forbici spuntate
Andar per ricordi è
come andare per funghi, con la differenza che un porcino non ti viene
incontro alla svolta del sentiero, non ti tende agguati, non ti si
impone. Stamane mi sono rivisto sul balcone della casa che fu del
nonno, uno di quei balconi che spesso si trovano sopra ai portoni di
ingresso. Forse li costruiscono lì per proteggere dalla pioggia
l'entrata o l'uscita da casa, l'apertura o la chiusura dell'ombrello,
la pulizia delle suole delle scarpe. E' un balconcino piccolo, di
pietra trentina, con un parapetto in ferro battuto. La porta finestra
da sul giro scale e a pochi metri c'è la porta del nostro
appartamento.
E' un pomeriggio di autunno, fa piuttosto freddo. Penso che avrò avuto cinque o sei anni. Mia madre è in cucina, due finestre a destra; mi ha prestato un coltello da cucina con cui volevo scolpire un pezzo di legno, immagino per ricavarne una pistola o una nave. Compito superiore alle mie forze: non riesco a tenere fermo il legno né a dirigere e a usare con bastante forza la lama; il legno si oppone al mio progetto con una resistenza resinosa e con l'andamento delle sue fibre. Ci sarebbe voluta una sega fine, non una lama poco affilata.
Ecco che si salda un altro episodio. Questa volta sono in camera da pranzo, sul tavolo grande. Il maestro vuole insegnarci le coniugazioni tramite una sorta di tombola e ci ha chiesto di scrivere le forme verbali ciascuna su un piccolo cartoncino: centinaia di tessere, almeno. Mamma mi ha dato delle vecchie scatole da scarpe: da un lato sono marroni, color del cartone, dall'altro verniciate di bianco. Le forbici sono troppo grandi per le mie mani e forse non sono state arrotate, forse il fulcro si è allascato e le lame non sono più tenute abbastanza vicine e parallele tra loro, fatto è che mi fanno un male diabolico esacerbato dalla frustrazione. Il taglio è tanto difficile che, quando avviene, pochi sono i rettangoli e molti i trapezi e nessuno delle stesse dimensioni, e poi odio il cartone delle scatole di scarpe e mi chiedo quanta colla ci mettano per renderlo tanto duro. La pena mi rende impaziente e il risultato ne risente vieppiù.
E poi spunta il compasso. Sono passati cinque o sei anni e sono nell'aula di disegno, alle medie. Questa volta non c'è dolore fisico ma estenuazione e confusione nella testa per quel foro che si sta allargando al centro del foglio. Non riesco a rimettere l'ago del compasso per due volte nella medesima posizione e il buco si allarga, cresce come un fiore, ogni punto un petalo. Anche se ho capito come individuare sulla circonferenza i vertici dell'esagono, non ho precisione e i semicerchi non misurano mai la stessa distanza. Se ripeto l'operazione dove dovrebbe esserci un solo segno ora ce ne sono due, visibilmente distinti. E copiare due volte qualcosa, moltiplicando le piccole differenze, estenuandosi nell'affanno di gesti mai identici, di misurazioni che mostrano approssimazioni sempre esagerate e sempre diverse.
E ancora incollare i pezzi del modellino di plastica senza riuscire a farli combaciare esattamente, esagerare con la colla, specie sui finestrini, dove la superficie trasparente si opacizza. Non avere la fermezza di attendere che l'assemblato asciughi né la prima né la seconda e nemmeno la terza volta -anzi, ritenere che ai tentativi successivi l'incollaggio richieda meno tempo delle volte precedenti. La colla semi fresca cresce, fa spessore, rende la giuntura elastica e molle: ottengo monumenti allo sghimbescio e istituisco un culto all'impazienza.
Per cui non c'è da stupirsi per il mio innamoramento per il digitale: un universo di sì e no netti in cui la CPU metteva ordine, un risultato certo, una cascata ordinata di cause e effetti, nessuna approssimazione destabilizzante, le emozioni ridotte alla sola meraviglia, una meraviglia che la routine fa diventare sicurezza, forse non tanto distante da quella che un infante potrebbe provare scoprendo che sì, il terreno è sempre solido sotto le ginocchia e le mani.
