Bastone e carota (I racconti del Campari n°7)

Giacomo si stava stropicciando gli occhi dopo essersi tolto gli occhiali. Mi guardò con le palpebre arrossate:
- Ti ho mai raccontato di quella volta che mi cercarono e non c'ero?
- Chi?
- La Polizia.
- Mi pare di no.
- E' stato in quel periodo che abitavo da solo, dalle parti di via Trieste.
- Sempre bei quartieri, eh?
- Già, peccato che fosse un ex garage riadattato a pied-à-terre.
- Romantico!
- Umido, più che altro. E anche tristissimo. Buio. Agli amici per ridere raccontavo che l'appartamento era infestato dal fantasma di una Bugatti...
- Mi spiace.
- Ben gentile. Comunque io di norma ero molto ligio alle prescrizioni.
- Eri in semilibertà?
- No, no. In semilibertà torni a dormire in carcere. In quel tempo ero in condizionale.
- Ovvero…
- Ovvero te ne stai a casa tua, però hai l'obbligo di rientro notturno, ti puoi allontanare dal Comune solo con il permesso del Giudice di Sorveglianza e una volta a settimana vai a firmare un registro e a farti mettere un timbro  su un libriccino rosso che ti porti sempre dietro.
- Ah, e quanto ti è durata 'sta cosa?
- Un paio di anni. Comunque non era così pesante, vissuta allora. Oggi credo darei di matto. Anzi no, starei triste e basta: per la insopportazione ci vogliono energie. Comunque ero molto ligio agli obblighi, ci stavo attento. Una sera -inspiegabilmente- faccio tardi. Ero a cena con amici e la mia compagna e mi accorgo che mancano pochi minuti alle undici. Allora mi precipito.
- Eri a piedi?
- In motorino. Mi avvicino e da lontano vedo delle luci blu davanti a casa e arrivando vedo una macchina della Polizia che va via.
- E che ora era?
- Bah, saranno state le undici e dieci.
- E avresti dovuto essere lì alle?
- Undici.
- Be'…
- Aspetta. Dunque arrivo e vado in bagno. Sono lì da un minuto che sento scampanellare. Vado a aprire e mi si presenta una poliziotta imbufalita che mi entra in casa come una furia. “Dov'era? Perché non ha risposto?” mi fa guardandosi attorno. Io penso che la cosa migliore è negare di essere appena arrivato; mi siedo e dico che ero in bagno, che avevo le coliche e che non potevo aprire. Quella si mette a strillare che la sto prendendo in giro. Le dico di no. Quella dice che secondo lei a tipi come me la condizionale non va data, si agita, è furibonda.
- In divisa?
- Come no? E con un pistolone enorme a fianco. Che poi, mi è entrata in casa da sola.
- Sì, non dirmi che eri pericoloso… la volevi disarmare?
- Scherzi? Però alla faccia della professionalità... o voleva l'incidente? Io mi ero seduto, a buon conto.
- E che stai a pensare?
- Niente, non penso a niente, però in certi casi qualcun altro presente lo vorresti… Comunque, tra l'altro, dalle sue accuse sopra le righe capisco che loro erano venuti troppo presto, alle undici meno un quarto.
- E allora?
- E allora in certe circostanze queste cose contano poco, soprattutto quando la questione sembra diventare un fatto personale.
- E poi?
- E poi se ne va e io dopo un bel po' riesco a dormire. Il giorno dopo vengo convocato al Commissariato. Ci vado e mi trovo davanti il suo superiore, arrabbiato come una iena. Sono situazioni davvero sgradevoli. Magari un altro terrebbe il sangue freddo, ma io me la faccio sotto.
- E' comprensibile.
- Grazie. Comunque me la faccio sotto con stile.
- Cioè?
- Divento freddo di testa e -credo- perfino arrogante. Mi chiudo e vado in automatico. Per cui gli faccio presente che avevano sbagliato l'orario, che la tizia era fuori di sé tanto da uscire dai gangheri, che la condizionale me la aveva data un giudice e non era di loro competenza.
- E quello?
- Schiumava, ma non poteva obiettare.
- Hai vinto tu, allora.
- Ma va'! Ovviamente no. Alla fine arriva al dunque.
- Cioè?
- Mi fa -ma con forza, con determinazione- “Detto tra noi, ma lei non c'era, non era vero che era in bagno.” E io ammetto “No, io non c'ero, ho fatto dieci minuti di ritardo; ma erano venuti quando non dovevo esserci.”
- Ma potevi continuare a negare.
- Figurati! Per farmi un nemico? C'è un momento in cui si deve cedere, per forza. Se no quell'altro se la lega al dito, è inevitabile.
- Perché?
- Ma perché è normale che se sai una cosa per certa vuoi che venga riconosciuta, Sarà un fatto psicologico, non lo so, ma è così. Non ti puoi accontentare di una ammissione implicita, hai bisogno di essere riconosciuto nella relazione. Se non avviene, non puoi non legartela al dito come una offesa.
- Dici?
- Ne sono sicuro. Non puoi fidarti di uno che non ammette nemmeno quando gli condoni la penitenza. E' uno schiaffo oppure una deficienza grave, non so come spiegarti. Come negare il minimo di riconoscimento. Se non capisci questa cosa fai terra bruciata, ti fai dei nemici, persino loro malgrado.
- E poi?
- Poi niente. Tanti saluti e faccia il bravo. Il risultato l'aveva ottenuto. Ora poteva tornare dalla poliziotta e dire che mi aveva messo a posto e che aveva ragione lei.
- Ma l'orario sbagliato?
- Ah, su quello l'avrà strigliata per bene! Ma la superiorità morale di avere messo a posto il delinquente e restituita la verità alla subalterna l'aveva ottenuta e quello era lo scopo primario. Le avrà fatto pesare tutti gli sbagli commessi e dato ragione sul fatto che quella del bagno era una scusa.
- Bastone e carota tra loro?
- Qualcosa del genere. Comunque era ancora infuriato. Le avrà fatto pesare anche il fatto di essere stato messo in una brutta situazione.


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