Ctrl + Z
cd\ è un comando di ontologica potenza nel mondo del sistema operativo DOS perché riporta rapidamente alla radice dell'albero dei file e insieme attesta della sua unicità. Unicità, univocità, consequenzialità… qui non c'è nessuna eterogenesi dei fini e non ci verrà mai chiesto di metterci in discussione. Se non si è uno Zichichi, cioè uno che fa esempi più complicati del loro oggetto, questa rassicurante realtà rende possibile costruire una descrizione piana, sequenziale, logica: si comincia con l'albero rovesciato delle directory, dalla radice dell'unità logica e si può proseguire sicuri di non perdersi mai tanto che, se ci capitasse di notare occhi sbarrati e espressioni annegherecce potremmo stare certi che non è responsabilità nostra, che non siamo NOI a non capire.
In questo contesto, se si ricevesse la fatidica domanda che gli allievi fanno agli istruttori fissando smarriti lo schermo“cosa è successo?” potremmo sempreessere sicuri di poter rispondere “ha scritto male il comando” oppure “ma la aveva creata la directory prima di volerci entrare?”: insomma, qui ci sono persino le risposte agli errori.
Ora, naturalmente, tutto questo è solo il ricordo di una età dell'oro e oggi si è di nuovo immersi in un magma di possibilità, in una jungla in cui non si può esser sicuri di nulla perché le domande e le risposte si sono moltiplicate. Persino il manicheo più osservante dovrà ammettere che oggi -purtroppo e con mio grande scuorno- qualsiasi aggeggio a interfaccia grafica consente una tale miriade di comportamenti diversi che è antieconomico analizzare i passaggi e occorre tornare alle intenzioni: “cosa voleva fare?”… “ecco, si fa così”, naturalmente questo succede quando si è fortunati perché una risposta del genere richiede una certa dose di onniscenza e anche perché non si può non considerare che un po' di unto sul dito sia responsabile del problema (e qui viene gettata una luce di disperazione su tutta la faccenda).
Il problema -che mi si sta rivelando sempre più di carattere esistenziale- è antico; ma davvero mi sarebbe piaciuto che una tecnica del linguaggio me lo avesse potuto risolvere. In fin dei conti tanto dei miei sforzi e pene era indirizzato a questo, a trovare un linguaggio esatto, a trovare una relazione certa con l'esterno, rimandando tutta la fluttuazione, la contraddittorietà, la pena e -naturalmente- l'eroismo e la umanità difficile al rapporto tra il noi e la verità. Visione ingenua e criticabile, lo ammetto.
Sarà per questo che -a prescindere dai giochi- quello che mi è piaciuto di più nello sviluppo delle interfacce è la comparsa dell'annulla azione, l'icona che mostra una freccia che fa la capriola all'indietro o il Control+Z, come a me piace utilizzarlo. Meravigliosa liberazione dall'errore inconsulto, dalla scoperta che le cose non sono andate come pensavamo, possibilità di fare un passo indietro salutare. I Ching direbbero “Il ritorno” -immagino- “volgersi e ritornare”. Nella nostra vita di relazione questo è naturalmente un insulto, più che una illusione: provate voi a far finta di niente dopo aver portato offesa a qualcuno. Non è semplice cancellare le nostre leggerezze e -se ci pensate- occorre più energia a correggere che a fare, grazie alla legge dell'entropia universale, ma anche grazie al desiderio della rivincita altrui, immagino.
E' buffo osservare le diverse reazioni agli errori: ci sono persone per le quali è più semplice cancellare e riscrivere, così se si tratta semplicemente di aver messo per errore in grassetto una parola, trovano più semplice cancellare e riscrivere piuttosto che togliere l'attributo (o usare Annulla Azione). Ci sono persone che di fronte al proprio errore vanno in confusione e cancellano il contesto, chiudono tutto. Ci sono persone che aderiscono al proprio errore e scoprono che sì, andava proprio fatto così; queste -talvolta- raggiungono la miracolosità e le invidio, purché poi siano all'altezza del loro inciampo creativo, cosa -purtroppo- che non è affatto detta.
A me succede una cosa che mi consentirete di definire curiosa: sono gli errori degli altri, le offese -anche involontarie- che vengono portate a me dall'esterno quelle che più mi feriscono e sulle quali vorrei esercitare il Control+Z. Mi chiedo se non si tratti di suscettibilità, di mancanza di generosità, di qualche mancanza o eccesso nel mio carattere e -qualche volta- concludo che si tratta semplicemente di amor proprio, della (assurda) pretesa di essere unico arbitro di me stesso e della realtà: gli errori degli altri verso me stesso, le ferite che mi vengono inferte -soprattutto quelle molto dolorose- sono in primo luogo un attentato alla mia pace perché io mi sono fatto la presunzione di averlo raggiunto un equilibrio interiore. Uno cerca gli altri, gli sembra di averne un gran bisogno e poi si trova a cercare disperatamente un Control+Z . (Ammetterete che questo è comunque meglio che emettere giudizi sugli altri oppure di considerarli nemici.).
Or ora mi coglie un dubbio: che anche le mie azioni verso gli altri sottostiano alla stessa legge, che anche io -del tutto involontariamente e con le migliori intenzioni- possa danneggiare gli altri senza volere, magari solo con la mia esistenza, con quello che posso per gli altri rappresentare.
Ricordo sempre con un certo dubbio interiore i rimproveri di mio padre quando rompevo qualcosa o facevo un danno, involontariamente. La scusa era “non lo ho fatto apposta” e la risposta era immancabilmente “ci mancherebbe altro” e -di solito- questa frase era accompagnata da un surplus di rabbia: “ma ti sembra una scusa?”. Nella rivendicazione dell'innocenza di un atto sembra annidarsi un insulto verso la considerazione delle sue conseguenze e dunque degli altri. Insomma, i Tribunali delle Repubblica ci sanno pensare rapidamente a far giustizia delle attenuanti “per aver agito a nobili scopi”, e qui non è nemmeno il caso di provarcisi a sgattaiolare così.
Solo nel mio mondo interiore sembra che sia davvero così: che contino le mie intenzioni e non i loro effetti, sembra che per considerare gli altri si debba attendere il loro schiaffo o la loro carezza… il feedback. Ma il dubbio rimane: potrebbe essere solo una cecità alle reazioni interiori, un non considerare non solo l'altro che proietto dentro di me, ma anche un mio altro, qualcosa che mi porto appresso e sulla cui negazione fondo una immagine rassicurante di me stesso.
Ma, naturalmente, io sono fatto sognatore e periodicamente mi illudo che possa esistere un “noi” condiviso in cui offesa e colpa siano in qualche modo ricollocate e in cui sia possibile esercitare fuori e dentro di noi le azioni sulla base del medesimo codice. In certi momenti mi sembra di averla toccata o solo sfiorata questa possibilità per cui l'altro è parte di me, io sono parte dell'altro e la dialettica e il conflitto e il superamento stanno fuori e dentro e l'una dimensione si rafforza di volta in volta reciprocamente con l'altra. Una grande illusione o un grande sogno. Io sono per il sogno, ovviamente.
Per cui, niente. Mi toccherà rinunciare sia al sistema operativo DOS che al Control+Z. Mi toccherà mandare giù ogni amara medicina che mi troverò offerta dal prossimo di turno.
E se provassimo a cambiare canale? Magari ho sbagliato tutto

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