E questo avveniva soprattutto all'inizio, quando la mente era più fresca, quando tutto era semplice e di uno Zilog 80 si poteva spiegare -almeno all'ingrosso- il funzionamento con quella funzione di interrupt così importante che si poteva fisicamente individuare tramite il suo piedino, uno tra soli ottanta. Sì, credo di saperlo, si tratta di illusioni dal momento che la complessità di un home computer è già molto molto elevata; ma allora sembravano illusioni fondate, mi pareva di essere finalmente arrivato alla precisione. Mi direte poi che il digitale approssima per definizione, che “taglia” la complessità del reale rappresentandola a pezzi e vi darò ragione! Il mio problema non mi sembra teorico, non ho la complessione di mente che mi faccia cercare la Precisione, ho solo il problema pratico e l'angustia di togliere di mezzo gli errori di esecuzione . Ma chissà, magari non è vero, magari si tratta del non riuscire a fare i conti un senso di colpa tanto annidato e primitivo di cui non sono in grado di definire i contorni. Forse c'è un nucleo nevrotico, ma lì, in un personal computer a otto bit, l'errore lo si può trovare subito e correggerlo e delimitarlo e sentirsi meglio.
Una macchina che invariabilmente realizza la sua logica, una macchina che esegue i vostri ordini. Una macchina che rende possibile simulare giochi, che è -in un certo senso- un grande gioco essa stessa, un enorme, sterminato, obbediente Lego.
Erano tempi in cui il mouse era di là da venire. Si digitavano i comandi alla tastiera, si dava Invio e si vedevano comparire i risultati. Il primo pc che usai non aveva nemmeno un sistema operativo da mettere in memoria e per utilizzarlo si usava il solo BASIC: 10 print “Ciao, Giancarlo!” e, dopo l'Invio, dallo schermo il computer mi salutava… Stupido, banale… sorprendente! Pensateci un poco sul fatto che dare una istruzione è diverso dal muovere la penna o dal pigiare un tasto: allora credo fosse la prima volta che l'enorme maggioranza delle persone potessero sperimentare quella… la vorrei chiamare potenza di comando.
Se poi arrivavate a scrivere 10 input “scrivi il tuo nome e premi Invio”, nome$ e poi, sulla riga successiva, 20 print “Ciao”;nome$, il risultato sarebbe diventato dipendente dall'input, il pc avrebbe dato il buongiorno a chiunque e voi sareste saliti al grado di programmatori provetti!
Era un mondo rassicurante in cui quel poco che sapevo -o che credevo di sapere- mi era per lo più sufficiente a capirne le leggi; era un mondo in cui un segmento che parte da due coordinate per arrivare a altre due non sarà mai un po' sballato; era un mondo in cui il centro di un cerchio lo si definisce una volta per tutte e non si fanno fori slabbrati nel foglio con la punta del compasso, né ci si deve misurare con matite mai ben appuntite. Fin quando non fosse diventato troppo complicato poteva piacermi.
Un giorno, nella stanza di Rebibbia G8 che serviva da laboratorio informatico, Paolo richiama la mia attenzione e mi mostra il suo nuovo programmino. Sullo schermo, sotto il titolo “il computer ti legge nella mente” compariva la richiesta di pensare a un numero, di fare una serie di operazioni e ci scriverle, dopodiché veniva scritto il numero pensato. La cosa mi entusiasma tanto da chiedere a Paolo di fare delle modifiche: ora il programma chiederà di fare un giro attorno al tavolo e di premere Invio, poi farà sempre e comunque comparire la scritta “Non lo hai fatto! Ti ho visto!”, infatti chi mai si alzerà per girare attorno al pc? Paolo scrive le istruzioni e poi ci guardiamo attorno per testare lo scherzo. Vediamo Giulio e gli chiediamo di farci da cavia. Lui si siede serio serio, legge e poi si alza, fa il giro de tavolo, si siede di nuovo, preme Invio e guardandoci deluso ci dice che non funziona…
Potenza di comando, esecuzione certa, rassicurante invarianza delle risposte, la precisione a portata di mano, la potenza della parola che ha un significato certo e inequivocabile, che si fa comando o istruzione. Buffo quanto mi sia legato a questi aspetti, tanto da nutrire molta diffidenza verso le innovazioni che mi sembravano derogare da queste suggestioni. Non credo di essere particolarmente stupido, ma profondamente imbecille sì: gli ambienti grafici, le icone, l'interattività, il mouse… mi sembravano sciocchezze, perdite di tempo. Chissà quante volte avrò dimostrato che un applicativo a interfaccia testuale poteva essere più performante di un programma a interfaccia grafica con tutto quello scorrere su e giù del mouse. E -ovviamente- il punto non è che potesse essere vero -in determinate circostanze, e -forse- nemmeno che ero legato a quel che sapevo fare e temevo quello che non avevo ancora imparato. Un mio caro amico sostiene che sono nato vecchio e non è la prima volta che mi è successo di sentirmelo dire; forse un po' ha ragione; ma quanta soddisfazione ricavavo dal digitare il comando, dare Invio e vedersi scatenare sullo schermo una sfilza di nomi di file, obbedienti soldatini di cui conoscevo quasi tutto.
