti portatori di conflitto. Occorre riconoscerlo e accettare di combattere una battaglia non simbolica che va sviluppata politicamente anche sul terreno delle pulsioni, dell'immaginario, delle scelte.
Vi invito perciò a guardare le fotografie scattate da Ponte Donna durante il viaggio a Kobane l'inverno scorso e a confrontarvi con quella documentazione della guerra, della ricostruzione di Kobane, del centro antiviolenza, e anche della presenza necessaria di Ponte Donna che si è fatta articolazione del progetto tra noi.
Credo che i finanziatori e gli attori del progetto non si adombreranno per questa forma di appropriazione che a mio modo di vedere è l'unica possibile e che lo realizza pienamente. Per questo vi invito a farvi carico della parte del progetto che vi compete, a superare l'orizzonte della solidarietà e della rappresentazione per uno schieramento esplicito e coinvolgente. Vi invito a ascoltare quello che la vostra ragione e i vostri occhi vi possono dire guardando Carla Centioni e i visi delle donne di Kobane nelle sue fotografie.
Forse per alcuni occhi le donne di Kobane appariranno estranee e distanti e la loro lotta poco comprensibile, lontana, grigia. Ma non voglio proporvi di individuare il colore di una delle possibili interpretazioni dell'esotismo, ma al contrario interrogarvi su cosa vi dicono il formalismo degli uffici della municipalità, il senso degli abbigliamenti, l'ingenuità di alcune pose, lo spiazzamento che alcuni sguardi manifestano. La domanda è se esse siano declinazioni possibili di un Noi conflittuale ma rivendicabile, a quali condizioni e attraverso quali passaggi.
Spero che l'applicazione di una nuova politica nell'area – cioè lo sviluppo dei principi del confederalismo democratico - possa continuare a affermarsi come una ipotesi praticabile e vitale. Ma alla base di e oltre questo orizzonte trovo fondamentale per noi stabilire un nesso attuale, reale, solido con gli sguardi delle donne di Kobane e ritrovare nella profondità di noi stessi il riconoscimento che ci chiedono in modo forse più decisivo delle immagini delle loro figlie o sorelle armate e vestite da soldatesse.
Spero anche che la lotta delle donne qui, accanto a me, possa sormontare la guerra che le viene fatta da tanti, quotidianamente, e che la violenza maschile faccia la fine dell'Isis: accerchiata, battuta, sconfitta. Per questo invito tutti a restare informati e attenti nel considerare la lotta alla violenza maschile contro le donne la battaglia principale e a sostenerla ovunque, anche dentro di noi, prendendo coscienza delle origini del conflitto e sviluppandolo nel potenziale di liberazione che può nutrire.
Il progetto Ri/Costruiamo Kobane, la Casa delle Donne, è finanziato con l'Otto per Mille delle Chiese Metodiste e Valdesi. Potete trovare tutti i riferimenti a pontedonna.org/kobane e sulla pagina facebook.

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