Rivoltelle

Riguardo all'importanza dell'esistenza degli Alieni, non dobbiamo cercare le risposte, ma ingannare noi stessi:

La prima volta che Giuseppe prese in mano un'arma fu quando prese parte a una sessione di addestramento. In quegli anni in cui l'offerta di organizzazione si contendeva una domanda ribollente avveniva che un gruppo, una organizzazione, una pretesa di leadership o semplicemente di proposta politica avesse bisogno di distribuire armi per avere credibilità, appeal, seguaci. Così era assolutamente normale per una quota significativa di giovani e meno giovani trovare non solo conveniente e giusto ma doveroso stringere patti e accettare regole attorno al calcio di una rivoltella. A Giuseppe pareva una fortuna essere stato convocato per quella esercitazione, per quel rituale di iniziazione, per quel passaggio di status. Si stipò volentieri nell'utilitaria che si mosse subito, dietro alla prima con gli altri quattro passeggeri a bordo. Ci fu una sosta a Pontassieve, giusto il tempo perché Andrea girasse due angoli e andasse a prendere una borsa pesante in non si sa bene quale delle casette a schiera di quel quartiere periferico. Poi, via, una macchina a seguito dell'altra lungo la strada. Durante il viaggio nessuno parlò molto, tutti compresi, seri e eccitati. Giuseppe si era affidato totalmente ai suoi anfitrioni: se fosse stato per lui non avrebbe saputo da dove cominciare  e doveva presumere che su quegli aspetti, su quel modo di agire ci fosse esperienza. Almeno in Mario e Andrea, perché gli altri e le altre erano anche loro del collettivo e lui non dubitava che fossero come lui delle reclute. Il fatto che nella automobile passata in coda ci fosse una borsa con delle armi rendeva il viaggio in tutti i sensi una azione, anche se nessuno lo aveva affermato. Ne erano tutti coscienti, i sensi erano all'erta, il tempo faceva salti in avanti oppure rallentava, c'era tensione, ma soprattutto ciascuno sapeva che il suo comportamento era importante. Quanta tensione o quanta paura, Giuseppe non avrebbe saputo dire. Come gli sarebbe successo poi altre volte stava cercando di controllare la sua tendenza a immaginare in ogni automobile una civetta della polizia, in ogni antenna una ricetrasmittente. Era una tendenza esagerata di quello era certo. Per cui stava zitto, non rivelava i suoi sospetti. Cercava di memorizzare  l'aspetto di quelle automobili, di ricordarle. Avrebbe aperto bocca solo se sicuro di rivederne una. Naturalmente, dopo poco di quell'esercizio che svolgeva con fare indifferente, Giuseppe aveva perso il conto e era immerso in una insicurezza totale su quale modello fosse passato un momento prima. Così lasciò perdere.
“Le nostre targhe? Perché qualcuno dovrebbe segnarsele? Noi ci sposteremo di un chilometro più su.” fu la risposta di Mario a un'obiezione di qualcuno sulla sicurezza.
Parcheggiarono lungo la strada e scalarono un prato abbastanza erto fino a incontrare un sentiero. Era una giornata fresca di primavera e la fatica non pesò più di tanto, ma si affrettavano e superarono il dosso ansando per ritrovarsi alla fine in una specie di valletta aperta, isolata, con il rudere di un ricovero per gli animali a un centinaio di metri, poco più in basso. Lì Mario dispose a terra un paio di bersagli di carta, di quelli del tiro a segno. Dalla borsa aperta uscirono un paio di pistole e una rivoltella. Tutti le volevano toccare per cui fu necessario stabilire una forma di ordine. Aiutarono in questo le spiegazioni su come funzionassero -più o meno-. Poi furono fatte passare scariche di mano in mano. Quando Giuseppe soppesò la prima fu investito da un torrente di emozioni che si fondevano assieme in una specie di senso di rivincita. Come un esercito di spettri, i fantasmi delle incertezze, delle paure, delle frustrazioni, delle sconfitte proprie e di quelle ereditate, tutti le speranze, tutti gli impegni presi con se stesso, tutte le responsabilità di cui anelava farsi carico, tutto si rappresentava assieme nella realtà di quell'oggetto riconoscibilissimo e sconosciuto. Un oggetto tante volte rappresentato, copiato in forma di giocattolo, di ciondolo, di scacciacani e di accendino, di fermacarte e di feticcio. Occhieggiato nella vetrina dell'armaiolo, studiato nella rivista di armi, comparso inopinatamente alla cintura di un agente in borghese, spiato al fianco di un agente in divisa dondolante come il pene di un cavallo, pesante, inerte, irresistibile allo sguardo. 