E' un pomeriggio di autunno, fa piuttosto freddo. Penso che avrò avuto cinque o sei anni. Mia madre è in cucina, due finestre a destra; mi ha prestato un coltello da cucina con cui volevo scolpire un pezzo di legno, immagino per ricavarne una pistola o una nave. Compito superiore alle mie forze: non riesco a tenere fermo il legno né a dirigere e a usare con bastante forza la lama; il legno si oppone al mio progetto con una resistenza resinosa e con l'andamento delle sue fibre. Ci sarebbe voluta una sega fine, non una lama poco affilata.
Ecco che si salda un altro episodio. Questa volta sono in camera da pranzo, sul tavolo grande. Il maestro vuole insegnarci le coniugazioni tramite una sorta di tombola e ci ha chiesto di scrivere le forme verbali ciascuna su un piccolo cartoncino: centinaia di tessere, almeno. Mamma mi ha dato delle vecchie scatole da scarpe: da un lato sono marroni, color del cartone, dall'altro verniciate di bianco. Le forbici sono troppo grandi per le mie mani e forse non sono state arrotate, forse il fulcro si è allascato e le lame non sono più tenute abbastanza vicine e parallele tra loro, fatto è che mi fanno un male diabolico esacerbato dalla frustrazione. Il taglio è tanto difficile che, quando avviene, pochi sono i rettangoli e molti i trapezi e nessuno delle stesse dimensioni, e poi odio il cartone delle scatole di scarpe e mi chiedo quanta colla ci mettano per renderlo tanto duro. La pena mi rende impaziente e il risultato ne risente vieppiù.
E poi spunta il compasso. Sono passati cinque o sei anni e sono nell'aula di disegno, alle medie. Questa volta non c'è dolore fisico ma estenuazione e confusione nella testa per quel foro che si sta allargando al centro del foglio. Non riesco a rimettere l'ago del compasso per due volte nella medesima posizione e il buco si allarga, cresce come un fiore, ogni punto un petalo. Anche se ho capito come individuare sulla circonferenza i vertici dell'esagono, non ho precisione e i semicerchi non misurano mai la stessa distanza. Se ripeto l'operazione dove dovrebbe esserci un solo segno ora ce ne sono due, visibilmente distinti. E copiare due volte qualcosa, moltiplicando le piccole differenze, estenuandosi nell'affanno di gesti mai identici, di misurazioni che mostrano approssimazioni sempre esagerate e sempre diverse.
E ancora incollare i pezzi del modellino di plastica senza riuscire a farli combaciare esattamente, esagerare con la colla, specie sui finestrini, dove la superficie trasparente si opacizza. Non avere la fermezza di attendere che l'assemblato asciughi né la prima né la seconda e nemmeno la terza volta -anzi, ritenere che ai tentativi successivi l'incollaggio richieda meno tempo delle volte precedenti. La colla semi fresca cresce, fa spessore, rende la giuntura elastica e molle: ottengo monumenti allo sghimbescio e istituisco un culto all'impazienza.
Per cui non c'è da stupirsi per il mio innamoramento per il digitale: un universo di sì e no netti in cui la CPU metteva ordine, un risultato certo, una cascata ordinata di cause e effetti, nessuna approssimazione destabilizzante, le emozioni ridotte alla sola meraviglia, una meraviglia che la routine fa diventare sicurezza, forse non tanto distante da quella che un infante potrebbe provare scoprendo che sì, il terreno è sempre solido sotto le ginocchia e le mani.
E questo avveniva soprattutto all'inizio, quando la mente era più fresca, quando tutto era semplice e di uno Zilog 80 si poteva spiegare -almeno all'ingrosso- il funzionamento con quella funzione di interrupt così importante che si poteva fisicamente individuare tramite il suo piedino, uno tra soli ottanta. Sì, credo di saperlo, si tratta di illusioni dal momento che la complessità di un home computer è già molto molto elevata; ma allora sembravano illusioni fondate, mi pareva di essere finalmente arrivato alla precisione. Mi direte poi che il digitale approssima per definizione, che “taglia” la complessità del reale rappresentandola a pezzi e vi darò ragione! Il mio problema non mi sembra teorico, non ho la complessione di mente che mi faccia cercare la Precisione, ho solo il problema pratico e l'angustia di togliere di mezzo gli errori di esecuzione . Ma chissà, magari non è vero, magari si tratta del non riuscire a fare i conti un senso di colpa tanto annidato e primitivo di cui non sono in grado di definire i contorni. Forse c'è un nucleo nevrotico, ma lì, in un personal computer a otto bit, l'errore lo si può trovare subito e correggerlo e delimitarlo e sentirsi meglio.
