Il quarantunesimo
(Il quarantunesimo)
Tralascio Wile
Coyote perché è troppo sarcastico, ma avete presente i fumetti di
Paperino quando si legano le molle sotto le suole delle scarpe e
procedono a balzelloni? Quando vanno a sbattere un po' dappertutto?
Mi è successo proprio un paio di giorni fa, mentre scrivevo uno di
questi post.
Vi volevo raccontare
di quando da ragazzino andavo a un cinema di Trento che ora non c'è
più per guardare i film che il partito proiettava la domenica
mattina. Questo mi avrebbe consentito di iniziare a far emergere
piccoli ricordi particolari, una cosa che mi piace molto.
Poi avrei voluto
descrivere il mio rapporto con questa propaganda che in generale vivevo con interesse più che con fastidio, a differenza di
Marcellino Pane e Vino che mi sembrava solo angosciante.
Avrei voluto infine
fare una eccezione, parlandovi di un film in particolare che si era
impresso nella mia memoria e che si intitola “Il quarantunesimo”.
La trama che vi volevo proporre a memoria è questa: una tiratrice scelta
dell'armata rossa si trova a passare l'inverno con un tenentino bianco
che ha ferito e fatto prigioniero. Lo cura e nasce un grande amore. A
primavera, ormai guarito, lui vuole tornare dai suoi e lei a malincuore lo uccide,
trasformandolo nel quarantunesimo colpo a segno da incidere sul
calcio. La morale della storia è carica di paradosso come una molla e tanto brutale da prestarsi a un racconto leggero che abbia
intenzione di prendere le distanze dalla propaganda e dai suoi modi.
Così ho inteso la faccenda per parecchi anni e ho raccontato del
cineforum e di questo film molte volte, anche per divertire.
Però il fatto è
che questo film è piuttosto noto anche per essere stato un film del
disgelo. E' del 1956, lo stesso anno del XX congresso del PCUS,
quello in cui Chruščëv espose la relazione intitolata Sul culto
della personalità e le sue conseguenze dando avvio alla
destalinizzazione. A questo punto avevo pensato di calcare un po' la
mano e di uscirmene con una espressione tipo “alla faccia del
disgelo”! In effetti l'ironia sarebbe giustificata pensando alla
sostanza della trama per come me la ricordavo e ve la ho riportata.
E poi, una reazione liquidatoria nel complesso sarebbe stata ancora più comprensibile
se accompagnata dal ricordo della noia per le lunghe scene d'amore e
della delusione perché avevo capito che si trattasse un film di guerra,
uno di quei bei film di guerra con i nemici di turno
sconfitti e le virtù ben lustrate. Scritto questo, mi sarebbe piaciuto
pasticciare un po' con lo stalinismo, l'antistalinismo, il disgelo...
Invece le cose
iniziarono a complicarsi.
Andando a cercare il
nome del regista trovai la trama (essenzialmente come la ricordavo) e
un commento di un lettore del sito che pubblicava la sua recensione.
La frase iniziale mi aveva incuriosito: “Fu girato negli anni dopo
la morte di Stalin, quando si ebbe un timido disgelo, e, se non si
mise proprio in discussione il comunismo, ci fu chi osò porsi delle
domande.” C'è molta ingenuità in queste parole, abbastanza per
farmi continuare a leggere. Verso la fine trovo questa chiusura “Il
tragico epilogo della vicenda è secondo me un atto d'accusa
abbastanza chiaro di come le idee possano accecare il buon senso e
distruggere l'amore, un amore che altrimenti sarebbe
durato, portando ad azioni di cui
poi
ci si pente per tutta la vita.”
L'amore
che dura e
porta a azioni di cui pentirsi mi balza alla mente e mi fa partire in
quarta: faccio ipotesi, costruzioni mentali, mi coinvolgo. Ora non
sto lì a raccontare tutto quello che avevo aggangiato agli ami con
un'esca così appetitosa. E poi la catastrofe: il lapsus si trasforma in
una semplice ambiguità di
espressione e diventa un lapsus mio; la diga si rompe
trascinandosi dietro tutti i pensieri che vi avevo costruito sopra.
Avevo
fantasticato che chi aveva scritto la recensione fosse una
donna e invece è un marito, di recente vedovo. Dato che le trame
sintetiche sono anche più imprecise della mia
prima versione a memoria, ne vado a cercare una completa per poterla
leggere intera e mi rivedo la parte finale
del film su youtube. Il tenentino non era stato ferito da lei, le era
stato dato in custodia. Non ci sono nevicate e gelo, c'è il deserto,
le dune e il lago d'Aral. Le scene d'amore sono belle, a me piacciono.
La scena
finale, quando lei gli spara una palla nella schiena avviene in mezzo
alle onde della risacca. Lei agisce più di impulso che freddamente.
Agisce in una situazione che le sta sfuggendo di mano, in un modo che fa
chiedere se lo faccia per coscienza
politica (il tenente è un nemico latore di segreti importanti) o per
l'istinto di non lasciarlo andare. Il dolore che prova per averlo ucciso
è tremendo, le rende il suo atto incomprensibile e irreale.
Ora che ho rimesso
le cose a posto, che le ho raccontate, mi sento meglio. Certo ho
sorvolato su quello che è successo per qualche ora: quando non c'era
solo confusione, ma anche un rimbalzare di pensieri, echi, sorpresa e
disagio, qualche spavento, incredulità… chiudiamo piano la porta,
per ora, si è fatto tardi.

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