Gli alieni viaggiano su navi spaziali
Alle sei e mezzo di
mattina sul ponte umido per la notte in mare i turisti si aggiravano
insonnoliti. L'eccitazione dell'arrivo si combinava all'intontimento
e si vedevano i gruppi familiari sfilacciarsi e ricomporsi in modo
incerto, esitante. Se fossero stati animali selvaggi si sarebbero
annusati, probabilmente, e invece si limitavano a scambiarsi qualche
parola, i primi approcci del giorno.
Quando Umberto mi
raccontò di questa storia, non mi disse se da Civitavecchia a
Cagliari avesse viaggiato sul ponte, oppure in poltrona. Poteva anche
darsi che avesse affittato una cabina se la sua compagna ne avesse
avuto bisogno. Lui, all'epoca dei fatti, era ancora abbastanza
giovane per consentirsi il sacco a pelo.
All'epoca dei fatti,
peraltro, i traghetti per la Sardegna erano già diventati diversi e
era molto più difficile trovarsi un bel posto per trascorrere le ore
del buio, una casetta tutta propria da cui apprezzare il vento della
corsa, il cielo, il mare attorno. Per quel tipo di viaggio ci
vogliono ponti di legno e anfratti che consentano di trovare il
giusto compromesso tra riparo e esposizione, senso di libertà e di
protezione. Ci vuole anche -naturalmente- che la nave non sia troppo
affollata, che qualcuno non sia stato più svelto o preveggente di
voi, ma questo non fa parte della teoria, è un problema di
realizzazione.
Purtroppo da qualche
anno navi accoglienti non se ne trovavano più neanche a cercarle e
la zona consentita ai passeggeri era spesso solo un rettangolone di
ponte attorno al fumaiolo. La gente migrava verso i divani dei bar,
si stendeva sulla moquette dei disimpegni. I pochi che insistevano
nella posa o nel piacere di dormire sul ponte si acconciavano dunque
su una distesa di acciaio verniciato, anonima. Al risveglio
scoprivano che la chiazza asciutta sotto di loro non era dovuta solo
all'assenza di guazza ma anche al fatto che avevano fatto schermo al
grasso nerofumo del fumaiolo, una cosa davvero orrenda
Umberto, dunque, non
mi disse esattamente come avesse trascorso la notte, ma le
alternative sono ragionevolmente quelle. Io qui opto per la
poltroncina.
Non mi raccontò
nemmeno esattamente di quali vacanze si trattasse; ma anche lì non
c'è troppo da immaginare. Lui all'epoca era in semilibertà e
certamente stava utilizzando una decina dei giorni annuali di
permesso-premio. Dunque si può ipotizzare che avesse tenuto una
contabilità attenta dei giorni di carcere per accumularne abbastanza
per un periodo di vacanza e possiamo anche immedesimarci nei suoi
passi.
Si avvicina alla
ringhiera, guarda il porto. A cinquecento metri le navi si
distinguono bene. Osserva distrattamente gli altri, il bambino che
raggiunge i genitori, la coppia che si appoggia al mancorrente con le
teste vicine fumando, questo pezzo d'uomo che se ne sta con la moglie
a mezza strada, né troppo vicino, né troppo lontano. Uno sguardo
all'acqua che circonda la nave e che è ferma, oltre a avere perso i
colori dell'alto mare e essersi fatta più spenta, banale, non ancora
il brodo limaccioso della banchina. Stasera appena arrivato lo
aspetta la casermetta dei carabinieri, per il timbro sul permesso.
Istintivamente se lo palpa, un foglio piegato in quattro nella tasca
dei pantaloni, accanto alla carta di identità timbrata “non valida
per l'espatrio”, come per i minori di una volta, gli viene da
pensare.
Suonare. L'attesa e
poi quell'eterno imbarazzo di presentarsi parlando in una griglia…
“sono tal dei tali, detenuto in permesso, sono qui per il timbro
'arrivare'”. Una cosa lunga da dirsi. Per fortuna di solito,
arrivati alla parola “detenuto” il cancello scatta subito. Poi,
naturalmente, avere la fortuna di trovare il maresciallo o comunque
qualcuno che sappia di cosa si sta parlando, se no si deve tornare un
altro momento. Poi l'imbarazzo delle spiegazioni, questo parlare
perché l'altro sappia che non sarai fonte di guai. Questo trovare la
convenzione giusta, l'angolo giusto in cui piegare il collo in modo
che sia chiaro che si tratta di un gesto di resa ma che non si noti,
non appaia. Umberto in queste cose non è bravo. E' sempre stato uno
che gli altri giudicano astratto, che si muove per categorie grandi e
grosse. Per lui trovare l'accordo di pelle è difficile, tenderebbe a
perderne i contorni, a smarrire i limiti. Deve sempre usare le parole
appropriate, rischia di farla più grande di quello che è. Potrebbe
trovare una intesa sul tempo o sul prezzo dei maccheroni e invece è
sempre lì a suggerire alla diffidenza di quell'altro le frasi di
rito sulla fine della lotta armata. Come se poi quell'altro si
aspettasse proprio da Umberto dei lumi, come se avesse una propria
opinione che non fosse un pregiudizio, come se non si limitasse
statutariamente a eseguire ordini e ricevere informative. Naturalmente
Umberto di questi suoi limiti non ha una consapevolezza piena e,
ammesso che la avesse, non farebbe poi gran differenza. Sempre lì
andrebbe il pensiero, ogni tanto.
Comunque sia,
comunque andrà, andrà. Ora si gode l'aria e il panorama. Il fatto
di essere lontano dal carcere e dalla vita di sempre. La Sardegna,
Cagliari, il porto, il mare…
- Ma qui non si
arriva più…
E' l'omaccione ad
aver parlato. Non ha una faccia antipatica, c'è qualcosa di allegro
e di sportivo, di energico. La moglie sta un po' più lontana.
- Forse siamo in
attesa dell'autorizzazione a entrare, replica Umberto e così inizia
una di quelle conversazioni leggere, senza impegno che si fanno (o si
facevano) sui treni a tratta breve e durante le attese. Quella era un
conversazione da anti-porto.
Umberto si tiene sulle sue, sul generico ma
carino, un po' svicola. Che faccio? Insegno informatica, a livello
base, non è importante. Dove abito? A Roma, vicino al ghetto, non è importante. E dopo un po', per
chissà quale necessità emotiva, l'altro:
- Sono un
carabiniere. Sa. Speciale. Ho rischiato parecchio. Azioni pericolose.
Sa. Alla casina Spiotta c'ero anch'io, sa. Quella terrorista…
Mentre me lo
raccontava Umberto mi guardava dritto in faccia, per leggere le mie
reazioni. Non sapevo che dirgli.
- E tu?
- Io, niente. Lo ho
salutato, la nave era arrivata. Me lo sono ritrovato davanti e sotto
lungo la scaletta che scendeva, sai quelle scale ripide delle navi.
- E cosa hai
pensato?
- Che lì sarebbe
stato facile fargli del male.
- Se avessi potuto,
glielo avresti fatto?
- No, credo di no,
non ci sarei riuscito. E tu?
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