Una macchina che invariabilmente realizza la sua logica, una macchina che esegue i vostri ordini. Una macchina che rende possibile simulare giochi, che è -in un certo senso- un grande gioco essa stessa, un enorme, sterminato, obbediente Lego.
Erano tempi in cui il mouse era di là da venire. Si digitavano i comandi alla tastiera, si dava Invio e si vedevano comparire i risultati. Il primo pc che usai non aveva nemmeno un sistema operativo da mettere in memoria e per utilizzarlo si usava il solo BASIC: 10 print “Ciao, Giancarlo!” e, dopo l'Invio, dallo schermo il computer mi salutava… Stupido, banale… sorprendente! Pensateci un poco sul fatto che dare una istruzione è diverso dal muovere la penna o dal pigiare un tasto: allora credo fosse la prima volta che l'enorme maggioranza delle persone potessero sperimentare quella… la vorrei chiamare potenza di comando.
Se poi arrivavate a scrivere 10 input “scrivi il tuo nome e premi Invio”, nome$ e poi, sulla riga successiva, 20 print “Ciao”;nome$, il risultato sarebbe diventato dipendente dall'input, il pc avrebbe dato il buongiorno a chiunque e voi sareste saliti al grado di programmatori provetti!
Era un mondo rassicurante in cui quel poco che sapevo -o che credevo di sapere- mi era per lo più sufficiente a capirne le leggi; era un mondo in cui un segmento che parte da due coordinate per arrivare a altre due non sarà mai un po' sballato; era un mondo in cui il centro di un cerchio lo si definisce una volta per tutte e non si fanno fori slabbrati nel foglio con la punta del compasso, né ci si deve misurare con matite mai ben appuntite. Fin quando non fosse diventato troppo complicato poteva piacermi.
Un giorno, nella stanza di Rebibbia G8 che serviva da laboratorio informatico, Paolo richiama la mia attenzione e mi mostra il suo nuovo programmino. Sullo schermo, sotto il titolo “il computer ti legge nella mente” compariva la richiesta di pensare a un numero, di fare una serie di operazioni e ci scriverle, dopodiché veniva scritto il numero pensato. La cosa mi entusiasma tanto da chiedere a Paolo di fare delle modifiche: ora il programma chiederà di fare un giro attorno al tavolo e di premere Invio, poi farà sempre e comunque comparire la scritta “Non lo hai fatto! Ti ho visto!”, infatti chi mai si alzerà per girare attorno al pc? Paolo scrive le istruzioni e poi ci guardiamo attorno per testare lo scherzo. Vediamo Giulio e gli chiediamo di farci da cavia. Lui si siede serio serio, legge e poi si alza, fa il giro de tavolo, si siede di nuovo, preme Invio e guardandoci deluso ci dice che non funziona…
Potenza di comando, esecuzione certa, rassicurante invarianza delle risposte, la precisione a portata di mano, la potenza della parola che ha un significato certo e inequivocabile, che si fa comando o istruzione. Buffo quanto mi sia legato a questi aspetti, tanto da nutrire molta diffidenza verso le innovazioni che mi sembravano derogare da queste suggestioni. Non credo di essere particolarmente stupido, ma profondamente imbecille sì: gli ambienti grafici, le icone, l'interattività, il mouse… mi sembravano sciocchezze, perdite di tempo. Chissà quante volte avrò dimostrato che un applicativo a interfaccia testuale poteva essere più performante di un programma a interfaccia grafica con tutto quello scorrere su e giù del mouse. E -ovviamente- il punto non è che potesse essere vero -in determinate circostanze, e -forse- nemmeno che ero legato a quel che sapevo fare e temevo quello che non avevo ancora imparato. Un mio caro amico sostiene che sono nato vecchio e non è la prima volta che mi è successo di sentirmelo dire; forse un po' ha ragione; ma quanta soddisfazione ricavavo dal digitare il comando, dare Invio e vedersi scatenare sullo schermo una sfilza di nomi di file, obbedienti soldatini di cui conoscevo quasi tutto.

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