Adesso era lì, gli stava sul palmo della mano, si faceva impugnare. Il fatto che avesse il copricanna circolare, cosa mai vista, fece per un istante di nulla nascere il dubbio a Giuseppe che si trattasse di una impostura, che non fosse vera. Un'idea di dubbio, una larva di pensiero perché erano indubitabilmente vere la consistenza di acciaio, l'usura che in alcuni punti faceva trasparire il colore del metallo sfumato di marrone. Ma a imporsi era la stranezza, l'inusualità, l'alienità dell'oggetto. Quello è il grilletto, certo, quello il foro della canna, ecco il mirino, lì c'è il cane, curiosamente zigrinato, e quell'apertura ovoidale deve essere la finestra di espulsione, ecco le guance di plastica dell'impugnatura. Mario parlava rapidamente: “a differenza che nei revolver, dove il bossolo è trattenuto nelle camere di scoppio, nelle automatiche viene espulso dopo lo sparo e prima che un nuovo colpo sia trascinato in posizione nella canna...”
A Giuseppe toccare quella cosa sembrava una realizzazione di tanti discorsi, di tante memorie, di tante impossibilità. Gli tornavano in mente quelli che miti non erano: la Spagna, soprattutto. Non perché la pistola fosse spagnola ma perché la guerra di Spagna lui la sentiva come qualcosa di ancora vivo. Era un po' un paradosso, è vero. La Resistenza era più vicina nel tempo e soprattutto nei luoghi ma apparteneva meno al suo immaginario, sequestrata da bandiere e simboli che condivideva a stento. Forse-inconfessabile come la prova di un vizio- solo la guerra di Spagna aveva un'epica della sconfitta sufficientemente radicale da potersi rifondare pienamente in un oggi perfettamente libero.
“Adesso, mi raccomando, non puntate mai verso qualcuno la canna. Questa è la cosa più importante.” Arrivò così il momento di provare a sparare a turno e ci furono munizioni sufficienti per pochi colpi, forse cinque spari a testa. Giuseppe non seppe nemmeno se fosse riuscito a colpire il bersaglio perché l'insieme della faccenda faceva sì che se si fosse dovuto controllare ogni colpo si sarebbe dovuti restare troppo sul posto. Così il bersaglio servì solo per indicare verso dove sparare e non per guardare dove il colpo era arrivato. Qualcuno disse "l'ho preso!", qualcun altro "l'hai preso!" ma nell'insieme la cosa ebbe un senso di indeterminatezza, di astrazione. Poi, via di fretta, di nuovo parlando poco. Andrea, che ci aveva messo le armi aveva da far pesare la sua esperienza e il suo distacco. Mario che aveva organizzato la cosa non desiderava che ne emergessero i limiti, gli altri, Giuseppe compreso, in fondo  desideravano accondiscendere anche per dimostrare coscienza. Ma non c'era d'altronde da lamentarsi. Di chi? Di cosa? Non c'era una autorità o una organizzazione tra loro che non stesse nelle loro mani e nelle loro azioni. Solo Sandro e Federica dissero qualcosa sulla inefficacia dell'addestramento, uno perché era un rompiscatole cronico, l'altra perché aveva il senso delle cose fatte bene e di quelle fatte male. Qualcosa, questa, che Giuseppe -molto tempo dopo- si trovò a riconoscere in molte compagne. Come se per loro, donne, fosse importante dire agli altri, uomini, che avevano testa, cervello, e parola. 
Tornando, nelle automobili, si parlò un poco di più di mensa e di architettura. Poi a parecchi era venuta fame e si misero assieme un po' di soldi per un panino e un bicchiere di vino. Giuseppe guardava Vittoria che non lo aveva degnato di attenzione. Quando lei scese con Andrea evidentemente diretta alla base agli altri sconosciuta, Giuseppe fu preso da una sofferenza forte: avrebbe voluto averla per sé e non la aveva affatto.

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